Nanni
CAGNONE

Nanni Cagnone è nato a Carcare (Savona) nel 1939, viveva a Bomarzo, dove è scomparso nel 2026. Ha pubblicato libri di poesia, opere teatrali, romanzi, racconti, saggi e aforismi. Fra le sue opere:  What’s Hecuba to Him or He to Hecuba?, poesie, saggi e aforismi (New York 1975); Vaticinio, poesia (Napoli 1984); Armi senza insegne, poesia (Milano 1988); Comuni smarrimenti, romanzo (Milano 1990); Avvento, poesia (Bari 1995); Il popolo delle cose, poesia (Milano 1999); Enter Balthâzar, racconto (New York 2000); L’oro guarda l’argento, opere scelte (Verona 2003); Index Vacuus, poesia (New York 2004); Penombra della lingua, poesia (Roma 2012); Discorde, saggi (Lavis 2015); Dites-moi, Monsieur Bovary, prose (Torino 2017); Ingenuitas, poesia (Lavis 2017); Parmenides Remastered (Lavis 2019); Come colui che teme e chiama, poesia(Giometti & Antonello, 2023); Exitus, poesia (Lavis, 2024).

https://it.wikipedia.org/wiki/Nanni_Cagnone

POESIE

*
Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.

*
Crepuscolo, ultime
disposizioni del giorno.
In lontananza,
su compenetrati dormienti,
turgidamente aurora.
Ma volge ogni cosa
al buio, tra luce e luce
disegni oscuri,
per un tratto siamo illesi
poi si sfalda la mente,
broncio e vertigini
nel sonno, i risvegli
dicono soltanto
sono le nove,
questa mela è matura.

*
Mi smarrii quel giorno
in un villaggio
– prego, non ridere –
come potrei smarrirmi
in un riverbero,
nell’erba tremula
a un ruscello, ne
l’inatteso suo sorriso,
donna che in un punto
fa delicato il mondo.

*
Non saprei
far cosa alcuna
se non tacendola
al cuore,
che d’opre altrui
non si contenta,
se stentati al paragone
i fatti, e macula il chiarore.
Vedo il lustro delle cose
polveroso, e se riguardo
il precipizio della Storia,
ripetizione,
unico argomento.

*
Quando un attimo si scioglie
dai doni del tempo
per una tregua, una luce
non rassomigliante,
noi, perduti senza desiderio
nel concavo dialetto
dell’infanzia, in venerati
nascondigli, nel pettine
dai denti disuguali,
ingannati sappiamo
di avere diritto.

*
perché è chiaro, non viene seguìto
nel più ampio destino nel presente,
tazza preparata da un’arsura
posandosi qui dove rovina.
perché chiaro, oppresso denso,
riunito nella forma di lambire
chiede difficilmente
il molto reciso.
esita se non attende,
quello che involve.

libro quinto della limitazione
Pólis, luogo difeso
dal suo limite, recinto
senza fessura senza vano.
Sua sostanza non è
in una radice, ma nella strana
adunanza che non tiene
nell’unico smalto di una pace.
Pólis, stanca statura,
luogo della terra
disfatto, calcolato.
Altro nome ha la porta,
dove s’impiglia nel suo sangue
il nemico: nome di lontananza,
come straniero che metta piede
nel vestibolo, ostile
e illeso cadendo tra una gente
che non deve ospitarlo
nella lingua, poiché
l’essere sicuro che dormiva
sul fondo ora si è smarrito.
Negli intricati depositi
dove idoli fermentano
e cose su cose
si scambiano il sudore,
certe notti prevale il vento.
Supera l’orlo delle mura
questo vento, sosia
degli Erranti, di coloro
che senza fondamenta
nel vuoto del passato
dispongono una stuoia
e non hanno denaro per il tempio
né tempio, ma riconoscenti
luoghi non preparati.
Gli Erranti, gente incompleta
che semina fuochi e teme
solo i tumulti della terra.
Si dice che raccolgano
la forza della polvere
e vadano all’assalto
senza esordio senza canti,
cipria di deserto
su inchiostri immaturi
e spaccio d’insonnia
nelle ultime stanze nei corpi
ingranditi e caduchi
ornati d’indigenza.

*
Estremo non sarà un luogo,
che sempre può piegare su sé stesso
il suo ritorno – estremo è che non giunge
a compimento, porta ovunque con sé,
tiene collare senza domatura,
mi stringe adesso come
te orribile
invidiata temuta somiglianza.

*
Anima del vuoto,
cagionevole:
bastasse allontanarsi
per vedere
intere figure,
non avrei queste rovine
nello sguardo, non
questo battito oscuro.
Spinte di qua di là
senza capriccio,
saranno nubi
bambine sempre
quelle che saluto
dopo che dissolte.

*
In che consista la notte,
non importa.
E quale artefice
imponga di apparire
quando notte agita o preme,
non sappiamo.
Poi si conosce
certamente cieco
lo sguardo di mezzogiorno,
ché altro è lo specchio
altra la contesa,
e sono gli anneriti
incandescenti,
e partire è più saldo
d’esser giunti.
E’ questo,
il crepuscolo
a cui si è impreparati.

*
Desiderio imparato rispondendo
vorrei fosse la mia arte –
spingere in mezzo la parola, dove
manca l’aiuto il fuoco è spento,
l’istante non conosce la sua storia
e le spezie messe in serbo
non sanno più di niente.

*
T’incantano le strade
che si girano, che sciupano
la prospettiva, le rime
stravaganti e l’asfalto
che non segue la luna,
il funicolo torto che spinge
verso carezze barocche.
Nessuno accanto a nessuno.

*
Qualunque arte,
se non si fa smemorata
e senza mezzi, attenta solo
a seguire il movimento,
vale meno della sua materia.
Anche un albero,
fotografato
con troppa cura,
si allontana.

+
Investitura di stanchezza
– un altro privilegio
da non spartire – mentre
si chiude alla costa
una marea, e tu
– sgomento esempio –
pensi agli invisibili
(oh il lamentato spreco,
il lacero saluto),
pensi con sforzo
all’utilità del vuoto.
Tenere ultima con sé
quest’amicizia
per onde senza mare.

*
Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l’istante, se no punge ogni cosa.
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie –
stormire e basta. Stormire.

*
Vieni scorrere accanto,
mia diletta, e non essere mai
de la stirpe dei ricordi.
Conosci gli sposi della rugiada
e, nella silenziosa chimica
dei boschi, coloro che
concedono il mondo.
Non nominare la scure.

*
Un altro giorno,
nell’astrazione degli anni
e furibondo incedere
del cosmo, le stesse ore di ieri
il medesimo vociare,
tra una Venezia e una Las Vegas
siamo vivi, banalmente vivi,
elemosina di stelle sulla via
calesse che naufraga nel fango
uomo che implora
o incoraggia il pugnale – vivi
nell’imprudenza del vivere,
inquieti anche negli orti
di regina Lattuga.
Sarà oblio
il cigolar del carro verso i fiumi
ove convincere le trote
a eguagliar una danza –
io vi parlo volentieri,
care trote, piedi sul fondo
e corsive calligrafie
da questa canna.
Sì, c’è bisogno in Lunigiana
di lusinghe come in California,
e il mondo non si stanchi mai
dei suoi miracoli.

*
La devozione
con cui coltivi il vuoto
è inerme come il sonno.
Di quanti versi hai bisogno
per non muovere un passo?
Prodiga tua malinconia
e sgretolata arguzia
del pensare, sillabe contuse
indolenziti accenti,
mentre dilegua una volpe
immiserisce il prato.
Non si passa senza pena
dal tuo mondo al suo –
più dell’amicizia
ha gravità la Storia.

*
Su questa lunatica
collina di mare,
noncuranza
o barbarie altrui
non può stancare
l’amicizia dei boschi,
né asservire
le indocili province
d’erba di nuvole.
L’acqua – non è spreco –
getta semi nella sabbia.
Potrei narrare
-nome nessuno-
o tacere, avendo cura
non superar la soglia
oltre la quale
si va solo su trampoli.

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