La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century
Tommaso Di Francesco
E' nato a Roma dove vive e lavora. E' redattore di esteri del quotidiano Il Manifesto. Suoi versi sono inseriti in riviste e antologie in Italia (a partire dal 1968, su Nuovi Argomenti), Francia e Stati uniti. Tra i libri di poesia ha pubblicato: Cliniche, ed. Crocetti (Milano, 1987) con una introduzione di Franco Fortini; Tuffatori, ed. Crocetti (Milano, 1992), con una lettera in versi di Gianni D'Elia; Incorpora testo, poemi in versi e in prosa, con una introduzione di Pietro Cataldi, ed. Piero Manni (Lecce, 1994); il poema Il buio della specie (Quaderno slavo), ed Piero Manni (Lecce 199). Ha curato le antologie: Veleno, antologia della poesia satirica contemporanea italiana, ed. Savelli (Roma 1980); in collaborazione con il poeta Antonio Ricci, Elenca, poesie di elenchi, antologia di testi elencatori, ed. Valore d'Uso (Roma 1982); e con Pino Blasone, La terra più amata, antologia della poesia palestinese, ed. ManifestoLibri (Roma 1988). Tra i libri in prosa ha pubblicato il libro di racconti Doppio deserto, ed. PellicanoLibri (Roma 1985), con una prefazione di Paolo Volponi, e due romanzi, Il giovane Mitchum, ed. Il Lavoro Editoriale (Ancona, 1988), e Hotel Abisso, ed. Mancosu (Roma, 1994). Ha scritto il dramma radiofonico Lettera da Tirana (1998).
Bibliografia critica essenziale
Nell'edizione di Trobar, del 1984 (Barbablù Edizioni, Siena) poemetto, poi inserito in "Cliniche" che attraversa e rivisita la poesia trobadorica provenzale, Roberto Roversi scrisse: "...e a me leggendo è venuto in mente un saggio acuto di Angelo Monteverdi, in cui notava che gli ottimi fra i predanteschi, e comunque salvatisi dalle acque del tempo e arrivati fino a noi, se scrivevano d'amore usavano il linguaggio 'piano' italiano, se scrivevano di guerra (del mondo, del potere, del re) usavano il provenzale, che era una lingua imparata (anche se, nel trobar, imperante). Di Francesco con la sua poesia può quindi suggerire questa considerazione: se non sia in atto, più generalmente, una migrazione linguistica (rovesciata rispetto alla annotazione di Monteverdi) che trasferisce il linguaggio del cuore in strutture chiuse e scure per cercare di recuperarne i palpiti consumati dall'usura di secoli di bellissimo esercizio e servizio...".
Sul clima generale della scrittura di Di Francesco, già Paolo Volponi, introducendo i racconti di Doppio deserto (PellicanoLibri,, 1985), notava: "La sua è scrittura come clima, energia, sostegno e quindi metabolismo, che trasforma per il calore e le peristalsi dei suoi organi, assume e filtra...La lettura è difficile, densa, come rarefatta, piegata da un andamento ossessivo, non transitabile senza sospensioni e avvertenze per la sottigliezza sopra larghi vuoti: interrotta e deviata da riferimenti indecifrabili. Bisogna allora aspettare che la scrittura propaghi e dal suo sfinirsi emerga un cerchio di associazioni e consonanze".
Franco Fortini, introducendo Cliniche (Crocetti, 1987), scriveva: "Ma di che ci parlano queste poesie? Dico della materia, nel senso di argomento, vicenda e anche in quello di sostanza greve e talvolta purulenta; tanto più che se a fatti figurativi può essere paragonata è proprio all'arte 'materica' di macchie, manifesti strappati, bitumi, arsioni...La sconnessione o sovrapposizione di strati ol oro incastro, vuol esser figura di un mondo di relazione e di linguaggio che è percorso da flussi contraddittori e che, invece di comporsi in una coscienza unificatrice, ha solo un timo, anzi un appetito ritmico Infatti la maggior parte di queste poesie può esser letta velocemente in modo da accrescere, non da diminuire, gli effetti di sovrapposizione; che non sono quindi ritardanti, ma acceleranti. L'universo di 'cliniche', sì, e di ospedali psichiatrici e di sadismi, con uno sfondo di città facilmente identificabile (Bisanzio)...Questo poeta ha bisogno di fisicità, è astratto o action painting solo in apparenza....A questo punto, la cronaca e la geografia dei fieri versi, rattratti, scabri, dei Cinque quintetti e della loro splendida conclusione nel nome di Lu Xun; i Cinque quintetti, ossia lo spazio e le realtà 'pratiche' della Cina, luogo non celeste né infernale, ma mensurabile a forza di economia politica e di storia, fanno opposizione alle illusioni liriche e ne viene una figura compiuta che, in qualche modo recuperando una situazione degli inizi, costringe il poeta a non tendersi fra Prenestino e Provenza, fra il suo lavoro di scritture dell'oggi e il mondo miceneo, ma a guardare a fratture nostre contemporanee che, prodigiosamente, somigliano a quelle che da sempre egli aveva avvertite nel cuore della sintassi e del lessico".
Intorno alla poetica contenuta in Cliniche, Antonio Porta, recensendo il libro sulla Talpa settimanale del Manifesto, il.....1987, scriveva: "Allora viene voglia di tornare al citatissimo ma, sospetto, poco amato, perché poco assimilato, Roman Jakobson a quelle righe del suo saggio del 1932 intitolato Che cos'è la poesia, dove scrive: 'Come la funzione poetica organizza e governa l'opera poetica, senza necessariamente emergere e saltare agli occhi, così anche l'opera poetica nel complesso dei valori sociali non spicca, non prevale sugli altri valori, ma ciò nonostante è un'organizzazione fondamentale e decisiva dell'ideologia. Appunto la poesia preserva dall'automatismo e dalla ruggine la nostra formula di amore e odio, di rivolta e riconciliazione, di fede e negazione'. Credo che Tommaso Di Francesco, depurato dei tributi generazionali, possa aderire, anzi abbia sostanzialmente aderito, alle formulazioni cos' nette e così trasparenti di Jakobson...".
E Gianni D'Elia, su "Rinascita" del 16 maggio 1987, annotava intorno a Cliniche: "Tommaso Di Francesco ci aiuta a capire meglio il 'da dove' e il 'verso dove' del fare poetico oggi...Le nove sezioni in cui si articola il libro, fanno intendere infatti un'officina dura e necessaria, in un costante attraversamento dello scrivere inteso come resistenza e continua reinvenzione, del sentimento ossessivo, del 'pensiero dominante' e delle forme; dall'invettiva al ragionamento, dal poemetto alla lirica seriale...".
Ancora Franco Fortini, recensendo Tuffatori (Crocetti, 1992) sul Manifesto del 22 maggio 1992, scriveva: "La poesia, si sa, non muore mai: ma quella che scriviamo e leggiamo somiglia sempre più spesso ad un omaggio floreale alla sua memoria, a un rimorso imbarazzato. Chi in questi versi di Di Francesco dice 'io' è tutto balzi rabbiosi e contenuti. Mi fanno pensare alla scena del primo film dal Dottor Jekill quando Mr. Hyde è in un palchetto di cabaret e, belva umana, volgendo gli sguardi ora alle ballerine ora alla platea, si trattiene a fatica dal balzare sul proscenio per aggredirle. Violenza che si svolge anche in immobilità e allucinazione. Il brutalismo di cui discorro, da Polifemo metropolitano, è però di continuo come perforato e percorso da soffi luminosi e freschi, da accenni melodici presto soffocati o derisi. C'è la volontà di costruire sequenze, storie, vicende: come nella serie sul canto della Callas ('Medea'). Anche quella di ventidue composizioni intitolata Limbo è una forte incatenatura, tenuta su da ricorrenze iconiche (oggetti, al plurale; pezzi di paesaggio) ma soprattutto da quello che è il massimo segno di autenticità di Di Francesco: la scansione degli accenti, il martellìo sempre sicurissimo".
Nelle "Pagine sparse" sul secondo Programma radiofonico Rai, Paolo Ruffilli commentava: "Quella di Tommaso Di Francesco dei Tuffatori è una poesia dell'intelligenza, certamente, ma che non è per nulla spoglia del riscontro che si dice solitamente umano, emozionale: anzi che, per contrasto, in forza inversamente proporzionale, fa sprigionare dalle sue limate superfici, laccate d'ironia, un'ansia assoluta di partecipazione e di complicità rispetto al mondo e alla sorte degli uomini". E ancora Luca Canali sul saggio "La dismisura" (ed. Bompiani, 1992), annotava tre voci nuove nella poesia italiana: Tommaso Di Francesco, Ermanno Krumm e Franco Marcoaldi, e scriveva: "Tommaso Di Francesco (Tuffatori): forte e cupa concentrazione emotiva, tensione ideale espressa in ellissi sintattiche, bruschi arresti, improvvise volate, spesso su allucinati sfondi urbani.
E il 27 ottobre del 1994, Filippo La Porta, parlando di Incorpora testo (Piero Manni Ed. 1994), diceva, sulla Talpa Libri del Manifesto: "...con interrogazione inesausta che però non rinuncia al 'canto', ecco Tommaso Di Francesco: qui non bastano compassione (dolente) e solidarietà (attiva): occorre immaginare dentro di sé e dentro la propria esistenza (per quanto protetta) i 'punti di sutura', dove ci si ostina a compiere gesti della vita quotidiana, dove si aiuta il mondo a ricominciare, pur in assenza di ogni speranza". Sempre su Incorpora testo, Gianni D'Elia, sulla Talpa Libri di giovedì 28 aprile 1994, ha scritto: "Come suggerisce l'acuta prefazione di Pietro Cataldi, lo specifico di questa raccolta di poesie è il rovello della comunicazione, e cioè di come la poesia e la vita entrino ed escano dai media...L'allegoria è precisa: corpi e vite, messaggi e linguaggi diversi, lirica e cronaca, dimensione pubblica e privata, tutto appare reciprocamente incluso ed escluso nel contesto dell'equivalenza generale delle merci e delle vite contemporanee. Non c'è niente di più difficile oggi, in poesia, che mettere a confronto il verso e la merce. Eppure in queste pagine che allineano sei nuclei lirici e narrativi, il marxismo di partenza e il giudizio d'intenzione non annullano il sentire, e anzi fanno dell'impoetico sentimentale la propria bandiera".
Sull'"Espresso" del 20 maggio 1999, Enzo Siciliano ha scritto sul poema Il buio della specie, (quaderno slavo) (Piero Manni ed. 1999): "Tommaso Di Francesco, un poeta che lavora come inviato al Manifesto, che ha seguito le 'guerre serbe' degli ultimi anni e, accanto ai servizi per il suo giornale, ha tenuto 'un quaderno slavo'...ci mette davanti una realtà che il tempo sembra non voler o non poter scontare. Così, gli equivoci, i dolori si sono a tal punto addensati che la guerra, esplosa ormai nel cuore dell'Europa, e sui quei luoghi, è diventata un destino necessitante e necessitato. Volponi Fortini, sono i nomi che affiorano come esempi. A me sembra che Di Francesco tenga in vita lo stilismo realista, il pathos morale di Volponi: materialità linguistica e, per contenuto, i risultati di sofferenza che 'la merce' della modernità produce". E sul "Corriere della Sera" di mercoledì 10 marzo 1999, anche Erri De Luca, ha ricordato, recensendo Il buio della specie (quaderno slavo) in un articolo intitolato "Di Francesco canta l'ultima guerra d'Europa. Fra le schegge di Bosnia": "Di Francesco, tra i pochi assidui dell'Est ha perlustrato qui i campi esplosi, piuttosto che gli elisi, più consoni ai poeti"
dalla raccolta Cliniche, poesie e poemetti, introduzione di Franco Fortini (Crocetti Editore, 1987)
Wu *, Cinque quintetti
"...La paura della speranza e l'amore per la disperazione. Non si tratta
d'un medesimo sentimento, né si ritrovano nella stessa persona. Non
necessariamente. Ma parliamone, perché la Cina scatena l'una e l'altra"
Franco Fortini, "Ancora in Cina"
(Quaderni Piacentini, n. 48, 1973)
Primo quintetto
1
Aerofago il ventre piatto di Xi'an,
fogna d'imperi che allinea ancora vivi
terrecotte di pronti guerrieri.
Senza questa violenza, per uno solo
eterno, non avresti memoria di materie?
2
Cercate soluzioni, troverete esecuzioni!
Zaofàn* di sangue fresco, tre file d'uomini
e una donna, birilli rapati a zero,
animali domati, tenuti sotto il giogo,
mentre accusavano sentenze ad alta voce.
3
Non c'è pietà allo stadio stamattina,
quello che mai si vorrebbe vedere,
poligono di tiro la nostra specie,
quello che più non si vorrebbe, il colpevole
che perde nei pianti la faccia e la testa.
4
Pure i fucilanti non partecipano,
la loro qualità è l'indisponibilità.
Camicie bianche e accese di Goya, povere
giacche verdi, immobili strappate, fiere,
già stanno oltre, nella fossa comune.
5
"Ladri", dicono, "Stupratori...assassini...".
Comincia il carosello in sidecar, ordini,
zoccoli, divise ferrate, occhi militari,
strattonati sui camion, al disprezzo mostrati,
tra breve sigle rosse su elenchi eseguiti.
Il fidanzato offre kekou-kele* e il mattino
fatica ad alzarsi sopra il mattatoio.
(Xi'an, 1 luglio 1985)
Secondo quintetto
1
Barbe d'acqua sullo Yantze
e gorghi infinitesimi d'inferno,
gli scarichi dell'acqua fanno terre,
resiste acerbo il filare sui pendii
quanto eguale dirittura del mondo.
2
Case raccolgono il sereno intorno
e fornaci del balzo grande e piccolo
che fece, perdendola, guerra combattuta.
Martelli pneumatici a buie martellate
sono tendini ancora e le dita, cinque, prensili.
3
Funzionari bambini, quadri rinnovati,
un terzo intero del mondo conosciuto
avventura lunghe le ventiquattro ore
avendo luce oltre i cento calendari
di nebbia acida, di nebbia occidentale.
4
Chi serve a tavola non è venduto, ancora,
e ride sapendo prima la saggezza tutta,
prendendo le distanze. Un terzo del mondo
fa maschera dubbiosa d'affetto, rischia,
saliva, si schermisce, si dichiara assente.
5
Tempo che abbiamo più non avremo,
tempo che non hanno avranno?
Il rullio del battello fa comuni
le ansie e le paure al passeggero,
è mia madre la donna adesso stanca
dai capelli intrecciati di colline,
sul capo chino, verde del Sichuan.
(lungo lo Yangtze, 3 luglio 1985)
Terzo quintetto
1
Dovunque senza strade umani appesi,
nella battaglia sudata avanti china,
su su per le costole scoscese
formiche che pure accendono parole
e azzardano nei tempi la scrittura.
2
Il falconide rosso ruggine caccia
trapassando gli occhi l'acquitrinio,
afferra il barbo con l'artiglio adunco
e quello sguitta ferito in mezzo all'acqua,
gli sfugge e cade l'occasione di sfamarsi.
3
Prenderanno occasioni loro, allora,
afferreranno il pieno dentro il nostro vuoto.
Affrettano good bye per essere all'altezza,
con le voglie corrompono di filamenti deboli
le trame enigma delle sete, l'occhio ai jeans.
4
Se si passa la chiusa è l'allegria
di ragazzi malandri e di bambine
che vergogne sussurrano, malizie d'età,
e il sesso preparato, aperto o duro, quasi
senza che nu sia differente da nàn.
5
Nella sosta a Wuhan gli sguardi sequestrano
gli occhi truccati di belletto blu
d'un giovanotto di quindici anni profumati.
Femmine di trent'anni, tutt'uno coi metalli,
su imbarcaderi ritornano, traversano pontili.
Cicli dei raggi delle ruote stradali,
niente eguaglia il ritornare a casa.
Quarto quintetto
1
Così come creta diversi forma
i visi e nudi, la zoppa vita, in fondo
nelle orbite buie, isola corpi e cuori,
l'uomo qui davanti, la sua parte notturna,
preminente ha sul volto l'avviso del teschio.
2
Lo specchio appare ospite straniero,
non natura tra gli altri, rive
non separano sabbie da greto e sassi.
Canneti e pietre levigate precipitano
piantagioni di mais, cicatrici e cancrene.
3
A pelo scivola intessuta rete,
riaffonda delicata e stesa, draga
la fortuna da sinistra e da destra, sinistra...
Il battello cieco procede ad occhio nudo,
tesa corda è il cuoricino cinese.
4
Nascoste stanno cento città, illividite
nella memoria che nessuno racconta.
Pensando ad isolati attracchi ai margini
sorge, bussando alla porta di dietro *,
gente tanta quanta mai pensavi finora morta.
5
E' il giallo pomeriggio senza amori
e malsano avviene corpo d'affogato,
di pochi giorni morto, a festa vestito.
Gonfio di ventre, occhi spenti al cielo,
pancia all'aria, steso uomo leonardiano.
Chi corvo appollaiato, chi amico nemico
sull'argine guarda, ansioso aspettando?
Quinto quintetto
1
Se un uomo fosse in fuga a non produrre,
lei che non c'è sta dappertutto,
se al tempio sterile rubano corteccia,
se nei pazzàri stanno donne abbandonate,
se il carillon delle stazioni è "Oriente rosso"...
2
Bambine a cosce nude, mangianastri
ai fianchi e cuffie, lacche sull'unghie
ciclamino, tacchi a spillo trasparenti
in attesa dei mercanti del nord.
Nuove foto porno ad Amsterdam.
3
Abaco in chiave binaria, conta il numero,
non tappeti di carne e preghiera.
Disattendere l'ordine di contarsi
il numero, contare nudi godimenti.
I figli unici colmare le vie...
4
Passano russi camion-Liberazione,
steso grano sull'asfalto asciugato,
ma sfrecciano laccate nuove Nissan,
è mio padre, ha trent'anni l'autista,
e le guida fumando senza filtro col mondo.
5
Facciamo sgombre le nostre scrivanie,
umili come lo scrittoio di Lu Xun,
il cinghialetto di pietra per fogli
volanti, portacenere per nuvole di fumo,
bianca ceramica faretra portapenne,
un lume che sia penombra sui segni, prima
che sole, luna. Affilate le nostre scrivanie.
(Shanghai/Pechino, 10 luglio 1985)
* Note al testo. Wu in cinese vuol dire cinque. Qui è nella misura dei cinque versi, per cinque strofe, per cinque canti. Nel primo quintetto c'è la sorpresa sgomenta di chi, per caso, nella città di Xi'an, quella dell'esercito di terracotta, scopre un'esecuzione capitale in uno stadio. Nell'ordine zaofan è la colazione, kekou-kele è il nome cinese della Coca-cola (letteralmente significa, felice e deliziosa). Nel secondo quintetto, il verso conclusivo "/niente eguaglia il ritornare a casa/" è tratto da Li Po (Difficile la strada per Shu). Nel terzo quintetto, nu vuol dire donna, nàn è maschio. Nel quarto quintetto, "...bussando alla porta di dietro" è un modo di dire molto diffuso in Cina, è la doppia porta, i mezzi nascosti, la realtà corrotta; il verso "/gente tanta, quanta mai pensavi finora morta/" è tratto da Dante (Inferno III, 55-57). Nel quinto quintetto appare a Shanghai, nella casa-museo a lui dedicata, la precisione testarda e paziente dello scrittoio di Lu Xun, il più grande, quanto dimenticato, scrittore cinese contemporaneo.
*********
dal libro Tuffatori (Crocetti Editore, 1992)
da Cretule
Nidi
Sui nidi entrando in casa
lo sbatter d'ali si scatena,
quell'ovatta di piume corre ai Lari
e rioccupa le stanze col frullare,
l'aria ha le nuvole uccellarie
dall'incavo in pagliuzze faticate,
rimangono d'ombra le codette
a tana e seme del frantume mio
la scorta d'una seconda vita.
Giovani operaie
Così nessuno mi pazienta amore
e quando crollo nella febbre, il giorno
nascosto adora, cancellato negli occhi,
voi che trafilate ott'ore di lavoro.
Change money
Oh i mercati neri! Scambiano
le fosse degli occhi, hanno
una coppa in mano, portano
doni, nell'iride sempre
anche i più dolorosi,
di contrabbando e in spavento
avvertono le uscite dal deserto.
Microattentato
A proposito di fame
io rubavo
a proposito di morte
io scrivevo.
Vorrei una tregua tra gli uomini
Si discute di una mia qualche
vecchiezza, non dell'anno
che gira e il tempo volta,
ma maturo nel pozzo e secco
in fondo spezzato, terracotta
è il cuore, in due e mille
frantumi dell'anfora latina.
Allora vorrei una tregua
fra gli uomini, vicendevole,
quando la luce avviene urlata
come sangue versato in padiglioni.
Accampamento zingaro
Roma è dei fiumi, a sud
straripa l'anima e l'Aniene
esce gonfio il Tevere giallo
d'odio cresce senza natura
in corsia d'immobilità.
Poveri i bimbi zingari
inventori di vere elemosine
per il nostro semaforo a pezzi
per il nostro teatro di sangue
storpi e laceri di carne
inghiottiti dal ventre nostro.
Campi d'urne
A tarda sera è giunto un verso
non atteso come rammarico
lasciandomi stellato.
C'è un non pianeta tondo
nel sistema solare e parla
la lingua, la nebulosa di fuoco
girandola straparla
stavolta della morte.
Finiti e fragili fringuelli
arroccati uliveti perdono
l'origano, odore dei morti,
di cui il nome dimentico
solo più forte odorando.
Totip
Così ripristinando in retrobar
l'ombra del primo ragazzino
che serve l'anima ai tavoli,
ho avuto le carte truccate
le carte dei miracoli attorno
da poco venuti a raggiungermi.
Appestati e alcooli urbani
al mio scrivere come feto
pensato bambolotto, tazzina
sporca, ceneri e malato legno
mezzo bicchiere in bianchennero...
Anche loro scrivono, vincono
rincorrono del tempo i vincitori
delle corse dei cavalli, cabalà
nel diario dei giorni giocato
e fanno 1 X 2 e hanno pietà
dei secondiarrivati, gelosia
dei forti soltantopiazzati.
A cercare con gioia e smarrimento
A cercare con gioia e smarrimento
i ragazzi son sempre di meno
e sempre più senza steli nell'acqua.
Ora adesso dobbiamo ascoltarli
prima della rottura del frenulo.
Stuntman
Stuntman
il poeta
prova per te
la caduta.
I rospi smeraldini
Nella vita che è uguale in vetrina
per tutti i criceti chiusi in sbarre,
basterà stamattina l'acquario
per l'arrabbiata bestia innamorata
e i rospi smeraldini che s'accoppiano
in fontane, basterà a dar sapore
di natura bugiardo...? Dì, basterà l'acquario?
Biancore
Biancore d'una stella tulipana
apparsa con ritardo di memoria
vorrebbe una rivolta fra le dita
invece della fame solo amore
se poeta è chi muore d'amore
niente ancora m'ha corrotto la notte.
F.F.S.S
Ero messo in un angolo
dagli occhi del bambino
che mi chiedeva le cuccette
chi l'ha messe chi l'ha fatte?
Ero messo in un angolo
a spiegare che l'arrivo era
un punto di fuga, il transito
l'unica presenza, il luogo
a partire unico sito
e in mezzo un riposo segreto
servizio a giacere, tratto
nel segno inutile, nel tempo
del passaggio a metà.
Stavo zitto nell'angolo...
Tuffatori
(poemetto 1987-1988)
1
Entrando nell'acqua mota
come in occhi persi e chiari
pinnava la mia parte sirena
avanzava l'intelligenza tritone
aggirando la presenza di terra
che permette rifrazioni
al chiarore di specchio
ai liquidi vicini e approssimati
spartitori di luci, ladri
di promesse avanzando verso lo scoglio
dei sudori, ho visto le ombre
promettenti, ho rapiti i sorrisi
di chi non commenta
ed è tuffatore
ed uno dietro l'altro con splasci
in onde esplodenti e sconquassi
di grida come per una festa
lanciata a scoperta di spazi.
2
Ancora non è ucciso il puma
e la ferocia rappresa nei recinti
fuga i profili per la notte,
frammentato è il cuore dei bufali
nella piana città di cadute,
ecco dal dolce pendio del neon
tuffatori in attesa con gli archi
infilati delle braccia ai fianchi,
piegate in architetture di fiori
sbocciati alle ossa di tuffatori,
scandiva il sole tuffatori,
segnalava nell'aria, tramite alla specie,
iperbole dei corpi, cadute a strapiombo
volo fatto a fughe nell'onda
che all'acqua tiene come a un guado.
3
Distante dal vuoto mi ricordo
che un pianto affiatato insieme
lambisce davvero le corde
l'odore lambisce e fugge la naturale
forma, quella che un corpo per sudori
ad altro corpo vita dà umidori.
Ecco le mani giunte in acqua
penetrante al cuore innalzano
silente il mondo, computera la lingua
una memoria offesa che inghiotte
l'ora presente e chiude nel corpo
del mare per sempre il tuffatore.
4
Allivida la stanza forme memo
sogna i passati di placenta
bagnati e veglia penitente
sopra lo specchio del nuovo idolo.
Niente che alla fine non muoia
in forma sua propria di felce.
Numus e battevano le mani,
entrò nel blu più blu,
Elias
Celio
Spurinna
Cleves
entravano nell'acqua tuffatori
e più non uscivano a prender aria
e sole e in un sorriso entravano
bagnati
e tutti erano morti e vivi
e nello stesso orario.
5
Non sarà la presenza dell'albero
dei rami irregolari e delle foglie
d'una pianta che non si sa che sia
a dare luce al dubbio se lo specchio
d'acqua è stagno, mare fiume o lago?
Io ho visto e inteso lo spazio
tutto lo spazio come aperto oceano
e tempo che lo rende agli occhi aperti
con il moto ondoso che fissa alle pupille
stare l'andare e lo smarrirsi soli.
*********
dal libro Incorpora testo (Piero Manni editore, 1994)
Incorpora testo* (poemetto)
***
Nella forma estrema io vedo
insieme trauma e godimento
il mondo e io non abbiamo
confini distinguibili. Non siamo
sazi e disperati. Odio
e pietà, ecco il traffico.
***
Il sole ch'è pianeta nella pasta
di vetro fa la tana, in letargo
fa amore riflesso eco di luce
negli occhi t'acceca e doppio
diventa il pianeta di fuoco
sparpagliato in barbaglìi tanti
quanti specchietti in mano ai bambini.
***
E dove s'appunta voce
brilla licore del silente
termina dio che presume
l'ansia finita nella chiara
acqua che più non può
voce drilli crilli trilli
grilli d'hospitali bip bip
by-pass del sentire la morte.
***
Eserciti ignoranti si scontrano
nel buio e nel deserto, sali
dentro gli occhi induriscono
eserciti ignoranti s'accecano
di notte il cristallo secreto
fa la pupilla serratura minerale
senza pietà proprietà quelli che
adorano un dio soltanto
eserciti si scontrano di notte.
***
Certo se sai che dentro la vetrina
c'è tutta la fame d'oriente
e di quant'altro mondo conosciuto
e lìddentro dove più è sottratto
l'universo ansima nell'algebra gigante
l'opera matematica del disamore
che sottrae, somma, sottrae, divide
moltiplica dentro la vetrina la fame.
***
Che pianta sei se metti radici
aeree dentro la carne mia sospesa
che mi sta in attesa arido orto
che pianta e peli e levigata
pelle tua affonda nella terra
e un limone nero io germinerei
ma tu radice sempre presente
sementi sporgi e voci soffi.
Che pianta sei, come canna
tenera non pieghi e non spezzi
ma accogli in ventre e non uccidi
ed hai un lamento di sorpresa
sempre pronto per la mano sterile.
***
Non sono più leader del mio dolore
esso non mi riguarda, non sto al sole
in fila al suo sportello di sgomento perso,
vengo preso dall'arcipelago e dall'insula
confitto nel cuore l'incorpora testo
d'una sconfitta che trema e carne non s'è fatta.
(*) Nome di un comando della tastiera del computer con cui, automaticamente, si può inserire in un testo che ci interessa, un altro brano preso anche al di fuori del contesto dato.
da Zone umide
***
Sequestro per pena ai ragazzini
i palloni finiti sul balcone
a devastare interni e li tengo
tutti nella cella-stanza catturati.
Rimbalza la casa di palloni,
cavallucci di Frisia di rivolte,
il buio rotola pieno di palloni
e offende immobilità del cemento
bolla d'aria che prepara le crepe.
Non ordiniamo il mondo, siamo
febbre a misurare febbre.
***
Chi ti parla non ti riconosce
chi ti riconosce non ti parla.
Ho visto l'upupa da vicino, è venuta
sottocasa a beccare mangime paglierino,
abbiamo preso una birra insieme,
fino a notte è stata a parlare.
Le ho detto che volano i punti
cardinali, che l'est diventa sud
del nostro nord e il nord più al centro
e il sud più a sud. Lei m'ha raccontato
che è stinto il cuore degli uomini
e nel ventre materno va riintinto
perché troppo poco vale al mercato.
Poi è volata lasciando la presenza
di tante vocali stupefatte
come fanno gli uccelli nell'iperbole.
Chi ti riconosce non ti parla
chi ti parla non ti riconosce.
***
Allarmi, unica voce che si parla
in città. Allarmi, i vostri servitori
filippini unica voce. Ci sono
polpastrelli che subito lasciano
l'impronta, altri che non danno
né occhi né sudori. L'allarme
è il vostro polpastrello del vuoto.
***
Vorrei esser sospeso, appeso
tra le piante che non danno
frutta, vorrei l'impotenza
che ho conquistato a stagioni.
Sintonia del formicaio e ritmo,
voglio parlarti delle altre vittime
ora che il salice appare di metallo
e vicino all'ombra la tana è di siringa
nei viali attorno le celle di casa.
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dal poema Il buio della specie (Piero Manni, 1999)
Lettera da Sarajevo
1
Brutta di luce la fame, i denti
cibo non azzannano, ma la carne
delle labbra è divorata, e se il pane-luce
all'improvviso arrivasse a mordere,
in perpetuo solo sazia delle labbra
a brandelli. Così se avete fame
il messaggio che arriva è solo sangue.
2
Corpi tagliati in piazza nei Balcani
nonostante la situazione di grandissima
tensione, canarini in gabbia presenziavano
la fine bruciata delle case, l'acqua
titillava i rubinetti, panni sui fili
restavano appesi alle finestre sgocciolando
dei corpi umani memoria di fantasmi.
3
Sarajevo caro mio*,
bella Italia caro mio,
Terracini caro mio,
Ventotene caro mio,
dare soldi caro mio...
4
I morti animali da cortile
beccavano mangime in tv, il canto
delle galline dalla certa fine
non prevedeva nel ritmo la vendetta.
Il volo delle tortore d'oro
finito sull'antenna in dondolìo
tentennava codette brillanti
azzerando al salto la luce dei canali.
Grigio diventava allora
lo schermo dell'insieme travestito.
5
Il mondo ogni giorno ricomincia
per teatro nudo della sua crudeltà
ricuce e scuce la bianca camicia,
ferito versa il sangue sbottonato
dei pianeti finora inascoltati.
E' nei punti di sutura che si slabbra
il mondo e ogni giorno ricomincia...
(*)Cantilena di un anziano di Sarajevo che, durante la guerra etnica, usava la sua memoria e la sua storia di antifascista per elemosinare.
Aspettando la morte di una madre
1
Aspettando la morte di una madre
nessuno mi dà consigli vicini e lontani,
sento venire un vento solamente
che indica i dissidi della vita breve
che con lei nelle ore ho combattuto...
se il geco fosse tarantola di muro
mortale o l'azzeccato portafortuna,
se la mia spaventosa somiglianza
con il padre fosse indizio necessario
o sequenza del tempo che non muta.
2
Aspettando la morte d'una madre
ecco che il corpo suo pelle e ossa
che sta senza futuro che non siano giorni
è stato corpo mio e gli occhi poi m'ha dato
che ad ogni luce accesa vibrano.
Aspettando la morte d'una madre
è l'amore generale che vien meno
e solo l'impotenza della lacrima
appiana pianure in cui attendarsi.
3
Lì vedo accecante tutto il tempo
rubato dalla merce al mondo
passarmi accanto nel trionfo del bimbo
che per strada annusa colla
e ride e ride e succhia l'ultima ragione.
Scrivere sta nella zona di silenzio
tra la parola fiato e la scena
che muta il debole in assenza.
Ho la sapienza d'un male che non viene
d'un inutile bene...d'un inutile bene.
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