La Poesia italiana del Secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century
Margherita Sergardi
Laureata a Firenze in lettere classiche, teatralmente formatasi presso lAccademia fiorentina de Fidenti, dirige la Scuola darte drammatica e gli spettacoli del "PICCOLO TEATRO di SIENA", fondato in Palazzo Sergardi con Carlo Francini nel 49. Liter di M. Sergardi è partito dalla messinscena di leggende rusticali, da lei scritte e rappresentate allaperto e al chiuso col gruppo toscano di attori contadini (Siena, Firenze, Roma: teatro dellUniversità, anni 40). Dopo la guerra di liberazione, cui la Sergardi partecipa con le forze alleate, nasce e si potenzia lattività della Scuola teatrale senese, inaugurata nel 49 da Paolo Grassi alla presenza di Silvio D Amico e illustrata da Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia".
Fra i nomi più attenti fin dallinizio a tale palestra di studio i critici Paolo Emilio Poesio e Mario Verdone. Nel periodo successivo al 70 (e fino all85) lAutrice-regista ha insegnato ricerca drammaturgica e pratica teatrale presso la Facoltà di Magistero di Bologna e lAccademia di Belle Arti di Firenze.
Ha pubblicato raccolte poetiche: Le Cascate (RADAR/SEI, Bari 86), Alidàda (Ediz. del Leone, 88), Ladro di sabbia (Ediz. del Leone, 91), la trilogia Finale dEpoca (Lirìope Solarità La corda perfetta - Ediz. del Leone, 94/ 97/ 98).
Oltre ad originali per la scena e libere versioni da autori del repertorio classico, è autrice del testo teatrale Guerrin Meschino agli alberi del sole (1943), primo premio "Giovani autori" del corso di Cesare Vico Lodovici e delle seguenti opere teatrali: La città sul mare (Ediz. del Leone, Spinea, Venezia, 1989 ); Vento nellalba (Ediz. del Leone, 1990); Il giardino dei fiori di ghiaccio (Ediz. del Leone, 1992); Cattedrali di corallo (Ediz. del Leone, 1995). Tutte le opere sono state rappresentate con successo di pubblico e di stampa.
Di prossima pubblicazione: Processo Vesuviano, atto d appello a Lord Macbeth Capelvenere, fiaba per ragazzi.
Si trova oggi disponibile presso le Università italiane il suo saggio sul teatro Lingua scenica e terminologia teatrale nel 500 (S.T.I.A.V., Firenze 79) e articoli apparsi nei volumi dellAccademia Musicale Chigiana di Siena (editi da OLSCHKI).
La trilogia Finale depoca è stata messa allo studio presso lUniversità di S. Francisco.
Diverse le traduzioni in lingua francese e inglese che la Sergardi ha fatto delle proprie liriche e drammi in prosa e versi. Ogni anno i suoi scritti sono presenti alla Fiera torinese del Libro e a quella di Francoforte.
Significativo il riconoscimento a Venezia, su relazione di Paolo Ruffilli, in occasione della MOSTRA del CINEMA (settembre 1999).
Ricorrendo in questi giorni i 50 anni del Piccolo Teatro di Siena, Margherita Sergardi ha voluto interpretare in versi lopera di due illustri pittori contemporanei, senesi di nascita e ben noti anche allestero: Marcello Aitiani, Marco Salerni.
Le liriche dellAutrice, esposte coi quadri nelle Sale di Palazzo Sergardi, con i soffitti affrescati dal pittore Luigi Ademollo , ricordano scene e personaggi dun epoca trascorsa; e commentano altrove in Siena, isola di satira e commedia l'antenato QUINTO SETTANO (al secolo Lodovico Sergardi, 1660-1726) autore di satire latine.
Fra gli altri numerosi premi, la poetessa ha ricevuto il "MANGIA DORO 1990" dalla sua città, e alti riconoscimenti ministeriali e presidenziali per la sua opera di promozione culturale fra i giovani avviati al professionismo del settore.
LADRO DI SABBIA
(concerto in rima 1986 - 91)
LA CHIAVE
Ladro di sabbia,
e i sassi raccolsi dal greto
in proda alle cascate
ogni ciottolo unidea.
Li presi con me,
da specchio mi fece il torrente:
polvere sulla mia giacca di fustagno
e voglia che mi lessi in viso
di riscoprire il presente
o prendere al tramaglio
- Dio volesse! -
i giorni di ieri e di domani.
Rete a lungo strascico la Vita
in un mare di rena
là dove un cannone di cemento
non può sommergere i grani
a volo cieco verso la Follìa!
Trepida corsa
come ogni fune dietro alla sua vela,
scaglia di rupe alluniverso,
ladro di sabbia a scalare il suo cielo.
COS ALTRO LA VITA?
(favola agreste)
"Rimarrà la Vita?"
Fu questa la domanda inquieta.
E la Quercia,
fra i giovani lecci e le piante venute di fuori,
parlava in orchestra:
ma sudicio e bianco,
uscito da insolite bufere,
un giovane pioppo
(il più alto e più bello)
con foga intervenne
come ai tempi addietro :
"Donna ritrosa, fiera selvaggia da prendersi a covo,
cosaltro la Vita?"
Qualcuno degli altri veloce insinuò le parole
Samàra, la Vergine-olmo,
eterea,
in ali di mantide pia,
fidata al suo vento
e di cielo compresa,
umilmente propose,
in parlare di foglie :
"Cosaltro la Vita?"
Su fuso girevole - disse -
una guglia di filo
(e un laccio inatteso la stringe)
lei fugge per chine di verde
verso altre sponde lontane
(impercettibile filo!)
e nella corsa quel filo
sinerpica strano
su alberi, muri, scogliere
in nodi ogni tanto sintriga,
ma rapida poi si distriga e si scioglie
(un cappio ne mozza il respiro!),
le piante, posandosi, imbriglia i fiori e le foglie
a proteggere il creato,
e poi si scompone per ricomporsi di nuovo
in unincredibile realtà:
lordito e il ripieno del Vuoto."
Il Pioppo annoiato commentò:
"Banalità prolissa!" -
e un leccio si aggiunse a quel coro:
"Inspiegabile enimma lesistere umano."
CONFESSIONE UDITA
(al campo dei Cerri)
Samàra, la Vergine-olmo alla Quercia:
"Tu che sei giovane da secoli
e incredula ti fingi (anche dellIppocastano
che per il campo frascheggia
e fa pompa di sé
tra le foglie
da finto suicida )
puoi dirci a chi credi,
e se credi a qualcosa, veramente
oppure, superba!
se credi solo a te stessa?"
LArcavola punta nel vivo,
spronata dal Vento,
dette un diluvio di parole:
"Ecco a cosa credo io,
volete saperlo?
imbranata gioventù,
camporaioli,
sterili piante senza fede,
oliandoli a riposo crederei
Io credo alle radici
che in cielo diramano radici
e affondano nel fango
agli dei dogni pianeta credo
purchè in buona fede,
allaltra vita credo,
agli eletti
credo al loro dio
mi affido ai mari,
al ceppo da cui venni,
credo perfino ai manigoldi
se in tempo si ravvedono
ai più scriteriati
se morire seppero
credo agli uomini grandi
che piccoli si credono
ai meno previdenti
che si affidano
a chi si fa credere al prossimo
quello che è
Non credo alle bugìe degli altri
(piuttosto alle mie!)
credo allImpossibile
che si fa vero
credo a me stessa
(alle Cascate, forse?),
alla Malinconia,
di guardia alla gioia sfrenata
Perché non credere ai sensi, allora?
che ti avvisano del Bello,
della Carità, del Bene
alle cose più tremende credo,
veloci e cupe come temporali
credo allarmonia
che disaccordo non è
credo alle cose più vive,
lamore, la poesia
alle cose più semplici credo,
a voi del campo, alle Spighe
a ciò che amo veramente
e ieri ho smarrito per via
Credo a quanto mi resta da vivere
e amando rivivrò
VAGABONDA FEDE
(magico "epilemma")
Vagabonda Fede,
se il Nulla può esistere da solo,
senza Dio,
rinnega lanima (in fondo che vale?),
ma non tacermi di là dalle tombe la tua verità
per non saper che dire
Piccola o grande che tu sia (nascosta qua e là)
dai la tua voce a un trovatello,
ed éi risponderà Voglio saperlo!
se tu quel giorno a prendermi verrai
dritta e in ala di luce senza più ombre,
quasi alle soglie dinattesi cieli
Figlia dellIndugio non fui mai, vengo da te!
Inganno che mi fai, rovescierò il creato,
e un calcio darò a ogni scienza possibile!
Vivere senza pensare (questo il mio "credo"),
godere in attimi il vuoto,
il mio secondo sangue se ce lho,
i voli curiosi a cavallo ai pianeti, la mia libertà!
Bigotta, ruffiana! Ecco cosa sei!
(? )
Perdonami! Ero gelosa dogni cosa bella,
odiavo chi spenge di noia la vita,
o rovina le città,
i boschi, la natura, lumano progresso
Ben vengano gli altri a corteggiar la Pace,
ma chi si fida più? (Ruffiani, bugiardi smisurati! )
Varrebbe il Sole che invecchia e non muore
in archi di parabola sul mare
a spiegarci lesistere dei mondi, la nascita, la morte?
Oh, la mia storia non finisce qui!
Rimani pure, o Fede, a recitar te stessa,
lOmbra carceriera fosti (e il merito a chi va?
dessere il Mossiere più unico che raro
dellImmortalità?)!
Il Credere va sulle acque a piede asciutto, vero?
e dai gangheri usciresti, bella mia,
se ora ti dicessi: "Non è cosa semplice."
Lo scandalo fortifica! E adìrati, o Fede,
rivòltati, strabalza, fa pure come vuoi
(? .)
sottaltro cielo, impiccati! Ma credo.
ALIDÀDA, lenimma
(torneo di liriche 1988)
LA CHIAVE
Su fondoscena di stelle
un uomo qualunque,
Beniamino Gaudeamus,
volle inventarsi un torneo
da empire gli spazi alle nubi.
Cavalli si chiamarono le Idee,
salite in gara dal Nulla:
immagini, versi, poemi
che dessero voce allinfinito.
E mèta fu "ALIDÀDA"
(in arabo "traguardo", fine).
Chi il termine sfiorasse
avrebbe colto lassù
lambito lauro della Poesia!
Beniamino si scelse un padrone
(di strada lo prese)
che avesse la tempra dun dio,
la spada cingesse,
corazza fin sotto le reni
(dio Kappa! )
e nuvole pazze cavalcasse
al grido solenne di "ALIDÀDA"!
simbolo nelloscurità.
AL VALICO DEL SOLLEONE
Soave Umidità,
intrisa dazzurro e di fresco,
pallido genio
che salvi dalla calura e dallastio
la terra
e sveleni lamara Speranza
di nostalgie
no, non andartene di qui!
Pigra di sensi,
ritròvati!
e in margine al fiume
solleva le messi
riarse.
Vi hanno frodato sul nascere,
giovani Spighe,
abbandonate al suolo
Avanti che venisse lOmbra
la vita vi toglieste,
orripilate!
povere Spighe,
rifiutando il mondo
come vera apparso:
misterioso, turpe
oscena ballata in controfuga
(il Bene col Male)
nel perno di macchine avverse.
Fatale ironia, controsenso.
Chi se non Dio vi permise
(voi così belle!)
quel lento suicidio
al vàlico del solleone?
Luna di seguito allaltra,
vergini Spighe,
il capo chinaste al destino,
desiderando la Falce.
Ricordo.
Il Mare amavate, lontano
e il fiume era secco.
I lidi costieri, e lacqua morta,
indietro vi trattennero
il Cielo di bronzo
risparmiò le lacrime
Lorrido ballo in controfuga
mosse le febbri malsane
a ribellarsi a Dio!
Fu macabra danza in palude
i vecchi Licheni accusarono se stessi:
aveva vinto il Fango,
e una lacrima colmò lEternità!
Finalmente il Cielo pianse,
tanto a lungo pianse
quanto era durato il suo silenzio,
la sua pena.
E lOnda ruppe i lidi
soave, beata Umidità!
Per un gesto damore, infinito,
le Spighe rinacquero ai solchi.
E lAttesa fu come quellaugure
in un cielo tutto suo
Cè UNA SPIANATA INNANZI AGLI SCOGLI
(canto notturno)
Vele, diafane vele,
a ritmo di noia ritratte nel vuoto,
spossate,
senza più barca né remi né alberi a prua
giovani vele!
se anche il timone si perse,
andate in deriva
con gli aghi lilla appuntati ai sudari
e màceri fili di sangue,
fumi assonnati per laria,
miserie dun cielo in degrado!
Lembi di anime lente, scorate
sopra la scia delle varie correnti
a onde vi vidi passare :
quasi un corteo di urlanti gabbiani
dalle stanche ali
e dal roco sogghigno
biechi sfiorando a volo radente
londa vorace del mare!
"Ma andate!"
fu lurlo duna roccia antica
"indietro sullacqua, se la marea vi travolge
in avanti! se vi scortano le onde!"
Sulla ghiaia infrante,
le taglienti lame giacevano sparse,
ingrato servigio allesistenza!
Comari le Vele, ma intanto
vi unite per bande, e spinte al veleggio
per gòmene sciolte fingete speranza!
quellunica bella certezza chè vostra :
gioventù sviata,
il Mare, lo so, vi perdona!
Ed io vi rivedo, instabili forme
scampate alla gran Velerìa del disarmo,
avvilite ma giovani ancora,
e fiere di andarvene sole
dove altro cielo vi attende altri porti
Cè una spianata innanzi agli scogli,
dove gli eroi gettavano larmi
e si piangeva, non visti
e si veniva a morire da soli
Ma essa non si vide ancora
(la Pace, perché?)
Neppure sapeva di esistere
aveva quellaria da nulla
e già la cercavano i pianeti.
Comari le Vele,
anime unite in un corpo soltanto la Vela!
prima che sia troppo tardi,
andatene in cerca anche voi
per falla in carena di cielo.
NEVE SULL ANIMA
(contrappunto melodico)
Foglia tra foglie a miliardi.
E quello sbiancarsi dantiche memorie
pronte a dissolversi in echi
pian piano scordarsi
di quella che eri chi eri?
una giovane foglia gigante
aggrappata al suo ceppo
e tesa ad abbracciare luniverso!
Più nulla oramai?
Ti senti sbattuta dal vento
alla fine dun correre vano.
E ricordi finora?
un eterno viavai
riddando tra opposte correnti
(lAnima? il Corpo?)
una fiamma che brucia
(lAmore?)
un corpo che ama lincendio
ma è arso
Capace di ardere ancora
sorprende nel buio
lultimo raggio di sé,
i resti di unanima persa.
Lei? ma neppure ti ascolta,
e appesa a mezzaria
(la Vita? la Morte?)
in specchio di cielo
si volta a guardare se stessa
e quella chè stata :
la foglia dun tempo,
aggranchita, sofferta
allorlo dun vicolo cieco,
affranta, rifranta nel gelo.
Tristezza, tristezza infinita
se ai giorni di oggi ti avvedi
che fosti soltanto una foglia
in turbine daria
e la vita fu tutta una mossa
e andasti per fole di sogno
a cercare un mistero
inagibile ai sensi!
Ma viva lo stesso ti senti
finché ti conservi una stilla di fede
nei candidi emblemi:
una goccia di neve sullanima,
un cielo che cresce allinfinito!
Abbandona quei segni al destino,
desidera e vivi
non sarai più sola!
COSè LA REALTà?
Circuito impalpabile, forse
fuga vitale di estri
e - fusa la Vita alla Morte -
un solo generarsi di corrente!
Silenzio di ghiaccio:
Iddio si risente,
e si risentono i poeti.
Uragani, speranze, illusioni
gente in attesa dun segno
e mentre la nebbia dirada
quellunica stilla
......- toccante ma pura -
si cangia in polìmetro vago
di sensazioni e scoperte.
Foglie a cercare un albero, e un cielo
nello spazio a volo.
DI ASTRO IN ASTRO
(fugato)
E quel punto che si fa più piccolo,
sempre più piccolo, in distanza,
ed esalta la sua libertà
fra nuvole che se ne vanno
(irraggiungibile punto!)
che sia proprio questo "ALIDÀDA" ?
Ma certo.
Un punto che insegue lenimma,
e va traguardando allinfinito.
LA CORDA PERFETTA
(dal 3° libro della trilogia
" Finale depoca - 1998 )
CANTO ALLA MAGNOLIA
(orfico mistero)
Andava lEccelso indagando
il perché
di quellaria di sgomento
che ribolliva da tempo
nellintima crosta dei Monti,
nei segreti anfratti
delle rupi,
nellintimo di ognuno
partecipe ai contrasti.
Avrebbe finito per vincere
lurlo tristissimo della Giogaia,
tanto era fatto il suo cuore
di sensi del Giusto
e di patria ribellione.
- il Lògos? -
Le Rocce si fossero fuse
per far posto alle Pianure?
Il Monte spogliato di simboli
bandisse la magìa?
Avesse trionfato la Natura
in tutta la sua nudità?
la Neve in cristalli e frammenti
si fosse finalmente volta a Dio
di dentro a pareti di ghiaccio
intimamente connesse?
Ognuno sperò nel Rimedio:
"Palingènesi domani?"
Disotto al Gran Cervo
in distanza
la Fata del lago di frana
(mirata illusione
o realtà?)
in valle discesa dallalto
predicò:
"Solitudine, silenzio
a placare gli eccessi di pianto,
le continue risse,
la foga del Chiasso,
i paesi in tumulto
e la dissolta Onestà! "
Il Mondo?
Quel volto non era più il solito
e in lacrime di gelo
ne piangevano le Cime
e il Cervo ne stupiva
LEccelso a quel punto narrò:
"Un dì non so come,
del tutto inattesa
al centro comparve
della grotta
una bianca Magnolia
sfumata in azzurro
che appiè del suo gambo
e fra le radici sotterra
portava un cristallo di neve
invisibile ai più.
Simbolico dono di Orfeo,
era stato dagli uni
scordato,
dagli altri taciuto
in presenza degli Ori,
e mille volte scambiato
per un vetraccio incolore
a trastullo dei meno abbienti
Unico al mondo però.
Da quante ne aveva sentite
sulle solari tirannie
si nascondeva nellombra
e non si fidava del Tempo.
A ragione:
dinverno pioveva a torrenti,
destate col Sole,
né prima del Terzo Millennio
........- il Verbo era questo -
sarebbero mutate le Stagioni.
Al cader delle tenebre,
quasi ogni sera
infuriavano i Venti fra sé
ma la Magnolia resisteva ai colpi,
materna a quel gioiello puro,
in crisi con lAurea Società."
Si stesse mutando qualcosa
nei pressi del secolo nuovo,
ed esempio ne fosse la Pianta
col suo cristallo di neve?
Da capo saffacciasse Amore
a consolare lUmanità?
........................- esortazione -
Rallegràtevi, lettori,
e scalate le pareti nord
della montagna
e poi quelle sud
La caccia va data aglIdeali,
a quel seme-gioiello
andato perso per aria,
tradito,
e giù dalle rupi
caduto a precipizio.
Ce la faranno i superstiti
a risalire il pendìo?
La Modestia si unisse al Decoro,
i Venti si facessero garanti
dun cielo sereno alle porte
(aùspice il Secolo nuovo),
io credo che noi fin da ora
saremmo al centro dei desideri
attorno a cui ruota in eterno
e a gran fatica il Creato.
Magnolia, tu pènsaci,
orfica dea del Mistero,
assieme al tuo Cristallo in crisi.
Come la Neve spegne i Rumori,
la chiarità dei tuoi sentimenti
smorzi linganno più subdolo
e prima che nasca un inferno
lincendio si spenga da solo
Sàppilo da esserne persuasa,
o Pianta grandiosa a fiori bianchi;
il lustro delle tue foglie di cuoio
a valanga travolga ogni vizio
dacché mondo è mondo
millesima parte del Cielo infinito!