La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Renato Minore

 

Renato Minore è nato a Chieti nel 1944 e risiede a Roma, dove è il critico letterario de Il Messaggero. Insegna alla Luiss. Come poeta ha pubblicato "I nuovi giorni" (Rebellato, 1965), "Il convento francescano", in "Quinta Generazione" (Rebellato, 1970), "Non ne so più di prima" (Edizioni del Leone, 1994), "La piuma e la biglia", in "Almanacco dello specchio" (Mondatori, 1989), "Le bugie dei poeti", (Scheiviller, 1993), "Nella notte impenetrabile", raccolta ancora inedita. Sulla sua poesia hanno scritto, tra gli altri:

 

Giorgio Barberi Squarotti, introduzione a "Quinta Generazione", cit, pp 10-12

Alberto Bevilacqua "I versi della Sfinge", Il corriere della sera, 4-4-‘85

Alfonso Berardinelli-Franco Cordelli, in "Il pubblico della poesia", Lerici, 1976, pp 210-11

Franco Cordelli "Belli e dannati", in Paese sera, 5-6-85

Giuliano Dego, "Relazioni di viaggio", La provincia, 15-6-86

Cesare De Michelis, introduzione a "Non ne so più di prima"

Gualtiero De Santi in "Pelagos", n 4, pp 93-98

Giulio Ferroni, "Storia della letteratura italiana, il Novecento", Einaudi, 1991 p 720

Daria Galateria "Amleto innamorato", in "Poesie d’amore" a c di Francesca Pansa, Newton Compton, 1987

Ruggero Guarini "Spunta Narciso da quelle ironiche rime", Il messaggero, 4-8-93

Mario Lunetta, "Poesia italiana d’oggi", Newton Compton, 1981, pp 97-99

Nicola Merla, "Un edipo strumentale", in "L’anno della poesia", a c di Roberto Mussapi, Jaca Book, 1990, pp 27,221; in "Studi d’elzeviro", Rubettino, 1991, pp 159-61

Vito Moretti "L’orto di Acade’mo", D’Incecco, 1990, 327-9 a c di Antonio Motta "Oltre Eboli", Lacaita 1979, pp 798-9

Chiara Palazzolo, "Le poesie di R. M.", Il diario di Siracusa, 22-5-‘85

Giuseppe Pontiggia, prefazione a "Non ne so più di prima", cit.

Rossana Ombres "Rime d’amore e di turbamento", La stampa (Tuttolibri), 2-6-85

Remo Pagnanelli, in "Marka", n 15, pp 115-117

Elio Pecora, "La solitudine del poeta" 20-5-85

Plinio Perilli "Melodie della terra", Crocetti, 1997, pp 441-3

Walter Pedullà, in Almanacco dello specchio, cit, pp 341-5 "L’ilare melanconia di Minore", "l’Avanti!", 26-4-85

Paolo Pinto "La poesia come stupore dubbioso", Il popolo, 1-5-85

Folco Portinari "Incanto e disincanto", Panorama 7-7-85

Giovanni Roboni "Il poeta non ne sa più di prima", Il messaggero 25-3-85

Paolo Ruffilli, "Una realtà in versi", Il resto del Carlino, 30-7-97

Marco Tornar, "Le menzogne del reale", in Profili letterari, n 4; in "La fuga di Pegaso", Archinto, 1996, pp 31-2, 105-113

Renato Minore ha anche scritto, in narrativa, i romanzi "Leopardi, l’infanzia, la città, gli amori" (Bompiani, 1987, l’ultima edizione tascabile 1999), "Rimbaud" (Mondatori, 1991). "Il dominio del cuore" (romanzo Mondatori 1996), i racconti "I ritorni" (Guida, 1991), la fiaba "Lo specchio degli inganni" (Lisciani Giunti 1992). Tra i suoi libri di saggistica "Giovanni Boine" (La nova Italia, 1975), "Intellettuali, mass media e società" (Bulzoni, 1976), "Il gioco delle ombre" (Sugarco, 1986), "Dopo Montale" (Zerinthia, 1992), "Amarcord Fellini" (Cosmopoli, 1993), "I moralisti del 900 (Poligrafico dello Stato, 1997).

 

POESIE

 

Da "Nella notte impenetrabile"

La piuma e la biglia

C’erano quattro biglie colorate

pronte a partire,

ma lo sparo fu rinviato

da sempre. Da sempre le biglie

formavano un quadrato

immaginario e al centro

c’era l’invisibile punto

di convergenza di tutti

i loro colori.

La pista allungata, infinita,

era una distesa

di acqua o di sabbia,

ma senza acqua né sabbia.

Rossa la prima e potevi

Aver voglia di spaccarla

per trovare i semi

come dentro la melograna.

Verde la seconda come

quando saltella la capra

sopra i prati e i prati

hanno il luccichio

della pioggia appena velata.

Bianca era la terza

ed era neve, neve

coagulata o neve sparsa

o cielo torbido che vela

le forme perché cancella

luce ed ombra.

Nera la quarta ed era

specchio quasi opaco, l’immagine

riflessa era dietro la superficie, non dentro,

come se il vuoto fosse

pieno di quel vuoto

nero nerissimo.

Immobili le biglie attendevano

che dall’una venisse

la mossa per la prima partita.

Ma il silenzio

non faceva scandalo, era

il colore naturale,

rosso o verde bianco o nero

come le biglie che non partivano.

Dall’imbuto di quel vuoto

scese una piuma leggera

vero soffio di zefiro,

e scese in una linea

immaginaria avvitandosi

su sé stessa per i piccoli

movimenti che le venivano

dal suo essere così incorporea

in quel silenzio complice.

Sfiorò

la biglia rossa e nel vuoto

la scossa fu elastica, dolcissima,

la biglia ruotò lentissima,

si capovolse toccando

quella verde che toccò

la bianca e la bianca corse verso la nera

e il moto ondulante si trasmise

mentre la piuma scendeva

nel fondo e forse

vi scivola ancora

tentata da altre quattro biglie

sepolte nell’imbuto

a guardarsi come

Narciso alla fonte.

 

 

Le conchiglie

Approdò sulla spiaggia,

assetato di mistero.

C’era la promessa, o premessa,

per una equa meditazione universale

sui beni prossimi o remoti.

dell’esistenza. Ma il calco

della mano lo ridusse

a ciò che conosceva o sperava.

Era poco, fumo che svapora,

pensava alle conchiglie,

capricciose figlie del caos.

Da qualche parte

il posto non sapeva

neppure dove collocarlo,

nel buiore della mente

o nell’universo delle forme

sempre possibili e difettive –

dovevano pur esserci

le stralunate particelle:

se le osservi, stanno meravigliate

a osservarti e tutto è nello specchio

di quello sguardo che si specchia.

Spinse l’occhio all’orizzonte.

Attese. E nulla in vista,

mio provvido signor Comandante.

Scelse di pisciare con la libertà

che nessuno poteva sottrargli.

Il liquido si raggrumò

nel friabile tunnel

di particole del mondo.

 

A chi contempla il cielo in una notte stellata

E raggrumate galassie

impongono altezza e sgomento allo sguardo,

da questa sottile crosta

prodigiosa è la vita e ogni vita s’annienta

in un battere di farfalla,

l’occhio torna a scrutare

l’armonia e la perdita, il brusio e il silenzio,

il punto addensato che scivola

in ogni sua rappresentazione

dentro nuvole e pulsio di lucciola

è il nostro tempo e la nostra morte,

questa parola che s’incurva

ruota e scopre vertigine

la distanza, impossibile aggiungere sabbia

come il bambino copre sulla spiaggia la voragine

nell’arco vuoto del refrain siderale,

e succhiati dentro le teche

gli insetti si scambiano puntute

immaginarie carezze, non disperati

segnali come se stessero per annusarsi

né possono toccarsi se conoscono

la grandezza automatica del loro gesto,

solo se la pietà libera il vetro

li vedrai annusati e felici

nel tempo saltante del desiderio,

ma pietà corre e tronca il legaccio

pietà supplica e accarezza?

pietà è l’inchiodarsi, lo schiodarsi

al nudo tacere oltre l’orizzonte,

e altre volte potrai accendere l’occhio,

gonfio di senso e di conoscenza

sentire che l’allucciolio

è ormai iridescente soffio e bufera, ancora trascina

dalla minima quiete del suo niente

e ancora parla, può rischiararti

il calore, la forza di esistere,

come crebbe quel primo pollone dentro la roccia

e come poi spezzò la lastra

stampato ancora in una forma elementare

che tutto il moto stellare della sera

brucia nella pupilla slargata e sorpresa

 

Piccolo trattato sull’angelo

 

Un lago ghiacciato di parole

e scivolano

a inseguire la striscia

che incide la crosta,

solchi dove le biglie sonanti

lasciano echi gentili, soffi,

fantasie di cieli bruciati

dalla necessità di essere cortesi,

coprirci con il Witz

e sottrarci al mulinello

stretto sotto la morsa

e potrebbe essere l’armatura

d’un guerriero d’altri tempi

con l’inchino paziente,

l’ansia leggera leggera

a seguire il sole

nel suo zenith.

Trotterellava l’elfo

come un acrobata sopra il filo,

l’hai seguito nell’intrigo

del bosco e hai riso. Hai riso

tremando mentre la sera scoloriva

quel biancore di acqua tritata.

 

2

Vertiginosa abbondanza

d’ogni contrario,

numinosa dispersione

d’ogni somiglianza:

che nulla e nulla e nulla

possa meglio combinarsi…

Se la parola scivola

nella sua iridescenza,

s’annida quel maligno

inizio, che fa il mondo

piallato e vuoto

come una gomma

sbucciata dal vento

siderale della fine,

come un bicchiere

dove l’acqua galleggia

senza gravità

nel rinato equilibrio,

come l’onesto cercarti

che oscura la teologica

proprietà che hanno i corpi

ad essere oltre ciò che sono,

a chiamare senza che il grido

prenda voce, a essere stampo

senza forme, anche se il mondo

senza rinnegarla

spariglia la sua forma,

anche se l’amore si ritrae

come il pulcino bagnato

in cerca del modello,

e nell’angolo recalcitra,

anche se travestito

non riesce a celarsi,

non può fingere se non c’è.

E che la grazia sia cedevole

che si salga fin dove

è ancora pensabile,

e se c’è una scudisciata

(turbine o altro?)

che saetta tra le foglie e rami

che Miranda si dissolva

o acsenda tra i calchi

ancora possibili,

possibile il vento

possibile il mare

possibile il monte

dove tutto si placa,

possibile che un vetro

appena carezzato

racchiuda il gesto, il soffio

l’aguzza figura

che solleva l’anima

al suo sito naturale

e in festa improvvisata

si racconti, si racconti

la favola dei gemelli

alfine armoniosi

e la favola della lastra

in bilico nel flusso

del meriggio appena velato

di scintille e presagi.

 

 

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Da "Non ne so più di prima"

Non temerli i ritorni!

Ti amavo, mi amavi,

ma non ci amammo.

Ora io t’amo

un po’ di meno,

anche tu m’ami

un po’ di meno.

Per questo possiamo

amarci, finalmente!

Ti conosco antica come un male:

l’antico male del mondo

per cui – lo dicevo piano sillabando –

sei vissuta senza conoscermi

per almeno un quarto di millennio

 

Ma se l’amore non è prolungamento

E neppure regressione,

ecco il momento è propizio:

cresci e monta, sgomitola passione.

Ma non ne so più di prima

 

 

Anima, cuore si continua:

bislaccherie d’una tipologia d’altri tempi:

come dire che con il gatto con gli stivali

si vive ancora (un grumo: cattedrali

e montagne di cristalli)

oppure trascoloro, ingabbiato.

Amarsi

fuori della logica conveniente: cadenzare

la mia abitudine

a non uscire senza il rispetto di me,

questo nuovo encolpio che ci cresce dentro

come un’anguilla,

avventure stupri sodomitici riti

e demolitrice la nuova presenza, la persona.

Oltre l’apparenza:

noi che andiamo senza altare

come se la verga fosse la chiave del mondo

e con il pube si potesse trovare l’unità

suppostane la sfericità.

 

Stella del mattino

Ed io

ora proprio mi sento addosso quello che mi rende

improponibile

ad un’altra qualsiasi ipotesi di me

che non sia questa sfilacciata crepuscolare

con un boccale d’ansia leggerina leggerina

e uno stipide che m’addolora, e tu

che ti affusoli e gridi con tanta bella forza

che c’è, insomma, cosa e cosa,

luna e luna, ma nessuna cosa – ne convengo –

è più straordinaria d’essere qui a usare voce e seme,

a essere amabili tranelli della lingua

in cui sostare, e poi al telefono

usi con semantica scansione l’alone sparso

della nostra umbratile voglia di essere

e di toccarci, vincendo la resistenza di urlarci,

ma in viso

che si potrebbe sostare altrove,

inseguire una larvata disposizione a saltare i fossi:

non qui, non qui

dove Alessandro ci fa sapere senza inchino

d’essere venuto correttamente al mondo in un giorno,

il suo giorno del signore, quando l’apocalisse

lasciava il passo ad un più mite ferragosto,

e c’era

tanto gusto a mettere il sandalo

e sciamare, sciamare, sciamare…

 

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da "Le bugie dei poeti"

Taccuino dei sogni guasti

Severità severità

Raccomandò la maestra:

i cattivi vanno scovati

come erbacce tra i pulcini.

Mi imposi di punire alla cieca

la classe che rumoreggiava.

All’appello scelsi a caso:

ricordo il viso tremante

di chi colpivo senza ragione,

una volpe nella tagliola.

E il listello con il nome

era già quasi composto:

dovevo solo stampigliarlo

nel regesto universale

per rubricare quel reato

che non c’era stato.

La maestria ripeteva

la sua trista litania:

che la legge sia tonante,

sia pesante, sia asfissiante.

Ero felice

o ero imbarazzato

mentre la mannaia

colpiva l’innocente?

Ed eccoti dopo un quarto di secolo

a scivolare sulla pozzanghera del sogno

a dirmi che l’ipotesi di una fuga

verso la liquidità gioiosa ch’era a nostra portata

appena dietro la cinta popolata

della città post dannunziana, sì, quel salto

era possibile, e se non fu fatto

è per la mia abissale incontinenza

a mescolare le cose dette e le cose pensate,

e non sempre, animula, ciò che ho pensato

irresistibilmente s’è tradotto

nella potenza della comunicazione

che tutto avvolge, anche questo mio sogno

sfilacciato sfilacciato da far faticare

la modesta volontà di decifrazione

che mi ha fatto pensare tutto immobile,

già deciso o già vissuto?

 

L’io minimo

Ma l’io è minimo, lo sai,

l’io è la lucerna

che hai dietro le gracili

tue spalle, è quel resto

di dente la stoviglia

bucherellata la spianata

di Hiroshima l’orlo

il fendente che non prende

la colla essiccata

sul tavolo di papà Leopardi,

è lo stabulario l’acquario

il dolorino dietro l’anca

il motorino che non si stanca

la turbolenza, l’eccesso

discreto o eccitato,

la porosa granulare proprietà

dei corpi che si toccano,

degli amori che divergono.

E’ il quoziente tra il tanto dire

e il poco dare o il tanto dare

e il poco dire.

L’io è tutto qui.

Pelato come un cardo,

roso come un tuorlo,

sbrindellato, accasciato

come un santo

senza aureola, come Belzebù

senza forcone,

sfilacciato arrotolato

misero moncone

d’una festa ormai finita

sgocciola sgocciola

in una serie infinita

di piroettes come al circo.

 

 

Dedicate

 

Luce. Singhiozzo. Pausa. Ritmo.

Era festa. Passavano. Gridarono.

Ragioni elementari.

Ma più elementare quel serpente

Che bucava

fino al Traforo.

Vitale: più della impossibile

vitalità richiesta.

Giusto: più dei buoni sentimenti

urlati da balconi curiosi.

S’appannava quel suo colore

con il sole pomeridiano.

Si sgolava la storia

nei candidi disegni. Tutti

bambini contro l’Orco

malefico.

Ma che fai, impassibile?

Escluso nel minestrone

non ero bambino.

Razza canaglia che sono,

non feci salto a suon di trombetta.

 

per Elio

Non c’è pioggia che valga

quella pioggia. Non c’è ricordo

che valga quel ricordo.

Siamo prodigiosamente vuoti

di pioggia e di ricordi

e la vita è ricordarci

della pioggia e dei ricordi

senza alba

se non quella estenuata del bambino

che cerca l’oro sull’atlante.

Ma in quell’alba chi pensava

che tutto sarebbe finito

così senza gloria, neppure quella

che non si nega a nessuno

come il peccato blando

di via delle Caserme

e a noi resta soltanto

l’inconfondibile sagoma

di ciò che simula

esperienza e verità?

 

L’esercizio dei patimenti

 

Ad Alessandro

alla sua impazienza

che mescola risposte

alle domande

Ma chi siamo noi

sul crinale

da cui mortalmente divisi

l’asfodelo della pianura

e il giglio degli acquitrini?

Chi siamo noi,

è come l’oppidum

il nostro invasamento

e non c’è cemento

che serva fuori: e raspa

il bimbetto la porta,

entra e travolge

sul tempo breve

d’un incantamento

e la motilità non chiede

alle stelle il responso

da tempo sono smessi

questi consulti balordi

come abiti inzaccherati

nella polvere e in un lampo

ecco ho il righello

sento soffocati i gridi

che portano mio padre da mia

madre

incastrati

mi incastrano

a quel teatrino

unto e posticcio,

e sgrondo, mi avvito

in questo dolorosissimo pertugio

che dà pena al ricordo

grazia alla separazione.

Non altro:

solo grida la gioia

d’essere fune e tirare tirare,

scimmietta che si prova,

dallo sguardo monta

il suo terrore di me

terrorizzato…

 

Privilegi

Anche il tempo ha i suoi privilegiati

chi vive sotto il suo segno

e ne divide corrosioni e splendori.

Ma chi è vissuto – ente pensiero mondo –

prima del big bang

dove è davvero vissuto

se neppure gli era concessa

a indennizzo l’apparenza di una larva?

E se è stato tagliato fuori

Da questa colossale trasformazione

che esce dal suo transetto

e semina l’esistenza nella forma

di luce sempre più rossa

a segnare l’invalicabile distanza…