La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century
Francesco Piemonte
E' nato nel 1952 a Belluno, dove vive.
Ha pubblicato presso le Edizioni del Leone quattro raccolte di versi, Sismografie (1985), Paesaggio in calco (1987), Amuleti (1990), Dalla periferia del verde (1997).
Sue poesie sono apparse su "Discorso diretto" e su "Lengua".
Hanno detto di lui:
Presentazione di Sandro Briosi - Sismografie;
Prefazione di Ettore Fini - Paesaggio in calco;
Prefazione di Ettore Fini - Amuleti;
Prefazione di Luciano Caniato - Dalla periferia del verde
da "Amuleti"
1990
- Se ti guardo di tre quarti
(lo so, è il tuo lato migliore)
i tuoi occhi diventano più fondi, più scuri
per me
Mi attendi, ti apri
Sfioro il tuo petto, più sodo
passo le mie mani sulla tua barba bianca sul mento,
la mia testina ribelle sul tuo collo
Mio orso bruno, un po' irsuto -
- Quando ti guardo
i tuoi occhi sono più grandi, più azzurri
Scompare quell'ombra viola
Sei tenera, mia piccola vespa
Rabbrividisce la tua pelle
se i miei piccoli morsi scendono nell'incavo dei tuoi seni,
nelle tue fossette scure
Mia piccola volpe bionda, selvaggia -
"Ancora tu,
ma non dovevamo vederci più?"
Ritorni d'improvviso,
trasvolando con le tue piccole ali di mercurio.
Mi sfiori la fronte, a mezz'aria,
leggera come i gemelli,
con i tuoi capelli capricciosi
Appena ti afferro
per mangiarti gli occhi, il naso, il mento piccolo,
cambi il tuo gioco,
metti gli specchi
Mi resta l'ombra della tua schiena sulle dita
Amorino,
hai due gambe elettriche
il culetto al neon
A volte,
ti poni accanto arricciata,
gli occhi gelati d'azzurro, puntuta come un ghiacciolo
E ti cerco con la mano
sfioro con le dita le tue ginocchia
scendo tenero fino all'incavo delle tue gambe,
alla tua piccola cala. Il mare fruscia.
E resto lì, abbandonato,
sui sensi della tua pelle bruna
Vorrei essere la tua piccola vena azzurra delle palpebre
per baciarti sempre gli occhi
da "Dalla periferia del verde"
1997
Cementano le rocce
smaltando di grigio le asperità, le punte
incavano le linee più sinuose per adattare le curve,
le prospettive tagliate si spezzano, si arrotondano
per l'occhio placido
Una colata si stende piana, senza sbavature
un bel grigio-cenere uniforme
spariti i riflessi, i giochi di luce
(non disturbare la percezione)
Per un nuovo paesaggio a nostra misura
(Dolcemente conforme)
Al fondo
spezzano la linea dei seni delle colline
al tremolio di luce sul profilo,
spuntate d'improvviso, a cono, nella mattina
grigie di cenere,
con un pennacchietto di fumo sulla bocca,
l'odore marcio e dolciastro sui fianchi pelati:
le colline dei rifiuti
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
finalmente abbiamo uno spettacolo nuovo:
la guerra in diretta
sullo schermo, nel blu-notte
si aprono a ventaglio gli attacchi luminosi
e fioriscono in corolle come fuochi d'artificio
Nuovi come nella guerra di Apollinaire
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per giorni lo spettacolo si ripete senza sangue
Finché, un po' alla volta, l'occhio si annoia,
tergiversa su altri fondali
si posa sugli steli verdi delle piante dell'angolo
in cerca di un altro video, senza interruzione
(Anche la guerra si consuma)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ci neghiamo a noi stessi per un nuovo ordine,
sempre più contenuti, in regola,
assistiamo alla nostra lenta, purgatoriale resa
Sfumando piano i nostri contorni ci inseriamo nel grigio,
nell'apparente ordine scritto dell'evoluzione
Con un nuova mutilazione giorno per giorno
ci salvano dal nostro intimo caos
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
noi curiamo le rose gialle,
comperiamo il novecento (salirà ancora),
riscopriamo il primo cinema,
sorseggiamo un drink estivo,
mandiamo i figli a scuola di vela,
vestiamo con nonchalance l'ultima moda,
rifaremo una cantina assortita di vini,
sempre leggeri, non sfiorati da niente,
(le notizie dei giornali tramontano subito)
con l'abbronzatura sorridente, le mogli stirate in viso,
intoccabili, come dèi
dal passo agile, giovanile, amici dei figli,
in forma,
esempio di saper vivere
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La crociera per i mari del sud è al largo,
nello stridio dei gabbiani, lontano dalla linea della nave
(Un odore sottile, diverso, li inquieta)
Alla balaustra, i maschi, neri,
puntano ironici, gattoni
commentano leggeri ogni gioco
Seducono, con i piedi nudi come arabi,
il passeggio della sera,
quando le signore abbronzate, quasi viola
si abbandonano al finto riposo, eroticissime
Sul ponte i camerieri hanno il sorriso dei camerieri,
il lustro è lustro,
l'azzurro della piscina è l'azzurro della piscina
Ma una scritta rossa corre a mezz'altezza
VIETATO SCENDERE LA LINEA DEL PONTE
(E' la crociera dei rifiuti)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
girato l'angolo la strada è interrotta da transenne, cavalletti,
cartelli di divieto sbarrano la marcia
mentre una talpa meccanica scava un nuovo tunnel,
eruttando cumuli di terra
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pali di cemento per la luce vengono innalzati, nuovi obelischi,
in un batter d'occhio
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
altri raccordi stradali s'intrecciano, in nuove geometrie
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
si spianano colline in periferia, con un rombo continuo
per altri quartieri allo stesso livello dei precedenti
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
(la città si rifà il viso, muta in continuazione,
assembla tutti gli stili,
cambia di pelle, scoprendo eritemi,
ingloba una parte di noi)
AVVISO
STIAMO LAVORANDO PER VOI
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
là, a mezza costa, sulla collina
nella luce tersa di fine settembre
si disegna la trama dei filari delle viti
Il piede affonda appena nell'erba ancora verde
mentre l'occhio scorge i merli dondolarsi leggeri
sulle rame, beccando rapidi la scorza,
per poi svolare in altri giri tra gli alberi
Sul crinale il bosco respira il cielo, limpido,
quando matura l'ombra del primo autunno
L'ora è colma di voli
Ma ai piedi delle viti l'aria deposita
Una ruggine scura, uno smog, una lebbra della stagione,
che sale piano il tronco, giorno per giorno
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ci plastifichiamo, a poco a poco,
con nuove protesi per esperire l'esterno,
saggiare con altri tentacoli il fuori,
senza contatto corporeo
Mediamo tra noi e la realtà
con strumenti artificiali,
ci neghiamo il tatto, la sensualità delle mani
Finché a poco a poco muterà la vista,
cambieranno gli odori
Così sempre più in noi, negati i sensi, quasi androidi in serie
il mondo esterno apparirà una ceralacca opaca
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
forse siamo al nulla-deserto di Beckett
ai due rifiuti umani, accanto ad altri rifiuti
(solo un albero scheletrico resiste alla distruzione)
quando il dire diventa un ingorgo insensato
un arrampicare sul vuoto, un non-sense tragico
Perduto il senso dei gesti la parola cede
In questa deriva,
aggrappati su sponde distanti,
si tentano ancora segnali
Ma restano chiusi in se stessi
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ora in questa selva di oggetti ci perdiamo
Ad ognuno appartiene una rifrazione di noi,
una faccia possibile del nostro diamante
Ma non ci rispondono, ci assediano muti,
sempre più vicini, sempre più noi
Quel silenzio incombe, ci interroga,
la loro luce abbaglia, e mura noi
Resisteremo all'assedio?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ora riposano le auto in un silenzio scintillante
abbandonate nella periferia
(solo qualche scricchiolio lieve percorre i profili)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
andiamo a visitarle, quasi in pellegrinaggio,
per rendere omaggio,
con i bambini, a sfiorare ancora i musi,
ad accarezzare i sedili
Forse non abbiamo sacrificato molto
A questi nostri déi-meccanici
Non abbiamo rivolto preghiere, libato,
dedicato qualche vittima
E loro ci tradirono
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ora l'industria, dopo l'eccesso di distruzione,
si evolve
Scopre, per contrappunto, l'industria del disinquinamento,
per un soprassalto di coscienza ricicla le proprie scorie
(Le magnifiche sorti e progressive)
Controlla quindi tutti i cicli presenti e futuri
Sarà la nostra Madre Eterna
(Veglierà sempre su di noi)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
a video, sulla scrittura verde, da programma
scorre un'altra immagine, improvvisamente
Interrompendo il flusso programmato,
riempie lo schermo, cattura gli occhi
E' un giardino di primavera,
gli alberi appena potati, un vento leggero sui rami
l'erba germoglia il verde d'aprile
Di seguito un'altra veduta:
un fiume ad arabeschi sulla piana
la riva con i pioppi in fila nel vento
le ombre portate dall'acqua
Poi riprende lo schema dato
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
(a video ci trasmettono i sogni, su programma)
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a poco a poco dimentichiamo il nostro corpo
spossessandoci di noi
ad ogni cambio di stagione, fedeli alle mode
Abbiamo perso i tempi lenti, le attese dolci
le ore di sole abbandonate sulle pietre calde,
godere l'aria sulla pelle nelle sere,
i passi pigri sul selciato, persi tra le vie
Ora le sensazioni incalzano, nuove, eccitanti, mutevoli
Ci sfiorano, per poterle afferrare
Continuamente prodotte
E al corpo non resta che una vaga percezione,
una nostalgia di sé,
di un'altra fisicità perduta
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
e ancora continua la pena, uguale negli anni
non muta, giorno dopo giorno,
quasi senza un prima e un dopo
(la mente dimentica i giochi, non rompe più la sequenza)
con catene leggere, ineffabili,
nella logica dei ritmi di produzione
Tanto da dimenticare il corpo, un componente della serie,
e si affievoliscono gli altri desideri,
subito spenti dalla programmazione lineare, senza sosta
(La memoria cede al presente)
Non resta che il sogno di quiete, di silenzio:
il regalo del week-end
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
morsicano piano piano, a morsi lenti,
la linea delle colline
Così l'occhio sì abitua a poco a poco,
si adegua alla nuova veduta
al nuovo lucore stirato, senza pieghe
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Perduta la memoria altre immagini incombono,
si stratificano,
la vista cede, si abbandona,
e ingloba tutto il presente
Sempre pronta al nuovo (con il verde all'occhiello)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Forse è la nuova parola d'ordine,
un timbro pronunciato dappertutto,
e diventeremo tutti dei giunchi sinuosi, con protesi adattabili,
capaci di sopportare qualsiasi evento
Per una duttilità sempre più specifica, meccanicizzata,
con una scelta fatta circolare in maniera sottile,
tanto da penetrare in noi un po' alla volta, quotidianamente,
tra le altre parole,
in vista di una nuova qualità del prodotto
(Ci alleneremo in palestre verde post-moderno
con esercizi fisici e mentali)
Per un nuovo slogan per il futuro: Flessibilità
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
a mezzogiorno
le Signore smettono un attimo la manicure del mattino
per poter scrivere cartoline di appello alla pace,
con mani curate e con furore pacifista
All'ora dell'aperitivo l'impegno riscatta la giornata
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
premono sempre di più,
stringono i luoghi, si ammonticchiano in pile pencolanti,
penzolano quasi sulle nostre teste
invadendo ogni passaggio,
regalati perfino in sovrappiù sugli acquisti,
con una incontinenza senza misura: i prodotti
E ormai, dimenticato il gioco,
giriamo in un labirinto costruito
da muri sempre più alti di pacchi colorati,
in sottofondo una musica giusta,
in cerca con sempre più fatica dell'uscita,
per respirare l'aria,
e trovare un altro varco aperto per noi
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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