La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century
Roberto Carifi
E' nato nel 1948 a Pistoia, dove risiede. Tra le sue raccolte di poesia ricordiamo: Infanzia (Società di Poesia, Milano 1984); Lobbedienza (Crocetti, Milano 1986); Occidente (Crocetti, Milano 1990); Amore e destino (Crocetti, Milano 1993); Poesie (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 1993); Casa nellombra (Almanacco Mondadori, Milano 1993); Il Figlio (Jaka Book, Milano 1985); Amore dautunno (Guanda, Parma-Milano 1998); Europa (Jaka Book, Milano 1999). Tra i saggi: Il gesto di Callicle (Società di Poesia, Milano 1982); Il segreto e il dono (EGEA, Milano 1994); Le parole del pensiero (Le Lettere, Firenze 1995); Il male e la luce (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 1997); Lessere e labbandono (Il Ramo dOro, Firenze 1997); Nomi del Novecento (Le Lettere, Firenze 2000). E inoltre autore di racconti e traduttore, tra laltro, di Rilke, Trakl, Hesse, Bataille, Flaubert, Racine, Simone Weil, Prévert, Rousseau, Bernardin de Saint-Pierre. Ha collaborato e collabara ai maggiori quotidiani italiani ed è redattore del mensile "Poesia".
Bibliografia essenziale
M. Baudino, Nel mitico mondo di Carifi, "Gazzetta del popolo", 19 settembre 1979;
C. Viviani, Il mito e il nuovo inquilino, "Il Giorno", 7 ottobre 1979;
F. Ermini, Il mito per relazionarsi al reale, "Il quotidiano dei lavoratori", 13 marzo 1982;
G. Giudici, Il gesto di Callicle, "LEspresso", n. 40-41, ottobre 1982;
A. Porta, Il gesto di Callicle, "Alfabeta", n. 41, ottobre 1982;
M. Spinella, La microfisica del significante poetico, "Rinascita", n. 32, 1982;
G. Raboni, Qui sento odor di buoni versi, "Il Messaggero", 20 giugno 1984;
T. Kemeny, Infanzia, "Il piccolo Hans", n. 46, 1985;
M. Baudino, Al fuoco di un altro amore, Jaca Book, 1986;
F. Masini, Lanima e la forma nei versi di Carifi, "Avvenire", 1° novembre 1986;
P.F.Iacuzzi, Il paradosso della poesia italiana degli anni ottanta, "Paradigma", n. 7, 1986;
B. Frabotta, Utopisti e menestrelli, "Lindice", n. 7, luglio 1987;
R. Mussapi, Nostalgia del tragico, "Corriere del Ticino", 14 novembre 1987;
I Quaderni del Battello Ebbro, n. 5, aprile 1990 (con saggi di V. Giuliani, P.F. Iacuzzi, F. Sessi, L. Tassoni, I. Vincentini);
T. Di Francesco, Basso continuo del rumore bellico per litanie epiche sulloccidente, "Il Manifesto", 9 novembre 1990;
M. Cucchi, Il filo del tramonto e del rimpianto, "Il Giornale", 9 dicembre 1990;
P. Bigongiari, La poesia, il luogo del ritorno a casa, "La Nazione", 29 marzo 1991;
A. Mazzarella, La lingua continua a battere dove la carità duole, "Il Mattino", 1° maggio 1991;
F. Loi, Il buio mondo che ci avvolge, "Il Sole 24 ore", 10 marzo 1991;
F. Rella, Il lato oscuro delle cose, "La Repubblica", 16 marzo 1991;
E. Gatta, Sul vuoto appesi alla parola, "La Nazione", 11 febbraio 1992;
S. Crespi, Amore senza tempo, "Il Sole 24 ore", 3 ottobre 1993;
R. Copioli, E per musa ispiratrice la nostalgia, "Avvenire", 16 dicembre 1993;
L. Carra, Classici pensosi versi, "Gazzetta di Parma", 31 dicembre 1993;
A. Donati, Amore per una donna e per il nulla, "il Giorno", 24 ottobre 1993;
E. Gatta, Gli amori di Carifi, "La Nazione", 10 novembre 1993;
B. Manetti, Carifi il poeta errante, "La Repubblica", 8 novembre 1993;
D. Attanasio, Amore e morte trascendenti segreti, "Il Manifesto", 9 giugno 1994;
R. Copioli, Carifi: il desiderio è mitico, "Avvenire", 14 maggio 1994;
E. Grasso, Lamore quando il lume si spegne, "LUnità", 24 gennaio 1994;
A. Donati, Intervista a Roberto Carifi, "Il Giorno", 24 aprile 1994;
S. Crespi, Doni al confine del tempo, "Il Sole 24 ore", maggio 1994;
A. Donati, Langelo poetico della solitudine, "Il Giorno", 26 gennaio 1994;
R. Copioli, Figli innamorati del proprio destino, "Avvenire", 28 ottobre 1995;
M. Liberatore, Il male, una provocazione estetica nei racconti di Roberto Carifi, "La Clessidra", n. 1, 1995;
S. Crespi, Chiaroscuro con lampada e scialle, "Il Sole 24 ore", 15 ottobre 1995;
G. Conte, Chi son? Sono un poeta, "Il Giornale", 16 ottobre 1995;
A. Ugolotti, Il dolore nelle sillabe, "La Gazzetta di Parma", 10 gennaio 1996;
A. Donati, Roberto Carifi: un angelo in esilio, "Avvenimenti", 28 agosto 1996;
U. Piersanti, Il figlio, "Tutto Libri", 25 novembre 1996;
P. Bigongiari, Carifi: parole e voce di Figlio, "La Nazione", 5 gennaio 1996;
A. Torno, Quel contratto da verificare, "Il Sole 24 ore", 6 aprile 1997;
R. Copioli, Carifi: angeli sospesi tra essere e abbandono, "Avvenire", 12 dicembre 1997;
G. Tesio, Un neoromantico invoca il cuore, i sogni, laddio, "Tutto Libri", 19 novembre 1998;
M. Fortunato, Amore dautunno, "LEspresso", n. 43, 29 ottobre 1998;
P.F. Iacuzzi, Morte di madre. Quando la poesia "riversa la vita", "Il Giornale", 5 ottobre 1998;
R. Copioli, Carifi e lelegia di uno stile semplice", "Avvenire", 24 ottobre 1998;
U. Cecchi, Quei legami vitali tra figlio e madre, "La Nazione", 6 ottobre 1998;
S. Crespi, Carifi: tra infelicità e silenzio, "Il Sole 24 ore", 27 settembre 1998;
S. Ramat, Un dolcissimo amore dautunno, "Il Giornale", 18 settembre 1998;
D. Fiesoli, Carifi e lestetica dellamore, "Il Tirreno", 18 ottobre 1998;
E. Zucchi, Dalla parte del cuore, "Gazzetta di Parma", 19 novembre 1998;
E. Coco, Roberto Carifi, Rivista de Literatura del centro cultural, n. 3, Malaga, junio 1998;
F. Desideri, Un dialogo a distanza sullalterità del figlio, introduzione a R. Carifi e U. Buscioni, Figure dellabbandono, maschiettoemusolino, Siena 1998;
M. Merlin, Il pathos del sublime: la poesia di Carifi, "Atelier", n. 15, settembre 1999;
D. Fiesoli, Europa, "Il Tirreno", 15 dicembre 1999;
B. Garavelli, Addio alla madre, "Avvenire", 8 gennaio 2000;
G. Colotti, Europa, "Il Manifesto", 8 gennaio 2000;
R. Bartoli, La religiosa tragicità di Carifi, "Poesia", n. 137, marzo 2000.
Poesie
da OCCIDENTE (Crocetti, Milano 1990)
A occidente
A occidente affondano le navi. Quando?
E giusta la voce che racconta il nulla?
scintillano, a volte, ma non è sole
piuttosto un fuoco, un fuocherello acceso nella notte.
Accade a occidente, soltanto a occidente
se danno lordine le mani
e comanda il gesto spaventoso.
E ora di scendere, degradare laggiù,
verso le nebbie, arrancare se occorre
come morti che cercano luscita;
questi sono gli ordini, poi basta.
E neve la donna che saluta i marinai,
si scioglierà dietro langolo,
si annullerà in segreto,
quando si accende la brace dei ricordi
a occidente è perduto chi non salpa.
Sarà un anno, o due, che hanno portato la notizia.
Uno afferrò il tuo braccio, un altro la mia mano,
insieme afferrammo il legno della morte,
insieme facemmo un fuoco nel giardino
illuminammo tutto, tutto fino al buio.
Sarà un anno,o due, che una voce ci disse è stato,
che unaltra ci disse è primavera,
che una mano ci mostrò la sera
dove respirano le ombre.
Non so da quanto una lacrima entrò nelle parole
e imparammo a scrivere a singhiozzi.
Cenere e sangue. Due parole.
Una per dire la foglia secca, sbriciolata,
laltra perchè il tuo sangue scorra nelle mie vene,
sorella desolata.
da IL FIGLIO (Jaca Book, Milano 1995)
Inverno
Una lampada, tra noi, una lanterna fredda
febbraio oppure capodanno, tesse qualcosa la tua mano
o forse disfa, rovina qualcosa la tua mano
e tesse. Ch filo, che filo di lana,
che pianto porta la tramontana.
Chi tesse, chi disfa con la sua mano,
qualcuno tiene la lampada,
il sangue dorato della lucerna,
qualcuno è andato e cè chi torna
con un buio mortale sulla bocca.
Una lampada, tra noi, una lanterna fredda,
narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma.
Chi porta questa parola consumata,
chi parla, chi parla in questa lingua arata.
Quando per te decide il desolato
è giallo questo mattino
restano i tuoi capelli a indicare
perchè qualcuno indossi il tuo vestito
stringa le mani, le accarezzi,
uno inatteso più della morte
quando si arrischia la porta di casa
verso i tralicci coperti di neve
e stanno sospesi nel più desolato
il pane e la brocca,
incontro a un vecchio con le tue iniziali
se la più disadorna delle notti
è la tua cena.
Ciità vecchia
La mano di una donna nei vicoli del porto,
i marinai che vanno via di notte
chiamati da un oceano mortale
sto con le cagne e i contagiati
non so più nulla di chi amo
ma sento un pianto a occidente
quando la luce è inseparabile
dagli occhi dei morenti
e illumina la soglia dellattesa,
la stanza è rischiarata dai lumi della fine
e cercano riparo dentro un cono dombra
quelli che inceneriscono la vita,
che baciano carni uscite dalla febbre,
mostrami la salvezza o la rovina
chiedo allo sconosciuto che non dura,
rasenta i muri della città vecchia
vestito di stracci e di sconcezza...
non sai che siamo scintille di miseria,
non sai chi mi ha mandato?
La luce declina ma durano le cose
trascorro gli anni vicino al lume
perché un angelo ama le luci basse
e va dagli esiliati
è scritta, dice, sopra un lenzuolo sporco
la pena da scontare,
lora già dichiarata
prima che venga un legno a benedire
e ti perdoni una testa pendente
unombra incoronata
se amerai sotto le rosse mura,
dice langelo e la luce
è una coperta bianca sl mio letto.
Dinverno entra nelle case
una segreta minaccia,
una manciata di gelo nelle stanze.
Il vino e il pane sulla tavola,
sulla tovaglia unombra,
nella luce fioca cresce lattesa
che dilania.
Fuori la neve calpestata
non sai se dal fuggiasco,
il viandante braccato dal destino
o lAngelo che torna
con la salvezza in pugno.
da AMORE DAUTUNNO (Guanda, Milano 19989
Esatta è la parola
che viene a noi dal bene,
che afferra come la mano del destino
e piega le ginocchia
e luno allaltra ci abbandona.
Se resta unombra, amore,
non sarà lombra del peccato
ma quella che protegge dalla luce estrema,
che custodisce lo sguardo di chi ama.
A volte il tuo viso muta,
un fragile tremore bacia le tue labbra:
soltanto il bene si mostra così,
nella minuscola piega della pelle,
nel battito sottile dello sguardo.
Il male non ha rossori,
nulla lo lascia impallidire
e si nasconde.
In questa notte nuda di parole
come un angelo cancelli il mio dolore
nella grazia tremante del tuo sguardo.
Anche se questo esilio mi apparterrà per sempre
la tua dolcezza è unanima,
un lampo acceso nel destino,
una carezza deposta nel mio cuore
più forte del vento solitario
che vi respira dentro.
Lo so che unombra ci separa,
che questa luce è fragile
come certi lucignoli che scuote
la brezza leggera dautunno,
ma il tuo sorriso forse lha scritto Dio
nel mio destino.
Ora ti parlo, assente, come se fossi qui
nella luce che bacia questo foglio,
angelo che non avevi un nome,
che forse indovinavo in certe primavere,
che già sentivo in fondo al cuore
quando Dio mi accarezzava nella notte,
tu che non concoscevo, di cui sapevo lesistenza
da quella mano misteriosa
che mi mostrò la gioia più grande
custodita nel dolore,
tu che mi doni in un fragile sorriso
la vertigine
che solamente danno la bellezza e il bene
lascia che ti chiami amore
semplicemenete, così, come colui che prega
chiama amore Dio
e lo ama di più perchè assente.
Chi piange, campana, nel lento rintocco,
che cielo tramonta sul tuo campanile,
il rosso è di sangue
o così si colora lamore morente?
Tu sola conosci, campana, il canto dolente
che langelo intona
quando di sera abbandona chi ama
allabbraccio del nulla,
ma dimmi se langelo piange
nel lento rintocco
oppure è soltanto il mio cuore
che piano si spegne.
Ti prego, campana, non dirmi le ore
del mio solitario abbandono
quando linverno declina
a un sole lucente di morte.
Non dirmi dellangelo il viso
perduto nel tempo di un altro,
ora che un sole vorrebbe fiorire
e muta si spegne la vita
nellultimo raggio.
Passasti con quella luce in pugno,
dissi: "Non so, so molto poco dellamore.
Giù cè un abisso, lo conosco bene".
Tu mi prendesti per la giacca,
metà del mio viso era già ombra.
Abbiamo corso, volato qualche volta.
Di certo ci sono foglie secche,
qualcuno le calpesta,
stridono in fondo al cuore.
Di certo la stanza è un rettangolo dangoscia
e il buio completa la sua opera.
Ogni tanto sprofondo nel cappotto,
accelero il passo come fossi atteso.
Più spesso una voce mi precede. Sono in ritardo,
penso, hanno già chiamato!
Allora vorrei che mi afferrassi per il bavero,
che mi tirassi via, dove cè luce.
Novembre
dove una mano stringe le altalene
e uno sguardo si nasconde
e spia la nostra gioia
di poche ore
quando gettiamo una promessa
nel destino
che accarezza la fronte
e ci disperde
tra le ombre nude dautunno.
Eppure, amore, corri come un bambino
e lasci il tuo sorriso nellazzurro,
corre nel filo la tua voce
e accarezza gli angeli malati,
i libri dove imparavo
la cenere del tempo.
Lontano alberi sottili, unombra scheletrita
che aprile dona a questo sguardo
di povera anima caduta
tra soffitte di bambole e trenini.
Dentro mi resta un soldatino,
un ussaro di stagno
che mi addormenta sul cuscino.
Lo sai, amore, che mi congedo in fretta,
che tocco terra con troppa leggerezza,
che ho un destino nelle tasche vuote
e un angelo spoglio che di sera
mi piange livido sul petto.
E passo sotto le mura di novembre
con un messaggio da portare
non so né a chi né dove,
scritto a singhiozzi come una preghiera,
e vo quasi fratello nella notte
guardando ombre sorvegliate,
certi lumini accesi
e locchio spento di anime perdute.
Amo quelle madonne consumate,
le creature perse in un esilio,
talvolta a un angolo di strada
mi rattrappisce unombra sconosciuta.
Salve, le dico, sorella mia nel gelo!
E vado, e vado
con un tremore antico nella penna,
con un singhiozzo stretto nella mano
e so che un brivido di neve
mi bacerà la fronte.
Notte, nella quale ti vidi giacere
quando lestate devastò il suo mare,
quando nel sasso ti dettero un nome
e calò su di te il mio lenzuolo
tessuto di pianto,
quando il tuo occhio patì per il mio
e verso di noi avanzò
uno stormo di ore cadute,
quando appesero il pendolo che separa
e un uccello rapace beccò fino al cuore.
La luce, di notte, contiene il tuo povero scialle,
le fragili guance colpite,
domando di te alla penombra
risponde un cammimo baciato di sangue.
Chi mai ti depone nel palmo del più devastato,
chi mai ti abbandona allo sguardo
del primo esiliato?
Domando di te al muto animale,
nellocchio gli gronda lestrema stagione,
risponde un uccello di neve
e si scioglie in un brivido il canto.
Chi mai ti racconta di me,
chi mai ti rammenta il mio nome
nel regno dei non più nominati?
da EUROPA (Jaca Book, Milano 1999)
Ma tu, lEuropa,
tramonti con gelido sguardo
sei carne e macello
ragazzi ti bruciano in petto
si amano per quanto stranieri
sei terra lasciata morire
nel gorgo dellacqua
ti piangono addosso
capelli di cenere
sei anima senza ritorno
nellocchio scagliato contro la terra
il tuo sole si spegne
nella bocca ferita delle tue sentinelle
nel gravido sonno
della cagna guardiana.
Dormono con occhi nella palude i morti.
Uno promette amore,
dispone la bocca al bacio,
si avventa su di te.
Un altro chiede di te,
nel cavo dellocchio legge il tuo destino.
Dormono, nel tuo letto di foglie, i morti.
Uno prepara la mano alla carezza,
il tuo viso si scioglie nel palmo della mano.
Un altro abbandona il tuo giaciglio,
promette una voce alle tue labbra.
Dormono, i morti, nel tuo cuore.
Per quale cammino ti credettero pronta?
a quale dimora ti destinò il guardiano?
Decise la mano che ti abbassò le palpebre,
laltra che ti vestì a festa,
che avresti incontrato altre madri,
diviso con loro lattesa.
Chissà se vedesti il mio candelabro
acceso di notte in un lume di pianto,
la veglia che mi portò fino a te,
a metà del cammino.
Tra verande sbiancate dal sole
lanello ti afferrò le dita
il giorno che ti vollero sposa
e la bestia ringhiò
nelle braci del mio candelaro.
Il giorno che ti spensero gli occhi
e domandammo pane allo straniero
e tu guardasti verso il nulla,
il pugno stretto nelle mani,
il giorno che brancolò nel buio
lultimo infermo
fino al tuo cuore
con lanello che fu per sempre mio,
il giorno che mi dicesti
ecco lanello che fa vivere i morti
e venni morto al tuo giaciglio.
Abbiate questo gelo,
queste mani abbandonate al verme
che confonde il tempo,
del Qui non resta che un timbro soffocato,
lOra singhiozzeranno in pochi,
cè una marmaglia cieca
che geme nel mio sonno
abbiate questa barca rotta
che remano i miei giorni.
Promisi alla gelida sorella
la fedeltà degli invisibili,
misi dei fiori alla finestra
per festeggiare il nulla,
tu mi parlavi di notte
in un petalo di rosa,
parlavi al cuore
che batteva a stento
mi mostravi una luce
nemica del giorno,
sulla tua pietra disegnai un occhio
in cerca del mio
alla finestra un sopracciglio
linnamorato ricciolo dei morti.
Ti abbandonai nellocchio
che logora la fiamma
e ti promisi, madre, il mio respiro
quando la cera dei tuoi giorni
qualcuno sciolse goccia a goccia
mi dichiarò perduto un Indicibile
quando misero fiori alla finestra
perché nulla fiorisse altrove
e dal silenzio si mossero i guardiani
incespicando labbra nella pietra,
le nude stelle delladdio
radunò in un rantolo la bocca.
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