La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Alessandro Agostinelli


 

Alessandro Agostinelli è nato in Maremma nel 1965 e vive a Firenze. Si è laureato in Lettere ed è dottore di ricerca in “storia delle arti visive e dello spettacolo”. Dirige il “Festival del Viaggio” e, insieme a Manuele Masini, la collana “Poesia” di alleo/edizioniEts. Scrive su “L’Espresso” e ha diretto alcuni documentari di viaggio e d’inchiesta. Tra i suoi libri: le raccolte di poesia Numeri e Parole (Campanotto, 1997), Agosto e Temporali (ETS, 2000), Poesie della linea Orange (ETS, 2009), Il Cristo dei poeti (ETS, 2010), En el rojo de Ocidente (Olifante, 2014); i romanzi La vita secca (Besa, 2002) e Honolulu Baby (Vallecchi, 2011); i saggi La Società del Giovanimento (Castelvecchi, 2004), I comandamenti dei fratelli Coen (Besa, 2010-2013), David Lynch e il Grande Fratello (Besa, 2011). 


 

POESIE


 

Vicolo del porton rosso

 

c’è un muro di fronte alla finestra

della cucina di casa mia

nel vicolo del porton rosso.

è su quel muro che leggo i continenti

sento i refoli dei venti

le turchesi braccia dei tesori

sventolare sulle terre del galoppo

e vedo agitarsi oceani in tempesta.

proietto lì, sopra i mattoni multicolore,

le direttrici di viaggio della mia età quasi adulta

io che non cresco mai

perché vedo il mondo intero

dentro un pezzo di muro.


(inedito)

 

 



da Il Cristo dei poeti

 

 

Deposizione del Rosso

(Preghiera del volontario di Ground Zero)

 

non credo in dio

non riesco nemmeno a dire

e non riesco a smettere di piangere

non riesco a smettere di piangere.

 

mi copro il volto con le mani.

 

non pensavo dentro ci fossero

ancora tanti oggetti di quei giorni.

per quanti mesi è durata questa

pratica dell’umanità…

 

era una serata più faticosa delle altre?

erano angeli questi?

 

fuori era l’inferno,

a qualche decina di metri l’acciaio

proseguiva a fondere a centinaia di gradi,

dalle macerie si continuavano a

tirare fuori pezzi di corpi umani.

qui dentro non uno sguardo allarmato,

non una faccia tirata,

solo calma e gentilezza.

 

erano angeli questi?

non riesco nemmeno a dire

e non riesco a smettere di piangere

non riesco a smettere di piangere.

 

copro il mio volto con le mani.

 

molti di noi si riposavano sulle panche

di legno, vestiti com’erano,

ci chiedevano se volevamo caffè, doccia,

oppure ci abbracciavano e basta.

 

è questa la carità?

non credo in dio,

nella fede che scuote.

 

quando io entravo per questa porta

a volte ero coperto di sangue e loro

mi abbracciavano. mi amavano

e si sono presi cura di me.

mi hanno nutrito e massaggiato.

ero morto dalla fatica e da quel che vedevo.

ero morto.

loro mi davano la forza.

 

erano angeli questi?

non credo in dio,

nella fede che scuote.

 

quando io entravo per questa porta

di st. paul’s chapel…

 

sono la mia gente.

questo è il mio posto.

questo è il paradiso.

 

io non credo in dio,

io credo alla gente di st. paul’s chapel,

credo nella loro aspirazione alla pace.

 

io credo nelle parole del reverendo

lyndon harris:

what we tried to offer at st. paul’s

was an integrated approach to ministry

where all the needs of the human

being were taken into consideration,

especially the needs of the body.

 

non riesco nemmeno a dire

e non riesco a smettere di piangere

non riesco a smettere di piangere.

 

mi copro il volto con le mani.

 

ogni giorno una maceria da sollevare,

continuamente una croce da togliere.

 

sempre quell’odore, quell’infamia

della polvere di amianto e di acciaio.

 

ogni giorno un occhio in più per piangere,

e i rumori insopportabili delle ruspe

di continuo, un giorno dopo l’altro,

questo lavoro incessante dentro

l’inferno. loro erano là, con noi.

 

io non credo in dio

credo nella gente di st. paul’ s chapel,

nella loro aspirazione alla pace.

 

io non credo in dio

io credo nella gente di st. paul’ s chapel,

credo nella loro aspirazione alla pace.

  


 

close to after

 

sitting

in a starbucks coffee shop

i see people coming in

and a fleet of cabs

slipping downtown.

 

i’m on the corner

at this urban simple corner

behind the clean windows

is the only way to keep

in in and out out.

a shape, a style

of that ancient new city

this postmodern middle-age

of contemporary

fence cultures.

 

inside me i feel what i’ve heard

inside me

up to this exact moment

and outside walking the joy

of clothes on the street or

the burden of my soul

in the eyes and over

the shoulders of people

who come back home

from jobs and opportunities.

 

i drink coffee and

turn my head around

like a little bird that stopped

his singing

to listen from other trees.

 

(inedito, in inglese)




da Agosto e Temporali


Brodskij

 

lo diceva josif brodskij

in una sua conferenza

che questa stanza, proprio questa

diceva lui –

non è sempre così,

così come la vediamo ora noi;

questa stanza è riempita

per lo più di silenzio

nell’arco delle 24 ore,

io dico che anche per questo

si deve avere rispetto

dignità!, dico rispetto

per il suo silenzio

e se ancora questa stanza

ha una sua disposizione

che può apparire naturale

non si deve stravolgere

troppo.

 

lo scriveva josif brodskij

che ha vinto il nobel

come tanti l’hanno vinto

e tuttavia sono più quelli

che non lo hanno vinto,

e che comunque hanno scritto

e suonato con le parole,

con le loro serpentine di parole,

magie bicchieri favole

e le altezze delle donne

il loro sguardo

di gioie freschezze

giorni di festa,

e il mare di notte

che è nero, perché

è nero come il mare

che mugghia e poi

spuma bianco e

resta nero a largo

di notte che l’orizzonte

si stempera nel buio

del mare-cielo

tutt’uno divino e santo,

e si diceva del nobel

di brodskij e che

scriveva qualcosa che poi

alla fine ha a che fare col mare

perché introduce un vero

essere del mare

di un mare caldo e forte

come quello di derek w.

mezzo rosso e mezzo nero

come quel mare là, insomma

il suo mare nero

ma anche mezzo rosso.

 

e lo scriveva josif brodskij

per la mappa del nuovo

mondo di derek

che le civiltà sono qualcosa

di finito, e nella vita di ognuna

viene il tempo in cui il centro

non tiene più, e allora,

quello che le salva,

che salva queste civiltà in declino

(come questa nostra)

questi imperi sottosopra,

quel che le salva dalla disintegrazione

non sono gli eserciti e le legioni,

ma la forza della lingua,

fu così per roma

e per la grecia dell’ellenismo

- voi lo sapete -

e poi alessandro magno....

 

in questi momenti

lo scriveva josif brodskij

il compito di tenere

di reggere il declino spetta

agli uomini delle province

delle periferie.

la periferia dell’impero

non è il luogo in cui

finisce il mondo, ma

è il luogo dove il mondo canta,

perché alla fine si canta.

 

e quando josif brodskij

scrive così – e anche fra pochi secondi

che ve ne racconto un’altra delle sue –

lo so perché ha vinto il nobel.

 

e lo scriveva josif brodskij

che le vere biografie dei poeti

sono come quelle degli uccelli,

i dati vanno ricercati

nei suoni che emettono;

e allora voglio cantare anch’io

e sproloquiare qui davanti a voi

che bevete tranquilli

nelle vostre tiepide case

e che trovate tornando a sera

un cibo caldo e visi amici,

ditemi chi sono io che il mezzo

del cammin di nostra vita

è ciò che non siamo

come cocci aguzzi di bottiglia

che il guardo esclude e poi

pum pum

quella albero secco lassù

e la forza dell’intelligenza

di josif brodskij e di voi

che state seguendo questo sintomatico

armonico ossimorico

rap serenata al sapore di sale

sapore di mare che pisa

non fa la stupida stasera

che azzurro il pomeriggio

e stato troppo azzurro e lungo

per elisa quando margherita

non c’era sulla locomotiva

che buca ancora e a notte

alta e sono sveglio e

il chiodo fisso ora

è come finire questa

vita spericolata che mi fa

continuare a parlare sulla musica

e tutto qui è reso magicamente

soffuso da questa luce

seminotturna seminterrata

e tutto non potrà che andare bene

e anche per il meglio

perché conosciamo le strade

e la luce della notte

e sappiamo dove andare

e abbiamo occhi per guardare

altri occhi e mani per toccare

e orecchie per sentire

e bocche per dire e piedi

per muoversi e siamo

tutti quanti noi puri

e statemi bene e buonanotte

a me a voi, e a tutto il mondo

di cui siamo cittadini

e buonanotte suonatori…..

 



da En el rojo de Occidente

 

 

viaje en autorreflexión

 

a veces, por la noche

vuelvo los ojos hacia el oeste,

un avión aterriza en Pisa

en la misma dirección de mi coche.

 

siento un destino que se cumple,

como uno de los sitios

donde iré de una manera u otra.

 

escogemos una conducción separada,

pero constante,

presente como una fatalidad

que aprendí a reconocer

de los mapas del mundo,

se abren en mitad del tórax

mientras empieza a soplar el viento,

un alma.

 

(traduzione di Manuel Masini e Stefania Gandolfo)