La Poesia italiana del Secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century

Claudio Damiani

 

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo, in Puglia, da madre romana e padre toscano dell’isola d’Elba, e ha passato l’infanzia in un villaggio minerario, ora abbandonato, ai piedi del Gargano. Dall’età di cinque anni si è trasferito a Roma, dove ha studiato laureandosi in Lettere. Vive e lavora come insegnante in una scuola superiore a Rignano Flaminio, in provincia di Roma. Nel 1978 pubblica le sue prime poesie su "Nuovi Argomenti". Nel 1980, con Beppe Salvia, Arnaldo Colasanti e altri, ha fondato la rivista romana "Braci" (1980-84), e collaborato attivamente a "Prato Pagano". Nel 1987 è uscita la sua prima raccolta poetica, Fraturno (Abete Editore), alla quale hanno fatto seguito: La mia casa (Pegaso Editore, 1994, con prefazione di Emanuele Trevi, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi Editore, 1997, Premio "Carnet"- Il miglior libro dell'anno), Eroi (Fazi, 2000), Poesie (Fazi, 2010), Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012). Un suo testo teatrale, Il rapimento di Proserpina, è stato rappresentato nel 1986 a Roma al Festival di Villa Medici. Nel 1992, con Fabio Sargentini, ha curato un’antologia di artisti e poeti contemporanei: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L'Attico Editore). Nel 1995, per l’editore Fazi, ha curato il volume: Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei. Sue poesie sono apparse in varie antologie (tra cui Des poétes in Italie, Liberté, n.213, 1994, Nuovi poeti italiani contemporanei, a cura di Roberto Galaverni, Guaraldi, 1996; Ci sono fiori che fioriscono al buio. Antologia della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi, a cura di S. Caltabellota, F. Peloso e S. Petrocchi, Frassinelli, 1997; Contemporary Italian Poets, in Modern Poetry in Translation No. 15, King's College London, 1999), e quaderni collettivi (tra cui Poesia contemporanea. Secondo quaderno italiano, Guerini e Associati, 1992, con prefazione di Franco Buffoni).

E_mail    cldamiani@alice.it

Poesie

( Da La miniera, Fazi editore, 1997)

 

 

ELEGIA

 

Gli ippopotami dolci che nell'acqua

erano tutti immersi (si vedeva

solo la punta della schiena) amore

te li ricordi? Oh come erano teneri

e dolci. E tu dicevi: "Dove sono?

Perché mai dici che son belli se

non si vedono?". Oh, amore, erano

nell'acqua e forse non sapevi il nome

italiano quand' io dissi: "Tesoro!

ci sono gli ippopotami che tornano

giustamente nell'acqua dopo avere,

con gli altri mammiferi dal mare

emancipati, visto il mondo". E quando

uno dei due riemerse, il dolce tiepido

dell'acqua e i baci della sua compagna

lasciando, per respirare e per mordere

un po' la mota all'argine (che schifo!

pensammo, e io dissi: "Deve proprio avere

la bocca sporca!") e fece uno sbadiglio

spalancando d'un tratto tutta quanta

la bocca, oh come era candida e rosa

con gli zannoni! E tu come improvvisa

per lo stupore in un moto dolcissimo

subitaneo scattasti!, e quanti baci

t'avrei voluto dare, ma dovevo

andare avanti, ché le altre macchine

s'erano tutte accumulate dietro

e erano un branco minaccioso e stupido.

*****

 

 

 

ALBIO

 

Albio è il piccolo noce che è a sinistra

della strada salendo dalla casa

al cancello. Passando stamattina

l'ho guardato e ho veduto che aveva

fatto delle nocette, a coppie, già

grandine, verdi lucide, un po' rade,

non tante ma bellissime e ho pensato

che l'anno scorso non le aveva ancora

fatte, e quest'anno era la prima volta

che le faceva, e anche guardavo

le foglie chiare perfette ovali

senza neanche una macchia, senza un punto

o un buco, niente, e anche i piccoli rami

alti fino giù al tronco snello nitido

bianco e la forma perfetta gentile

di tutto quanto l'alberetto dritto

nella luce, e pensavo: tutt'intorno

i meli il pero il susino i due poveri

cipressetti piegati dalla neve,

le rose, addirittura la gramigna!

sono malati, e tu sei così sano

invece e lucido e bello e pulito

Albio e stai in piedi nel tuo dolce angolo

nella luce; e pensavo ( e mi sembrava

che stesse come aspettando qualcuno

o qualcosa), pensavo: tutti hanno

qualche male, non c'è nessuno che

non abbia niente, e io avrei dovuto sì

curarli, dargli dei veleni, i rami

potargli e invece non ho fatto niente,

non ho potuto, non ho fatto niente,

e anche la casa e tutto questo presto

dovrò lasciare e i due cipressi piccoli

e Antenore che primo nel pometo

fiorisce e il fico e l'abetino morti

e le rose e l'erbaccia che ricresce

senza posa e il giardino del mio amore

tutto dovrò lasciare, tutto, e tu

Albio sei così bello, oh ma perché

perché sei così sano e bello Albio?

per chi? pensavo, per chi?... e il suo respiro

lieto e quieto sentivo quasi e un'ombra

che si curvava e nella luce un lume

già via cacciavo, già più non volevo

vederlo, e via per la strada tornavo

e non sapevo la tua gloria invece

non la sapevo, non sapevo niente,

e mi venivano, agli occhi, le lacrime.

*****

 

 

 

PRIMAVERA

 

nuvolo nido neve

rondine rivo ramo

Beppe Salvia, Primavera

 

 

E' questo il tempo che il mio amore miete

i fiori onore del campo. E' mattina

presto d'intorno e dorme la casina

con le persiane chiuse (io sono sveglio

sotto il susino - non c'è più la casa...

ma io mi ricordo - dorme il mio tesoro

ancora). Quando ad un tratto si sente

un rumore e di certo è il mio amore

che s'è svegliata. Ora è scesa e mi chiama

e sale lenta la stradina bella

al campo dei papaveri. Io la seguo

e giunti io colgo dal pruno selvatico

qualche bacca ancor viola. Il mio amore

è un lume d'oro acceso tra i papaveri

e gli altri fiori di mille colori,

e avanza. Quelli la mente distolgono

dalle faccende loro e al mio tesoro

sola indirizzano i capi e gli steli:

questi ai suoi piedi intorno si raccolgono,

quelli alle mani, questi si avvicinano

alla bocca e ai capelli, quelli toccano

le sue ginocchia, quegli altri la veste...

Ma tutti restano immobili pure

nel fuoco, restano quieti sereni

ai lati del mio amore fino al monte

in corona raccolti. C'è una luce

dentro e d'intorno infiniti colori,

e è una figura tranquilla serena.

*****

 

 

Stradina, il tuo pensiero è lucido, la tua bellezza è nuova,

la tua età è senza fine, esistevi

già prima d'essere concepita.

La tua grazia somiglia una fanciulla

che si rivolta e si tira su, con le mani, i capelli.

Tu scendi e sali e non ti riposi mai

ma ecco a volte, tutt'ad un tratto, ti addormenti:

le tue ciglia sono socchiuse, le tue labbra appena schiuse,

sui sassi bianchi riposi e è tutto immobile intorno,

gli uccellini abbassano la loro voce,

gli alberi stanno immobili muti;

tu respiri piano e dei sogni dorati

entrano lentamente nella tua mente

con moti pieni di una speranza nuova.

*****

 

 

 

"Sei bella - le dico - perché sei così bella?"

e vado avanti e la vorrei prendere

ma lei va su sempre più su a zig zag,

gira così veloce le sue curve e riappare

sempre ogni volta dietro la curva che sale.

"Fermati un momento, ti voglio baciare!"

ma lei va su con i suoi piedini bianchi,

con i suoi moti celesti e mi sfugge sempre.

Ed ecco poi, tutt'a un tratto, si ferma.

Mi guarda e dice: "Non sono una fanciulla,

perché vuoi prendermi, perché vuoi baciarmi?".

Ed ecco io mi siedo; le sue parole mi vengono

e io leggo il libro della sua sapienza infinita;

i suoi pensieri sono baci sulla mia bocca e sul viso

e il suono delle sue parole è una musica che mi fa piangere.

*****

 

 

 

Veniva ai vetri un'alba luminosa,

m'ero svegliato, non so come,

ma come se ancora dormissi

o come se non ci fosse stato trapasso,

vedevo ai vetri l'alba, e mi pareva,

ora nella memoria a ripensarci,

vedendo la mia stanza di ragazzo

con il tavolo, i libri

e alla finestra le tendine bianche,

e mi pareva che come girasse

come sospesa, come se nel vento

senza fermarsi andasse...

Ma ancora vedo la stanza, c'è luce,

fuori stupisce il canto degli uccelli

e la rete di ferro delle rose

e l'orto di Marsilio, e in quale albero

gli uccellini? Nel bianco della luce

ora svegliàti, in quale albero sono?

In quale ramo saltano? Io la luce

vedo, io li sento, ma loro non vedo.

E va nel vento, s'allontana la stanza

nello spazio più azzurro e più profondo...

E tu uno a uno li vedi e li prendi

nelle tue mani luminose d'oro.

*****

 

 

 

Non dire che la mia casa è triste,

Non dire che la mia casa è sola.

Io l'ho lasciata, io non sono a lei più tornato

ed ecco lei è rimasta abbandonata.

Prima il tetto è caduto

poi anche i muri hanno incominciato a incrinarsi,

i mattoncini rossi del parapetto della scala

li hanno portati via,

hanno tolto le pietre ai gradini del patio.

Sono venuti i militari,

ne hanno fatto una piccola fortezza,

hanno messo del filo spinato, hanno sparato dei colpi,

tutto questo ha dovuto sopportare la mia casa.

Ma gli alberi intorno a lei sono cresciuti,

nel silenzio frusciavano le foglioline,

le ombre delle foglie accarezzavano i muri.

Ogni mattina l'alba, ogni sera il tramonto

sul patio la lonicèra profumava,

i fiori ancora fiorivano.

Il tetto lentamente cadeva, ma quante cose d'intorno,

quanta vita segreta che nessuno vedeva,

che nessuno sapeva,

facevano lieta la mia casa, riempivano la sua vita.

*****

 

Camminare sulla tua via,

o sei tu, sentiero, che cammini dentro di me,

o sei tu la creatura

e io un cammino, una via.

Perché tu, come sei intero,

come sei fatto bene, e formato

in tutte le tue parti.

E quando ti incontro, mi sembri vivo

ché ti fai incontro a me, felice,

o quando ti batte la pioggia, e stai immoto

come le mucche, senza cercare un riparo,

e già chiacchiera l'acqua

e diventi un ruscello.

*****

 

 

 

Caro piccolo anatroccolo

adesso è notte, tu ti sei addormentato,

ti sei messo non so se sull'acqua o a terra sulla riva

forse tra le canne nascosto, tra le foglie secche.

Hai chiuso gli occhi, piccolo tesoro,

hai visto la sera venire,

prima farsi rosea la luce poi diventare buio,

un refolo di vento s'è alzato, l'hai sentito?

ed ecco le cose erano diventate nere,

hai sentito tiepide le pietre della riva,

hai avuto paura di qualcosa, non so di cosa,

ma poi hai giocato con una foglia,

col becco volevi affondarla nell'acqua.

Le mani del mio amore erano lontane dalle tue piume,

non ha potuto vederti, non ha potuto baciarti,

ma un dolce sonno è sceso nei tuoi occhi

e ti sei addormentato,

non so se sull'acqua, o a terra sulla riva.

*****

 

 

Che bello che questo tempo

è come tutti gli altri tempi,

che io scrivo poesie

come sempre sono state scritte,

che questa gatta davanti a me si sta lavando

e scorre il suo tempo,

nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,

pure fa tutte le cose e non dimentica niente

- ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno -

e scorre il suo tempo.

Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,

che bello che non siamo eterni,

che non siamo diversi

da nessun altro che è vissuto e che è morto,

che è entrato nella morte calmo

come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto

e poi, invece, era piano.

*****

 

 

 

Qual è il tuo nome?

Qual è il tuo nome.

Qual è il nome di quell'uccellino

che s'è posato ora sul marciapiede

e becca qualcosa dal terreno?

E adesso a scuola, mentre le ragazze scrivono

guardo sul registro i loro nomi

che non avevo ancora visto.

Ed ecco, per alcune mi sembrano strani,

come diversi da loro;

e penso tra me: ragazze, io vi avrei dato un altro nome,

ma non dico queste parole.

E guardo la loro libera gioia

come una cascata luminosa

che per il tempo si sparge,

come semi che si dividono

e tutti insieme poi si raccolgono.

*****

 

 

 

Mentre i ragazzi fanno il tema

e le loro teste sono chine sul foglio

la stanza della classe riposa quieta

e brilla come una luce intorno ai loro capi.

Io li guardo, e la loro forza mi punge

- una ragazza è venuta a chiedermi una cosa

e nei suoi occhi celesti sprofondo -,

alcune delle fanciulle sono meno belle

ma nei loro tratti rivedo la gloria

delle donne latine,

i modi augusti e i lineamenti noti,

- penso a giovani donne prenestine, antichissime,

ornate di monili, eleganti,

e a povere fanciulle, a contadine a pastore

dei secoli più bui -,

e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

E in tutti, quanta attesa, quante speranze

- loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi -

e penso: come non ho detto niente a loro!

come non ho fatto niente! - non avrei potuto? -

solo preoccupato di fare il professore,

nella fretta in cui sono sempre, e distratto,

come se non mi fossi mai accorto di loro.

E mi stupisco di essere stato capace

pure di galleggiare in questo abisso di luce,

di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,

tra tanto mare calmo come un cielo celeste.

*****

 

Ripenso adesso a come amai interamente

quand'ero ragazzo,

e a come ero sicuro che il mio amore era un angelo,

a come anch'io ero un angelo,

a come eravamo uguali

(ma lei era più uguale di me).

E adesso non dico: tutto questo è falso

perché la vita è diversa, la vita mi ha cambiato;

adesso invece dico: era tutto vero.

Nasciamo angeli e interamente amiamo,

con tutto il cuore del nostro amore ci innamoriamo

come dei bambini che non conoscono il mondo

e interamente moriamo.

*****

 

Chi passeggia sopra di me?

L'erba mi cresce accanto,

gli uccelli sui rami cantano,

la loro voce mi calma.

Ma tu perché non ci sei?

Perché ci sono tutti

e manchi solo tu?

E come farò a superare la tua mancanza,

come farò a continuare

ascoltando il suono degli uccelli

come un carillon

o l'erba crescere

come un tic-tac?

*****

 

 

 

SUL MONTE BELLO

 

Qui su questa rupe dove sono giunto

non viene mai nessuno.

C'è un castello diruto

dal quale si domina su uno spazio ampissimo.

I sentieri erano chiusi.

E' strano che non salga nessuno.

Le spiagge sotto sono piene di gente,

le strade sono percorse da infinite macchine,

tutta l'isola brulica di gente,

ma qui, in questo posto splendido

non viene nessuno, e io sono solo,

sulla torre più alta mi distendo, e prendo il sole.

Per quanto la massa possa crescere

ci sarà sempre spazio per la solitudine,

per l'uomo che abbraccia da un solo punto le cose,

e capisce che solo la gentilezza c'è data

e che la vita vale viverla

per essere gentili,

rovesciando perfettamente come un guanto

l'egoismo in cui siamo nati.

Ho quasi le vertigini, disteso

sopra la torre più alta a strapiombo

sul mare azzurro.

Le pietre bianche mi fanno compagnia,

tutte rotte a pezzetti, come se un sommovimento

della terra avesse scosso il castello

e avesse sparso le pietre.

C'è un muro con finestre ad arco ed edera

giovinetta che sale virente

come fosse stata messa ad arte.

Ho la sensazione che tutto sia distrutto

e tutto sia intero, perfetto.

 

 

 

Poesie inedite

 

 

 

Quando mi rividero gli alberi piansero.

Non dovete piangere, dissi loro,

possiamo essere indifferenti, continuare a esistere

senza pensare a niente,

posso essere accanto a voi, e guardarvi esistere

senza pensare a quello che è morto.

Posso stare fermo, sotto le vostre fronde

completamente immobile.

Posso guardarvi nella vostra bellezza di visi quieti,

come quando guardo Domitilla, quando la prendo in braccio

e sento la sua guancia tenera accanto alla mia,

sento la sua bellezza intera adiacente a me

di bambina già grande, di ragazza,

di donna anziana, di anima perfettamente intera

che non muore più.

*****

 

 

 

Quando oggi ho accompagnato Giovanni

alla scuola materna, lui voleva farmi vedere

i giocattoli, voleva dirmi delle cose

che c'erano nella classe, e io vedevo,

mentre li guardavamo, come erano poveri i giocattoli

e come erano sporchi anche,

e poi lui voleva che io lo prendessi in braccio

e guardammo i pesci che avevano appiccicato

sopra dei fogli (e vidi che i pesci

erano delle foglie molto belle di una pianta strana

di cui non so il nome, e sembravano proprio veri)

e guardavo il foglio di Giovanni molto semplice e spoglio

e mi piaceva molto, con solo due pesci

che scendevano giù verso il basso del foglio,

e chiesi a lui quale era il suo, e lui mi indicava

sempre il disegno di qualcun altro.

Io dovevo andare al lavoro, così lo deposi

e lui s'avvicinò a un tavolino dove la maestra tirava fuori

dei puzzle, e lui disse subito: "Io voglio questo!"

(con una prontezza che io non avevo mai avuto).

La maestra glielo diede e lui cominciò a sparpagliarlo

poi tutto solo cominciò a mettere i pezzi,

e stava chino con la testa, e non mi guardava ora,

e io potevo andare, ma mi veniva da piangere

perché pensavo che o lui non sentiva quello che io sentivo,

o se lo sentiva lo nascondeva,

e, sapendo che io dovevo andare via, non alzava il capo

verso di me (che l'avevo chiamato alla vita

e l'avevo messo di fronte a questo strano gioco)

ma rimaneva solo

con il capo leggermente inclinato

intento nel suo gioco.

*****

 

 

 

Giovanni, tu giustamente dici

meglio stare qui che nel cielo

quando saremo morti

perché qui sei con i tuoi cari,

sai dove sei, anche se non sempre sei contento,

qualche volta sei triste, qualche volta arrabbiato,

invece in cielo non sai con chi sei,

non si capisce bene come e dove si starebbe

e ti fa un po' paura di stare così in alto,

e non si capisce dove si poggerebbero i piedi.

E anche io penso: Giovanni, in cielo, ti rivedrò

o non ti rivedrò?

Ma certo, certamente ci rivedremo,

io ti aspetterò e tu verrai,

e poi staremo lì, anche se non si sa bene in che modo,

anche se non si sa bene, non importa.

*****

 

 

 

- Ma quando crescerò, tu diventerai piccolo?

- No, diventerò vecchio…

- E poi andrai in cielo?

- Sì, e tu diventerai vecchio.

- No, io non diventerò vecchio.

Ma è vero che dal cielo si può riscendere?

- Beh…forse…Ma non serve, perché in cielo si sta bene…e quando io sarò in cielo, ti aspetterò. Poi verrai anche tu e staremo insieme in cielo. Sei contento?

- … Ma perché non possiamo stare qui?

- Beh…

- Ma che, diamo fastidio a qualcuno?

*****

 

 

 

Ecco che ci trasporta il tempo

come il Licenza ingrossato quell'inverno

travolse il poggetto con l'ampio salice

e la bella conca d'acque tranquille verdi,

lui che era così mite.

Così ci trasporta il tempo

dividendoci a pezzetti

come tronchi separati a grande distanza nei flutti,

ma poi non uno se ne perde.

Così smembrati galleggiamo nella corrente

e ci lasciamo trascinare

perché altro non si può fare.

Guardiamo le rive scorrere,

le canne che resistono,

i fiori ricoperti d'acqua ma ancora intatti, ancor vivi,

come insetti nell'ambra.

*****

 

 

Sono steso sul letto

e tu mi accarezzi,

tu mi lavi come un eroe morto

e mi cospargi d’olio.

Piangi sopra di me,

nei tuoi occhi non sai tenere le lacrime,

escono le lacrime dalle tue ciglia

e un singhiozzo ti scuote il petto.

perché piangi? Non piangere,

io non sono morto.

Sto camminando su una stradina bianca

contornata di alberetti giovani,

sento le foglie che sfiorano le mie tempie,

sento la brezza che mi accarezza

 

 

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