La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Michele Brancale



 

Michele Brancale (1966) vive e lavora a Firenze. Ha scritto le raccolte di poesie La fontana d'acciaio (2007, Polistampa), Salmi metropolitani (2009, Edizioni del Leone, pref. di A. Tabucchi), La perla di Lolek (2011, Giuliano Ladolfi Editore) e A regime di brezza mite (2012, plaquette per Lucaniart). Di prossima pubblicazione Rosa dei Tempi per Passigli.

Suoi testi ne Il tempo e la sua storia (1987, Santelli) e in Collettivo R. Interventi in Dialoghi prima dell’alba (2004, Vallecchi) e Dal braccio della morte alla lotta per la vita (2007, Quaderni di Palazzo Medici). Ha scritto i racconti Soave e invecchiato (2007, Polistampa) e Il braccialetto di Toledo (2012, Giuliano Ladolfi Editore), con le illustrazioni di Paolo Penko, e partecipato alle antologie Sotto la lente (2008, Perrone Lab), Il Panettone (Romano, 2012), Decameron 2013 (Felici Editore). Si occupa di cronaca e critica letteraria per Qn, Avvenire e Gradiva.

 







POESIE



 

Avevo freddo sotto le coperte.

Sono sceso, la caldaia era spenta.

Sono stato un po’ così, mi diverte

l’evidenza silenziosa: diventa

compagna discreta, ma non inerte,

della vita che ha bisogno, che stenta

a fermarsi e che per guardarsi vera,

si sveglia, sorride di quel che era.

 

(da La fontana d'acciaio)



 

Quelli che vivono altrove, li trovi

all’anagrafe dei nomi sepolti,

sulla collina. Lontani dai rovi

i quadranti ordinati. Lì, rivolti

per ore allo stesso spazio, esaltano

il tempo e l’attesa; sono distolti

dagli altri i genitori. Ascoltano

la voce del figlio che non arriva:

Si era perso”. Le volte che tentano

di accordare una forma alla deriva

delle parole, sentono incompiuto

il senso. Però la madre riapriva

con un gesto – la mano, in aiuto

sommesso al geranio, accarezzava

di fatto il volto – il cerchio che muto

chiamano destino. Poi rispondeva

il selciato al suo passo e al suo ritorno

domani o ieri. Domani accadeva…

 

(da La fontana d'acciaio)

 



Sostengono che nello spazio gli astri

decaduti, collassando assumono

con il tempo una forma di alabastri

neri, circolari e contratti. Sono

porte aperte che attraggono all’oscuro

chi vi passasse, spingendo in un cono

verso altrove. Dall’oltre di quel muro

sembra – che non si possa poi tornare,

non nell’aspetto consueto e sicuro.

 

L’altra città si lascia modellare

in quartieri di marmi, muschio e sassi

punteggiati da petali.

Tornare

ogni tanto qui con i propri passi,

seguire il corso, la traccia d’argento

dei legami è quasi come affacciarsi

a qualche cosa d’analogo a cento,

mille, e più di quelle porte.

Se perso

in questi pensieri talvolta anniento

la distanza, anche sul muro terso

forse ricordo chi mi sta pensando –

il tuo nome diventa un universo.

 

(da La fontana d'acciaio)

 


 

Salimmo sul vagone

pensando a un gioco cattivo,

che sarebbe finito bene;

mi domando ancora

dove trovammo

la voglia di sorridere

mentre ci portavano lontano.

 

Qualcuno intonò un salmo,

la mamma ci strinse a sé,

pensavo al nascondiglio

dove giocavamo,

a come lo avremmo ritrovato,

perché dovevamo tornare

e presto.

 

Correndo accanto al filo spinato

facevo finta di sparire,

eppure ero lì,

sotto il sole e nella neve,

nel nostro nascondiglio.

 

C’erano i cani,

ma io mi nascondevo.

 

Al ritorno

non credevo più a niente,

solo al nascondiglio.

 

Ci torno ogni giorno,

a cercarti.


(da La fontana d'acciaio)

 

 


 

Si è alzata da poco e ha percorso l’aria

aprendo lo spazio a una pausa, un varco

nel muro invisibile della fretta

che stretta e invasiva pervade il tempo,

annulla il campo, lo sguardo sugli altri.

Anche la strada si è messa in ascolto,

vibra, si scuote, duttile al mistero

conosciuto dai tetti e le finestre

che lei sta accarezzando mentre sale,

si risveglia nella gente che ascolta

e si è fermata ancora e ancora un poco.

Ma quella melodia si è alzata e va via,

si attenua, così leggera, nell’aria.

 

(da La fontana d'acciaio)


 

La piana, la cupola e i tetti rossi

ed il verde interrotto dai tralicci,

quei cavi che richiamano i binari,

i contatti sospesi nella corsa.

 

È lunga più di un giorno di cammino

la tua città aggredita dal frastuono.

La percorrono passi frettolosi,

onde magnetiche di cellulari.

 

Anche su esse viene declinata

la grammatica dell’avvitamento,

la cultura dell’impossibilità,

la rincorsa del punto di partenza.

 

Prova l’eleganza delle parole

o la rabbia urlata a togliere forza

allo scandalo vissuto da tanti,

dagli stranieri nei tubi di ferro.

 

A riparo sotto tetti di eternit

le vite profughe cercano asilo.

Un gregge di anziani lascia la casa

per l’esodo d’oro negli istituti.

 

Nelle cronache balza l’evidenza

di valere meno di un televideo.

In strade di senza fissa dimora

l’icona del Signore marginale

 

dorata dal fastidio, posta in basso

tra donne scaricate sull’asfalto,

appesa al portone dei cronicari

è venerata dal lamento irriso,

 

dall’ingenuo sperare un altro da sé,

altro dal gusto di giustificare.

 

Tutti attratti da inviti sovrapposti,

convergenti sul di più che non basta.

La salvezza viene da un’altra voce,

nella sosta presso la tua dimora.

 

Allora si solleva in leggerezza

la fatica irrequieta per me stesso,

la montagna fondata sull’orgoglio

dove s’agita l’ingombranza dell’ “Io”.

 

(Da Salmi metropolitani)

 



Alla prima protesta invocò pace.

Segnalandosi per intelligenza

e passione crebbe nel Direttivo.

Non ebbe più tempo per i poveri,

 

si fece più duro nelle parole,

schematizzando diritti in formule

e indorando sue giustificazioni

per l’assenza nel campo dei rapporti

personali, nelle strade di tutti.

A motivo di tanti, troppi impegni,

si incastonava, “preso”, nell’agenda,

indirizzando ad altri i suoi amici.

 

Però cresceva, diventava un quadro,

costruiva un nido alla sua ipocrisia,

il rifugio nell’incavo di un tronco.

Il passato di due anni un’epopea,

il pulpito da cui farsi maestro.

 

Il tarlo

l’inquietudine

il timore

una distesa vessata dal vento

nell’inverno coperto dal cappotto

di una solida, ricca posizione –

da qualche amico che continuava

a cercarlo (evidenziando il peccato,

la divisione tra il dire e vivere).

 

Dico beato chi ha amici fedeli,

chi non dimentica i poveri, forza

dell’amore ribelle alla sua fine.

 

(da Salmi metropolitani)

 

 



In pochi conoscevano Romero

prima di farne una bandiera lieve,

da agitare, senza sapere cosa

dicesse davvero il pastore mite

e fermo, incompreso nella sua casa,

testimone che arreso al suo Maestro,

confidava proprio a te la sua pena,

sotto la cupola di Pietro a Roma,

per dissipare la forza del male

insinuato a parole contro di lui:

votato al sacrificio dell’altare

riconciliato col Samaritano

mezzo morto, col Signore spezzato,

per le strade di San Salvador.

L’eco

delle sue parole ti raggiunse

mentre all’esterno della cattedrale,

anni dopo, volevano impedirti

d’entrare, governanti e sicurezza,

confratelli dubbiosi e avvelenati,

a salutare la salma sepolta.

Ma tu, da pellegrino contestato,

non sentivi le ragioni offensive

che scagliate addosso alla sua memoria

ritornavano sui volti complici,

giustificativi, del suo assassinio

(e d’altra parte smentivano quanti

si fecero fautori delle armi,

impugnando in malafede il suo nome).

Di destra o di sinistra il suo operare?

Quante volte anche a te sarebbe stato

cucito addosso quest’abito del limite,

nomade bianco,

perché «progressista»

su questioni economico-sociali,

«reazionario» su quelle bioetiche

e morali, «pacifista» o «guerriero»,

inviso nel profondo agli uni e agli altri,

per la logica dell’individuale.

Vincerai col tempo nella simpatia,

per persuasione, non nell’umiliare.

 

Quell’immagine di te che disteso

abbracci la tomba di Monsignore

dice la forza della comprensione

che i fratelli hanno nella pazienza

e nel Pane mangiato, negli azzimi

del fedele isolato al cenacolo:

«Primero Dios»,

l’amore ritrovato.

 

(da La perla di Lolek)




 

Nostra Signora di Damasco hai un manto

tessuto di spine raccolte a terra,

tra gli innocenti di Aleppo e i bambini

di Hama che gridano alle macerie:

Non cadeteci addosso. Chi ci salva?”.

 

Si faccia diffusa Assunzione, madre

dell'agnello, ogni loro domanda

di protezione.

Rosa di Damasco,

della città che non ti ha mai ignorato.

 

(da A regime di brezza mite)



 

 

Il Paese vecchio stava ai microfoni.

 

Dal palco davano lezioni di etica

quelli che avevano rubato il futuro

degli altri, confessando di altri le colpe.

 

Ogni passo evidenziava la pochezza

ed un’indolente insorgenza d’orgoglio.

 

Getto lo scandaglio nelle parole

per incontrare qualcuno di vero.

 

(da A regime di brezza mite)




 

Mi sposto nella città ma attraverso

il tempo. Lo vedo dal parabrezza

lo stesso luogo che è cambiato e sembra

uguale, quel limitare conteso

all’intorno dagli alberi cresciuti,

dalle facciate rinnovate, mentre

a volte appesantite dall’incuria

e dalla scansione dell’orologio

sembrano chiedere un po’ di sollievo.

 

Per la direttrice di quella strada,

o dai cavalcavia, si rivelano

lì come altrove, quelle apparizioni

che si fanno gratitudine arresa,

capace di dare senso alle cose,

a quella frase, a quell’immagine

di te e degli altri che sale da terra

e che soltanto tu riesci a vedere.

 

(da Rosa dei Tempi)

 

 



I clandestini sono esseri umani

che hanno l’inverno nel cuore ed intorno

una tempesta ed il morso dei cani

sul sole delle attese. Ed il ritorno

alla fornace da cui partirono

gli viene rimproverato, a contorno

di un gelo palese, fatto di attriti,

come un dovere figlio della colpa,

come per gioco fossero partiti,

fuggiti.

_____Ogni notte una nave salpa.

 

(da Rosa dei Tempi)




 

Arrivano sfiniti i pettirossi

nelle campagne, mentre gli altri alati,

tortore e colombe, con stuoli scossi

dal fresco, e le rondini che dai lati

dell’abitato garriscono acute,

lasciano l’orizzonte: da immigrati,

gli uni e gli altri, con schiere non astute,

come i turdidi arrivati a svernare,

che sono sottoposte alle battute

di caccia, che vengono da oltremare.

 

(da Rosa dei Tempi)




 

È caro al passo del migrante il senso

della direzione, sia siepe o colle,

uno sbocco nell’orizzonte immenso.

Brevi tratti diventano corolle

di silenzio sovrumano, di quiete

apparente in spazi, talvolta zolle,

interminati a causa di concrete

paure, dello stormire clandestino

del vento tra le piante che irrequiete

non danno rifugio. È un istante fino

al naufragio che dura di infinite

attese e arriva improvviso: confino

di speranze rese alla voce mite

e poi inospitale che adesso abbino

a stagioni ardite. In mare finite?”.

 

(da Rosa dei Tempi)




 

Tanto perso nella nebbia, annegava

nel dio Po imprecando contro di loro,

gli immigrati, trovandosi da solo

nello stesso stato, esposto al nulla

che travolge e che disgrega la lega

delle sorti indifese: territorio

che dispera, che portò la sua auto

nelle acque. Si sorprese a vedersi

salvo perché attratto non nelle spire

di Gorgone, ma nelle braccia tese

di uno zingaro che si era gettato

nel fiume per portarlo vivo a riva.

Ma che?”, “Ma va?”, “Ma come?”. Poté solo

guardarlo negli occhi per dirgli grazie.

 

Dice che sia contento, che da allora

faccia tesoro della sua vergogna.

 

(da Rosa dei Tempi)




 

...Sogno

una casa

dove

non ci sia

più la morte

né un motivo

per rimpiangere

qualcosa,

qualcuno

e guardare

indietro.

 

Sapendo

che tu esisti

e per sempre...

 

(da Rosa dei Tempi)