
Curzia
FERRARI
Curzia Ferrari è nata nel 1929 a Milano, dove è scomparsa nel 2026. Le sue raccolte di Poesia: La giornata provvisoria (1964), Il tallone d’Achille (1984), Alberi (1989), Fondotinta (2007), Lucertola (2010), Pietra (2013), Semaforo rosso (2016), La stagione della lucertola (2022). Di narrativa: Majakovskij – la storia, il romanzo (1982), La divina Isadora (1983), Il vagabondo e le stelle, vita di Massimo Gorkij (1991), L’amoroso nulla (1996), Angela Merici, tra Dio e il secolo (1998), Il cavaliere nero, vita di Ignazio di Loyola (1999), Quadro velato, il romanzo di Margherita da Cortona (2005), Dio del silenzio, apri la solitudine (2008), Incidente di nudità (racconti, 2010), Conto alla rovescia (2011), I giorni di Jacques (2019). Di saggistica: Poesia futurista e marxismo (1967), Il marxismo e la Rivoluzione d’Ottobre (1968), Le memorie del processo Slanskij (1969), Donne e Madonne – le sacre maternità di Giovanni Bellini (2000), Il mondo femminile di Francesco negli affreschi di Assisi (2003), L’ossessione delle Brigate Rosse (2021). Ha lavorato come redattrice e curatrice di rubriche d’arte su giornali quali La Fiera Letteraria, Avanti!, Critica Sociale, L’Indipendente, Il Giornale, Letture, Historia. Negli anni Settanta ha condotto inchieste in Unione Sovietica per il settimanale Gente. Ha inoltre scritto sceneggiati per la RAI e condotto programmi radiofonici dedicati alla poesia. È anche nota per le sue traduzioni di poeti russi come Viktor Sosnòra, Esenin, Anna Achmatova, e per aver tradotto la Plejade di Puškin e canzoni di Demjan Bedny, oltre a poeti contadini russi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Curzia_Ferrari
POESIE
Ai piedi di un antico crocifisso
Ti guardo e d’un tratto
siamo nel medesimo guscio – io
nel Tuo che è perfetto –
subbugli rimasugli impicci, lontani – al momento.
Ma dammi i fili da rammendo
per le smagliature che si apriranno
tra poco – fuori tra la gente –
quando la sera faccio i conti
e non torna niente
le vene senza fuoco, asciutte – e
il bandolo degli anni
che pende chissà dove. Senza scopo.
Il ferro che scava
“Cos’hai fatto” “Il tunnel carpale, una stupidata.”
Mi guarda trepida l’amica – la mia faccia ridente,
la mia mano bendata… “Non è una malattia,
ti tagliano nel palmo, ma poco,
– dove passa la linea della vita –
per aprire un passaggio
come Dio fece con gli ebrei nel Mar Rosso
e Cristo morendo in croce”.
“Fa male?” “Male faceva prima, Lucia,
prima di andare prosciolta
grazie a questo varco, un passaporto”.
“Davvero?” “Rileggi l’Esodo
tu che sei tanto di chiesa, la questione è sempre la stessa,
e sempre c’è un ferro che scava
nella successione di tempi diverso
questo, chirurgico – ma non importa –
a governare i flussi e riflussi
del nostro almanacco quotidiano”.
Jasmine Royal
Non esco quasi più dal mio quartiere. Com’è alta
la predella del bus! E guai se nel metrò
si inceppano le meccaniche scale! O sortilegio
delle mie stanze dove più non si avvera
la schiusa delle uova – tutto è compiuto! –
ma salda mi configuro negli spazi, gli odori,
i colori – senza l’ostinazione del sembrare
ciò che fui, quando il respiro era suono,
il passo un flash e stellati dal trucco – gli occhi,
due girasoli. Il profilo dell’estuario è buono
come un grissino al mais. Tra i ripari profuma
Jasmine Royal – un’abitudine antica
per essere a me stessa ancora gradita.
Sto in un fondiglio di grumi. Tranquilla.
E Dio soltanto può rubarmi il tempo.
Lode alla notte
La notte passerà, non appartiene a nessuno
nemmeno a questio effimeri versi. Tutti vanno a dormire
lei passa e nessuno la guarda. Oh notte, cassaforte regale
dove ruzzola l’oro delle stelle, non staccarti dalla mia sponda.
Mi taci nel buio se non metto le mani alle orecchie. Fai la ronda –
delusa, chiusa come il supermercato la domenica.
Rimani sui miei piedi nella strettoia del corridoio –
perno di metallo fino all’occhio giallo del giorno –
prendo un’aspirina sennò muoio – mi rispondi “Torno!”
Lo so, e io ti aspetto – maliarda. Ecco la stuoia
della tua innamorata servile – colei che ti guarda.
Lungo la via
Stamattina si è chiusa a piangere l’aria
nell’armatura verde delle campane. Non scrivete
scemenze nei registri pulciosi dell’Agenzia Pompe Funebri,
tutto è già passato con i piccioni che svolano
da un balcone all’altro nel cielo nuvoloso di settembre,
con l’ahimè frusciato nelle dentiere dei vecchi
pieni di paura scricchiola nei funerali la sutura –
ogni volta un punto si strappa, e resta solo l’aria
che non parla e non scrive, resta l’aria – i suoi fiati,
i suoi inventari sopiti – e l’impeccabile addio
nelle campane tacite degli olmi, lungo la via.
Il pasto di un artista
Un piatto di lenticchie con due zucchine al vapore,
che ci racconti, direte, ma che modo
è di far poesia. Perché? È un pezzo che i cavalli
hanno sostituito i destrieri, e l’esergo fa sorridere.
Io vi racconto il pasto di un artista,
ciò che gli spreme inchiostro dalle mani, gli fa girare il torchio,
libricini da sogno creare – fogli otto, pulcini –
in tutto il mondo esaltati, un Charlot di Brianza
che leggermente a farsi fiaba il proprio genio sostiene,
e quanto poco ci voglia
per appagare il corpo.
Impercettibile confine
Una rete di venature nel marmo
del pavimento
una scrittura che rompe
la superficie.
Al momento ghermisci qualcosa,
solo qualcosa. Panorami fugaci.
Poi la rete ti impiglia –
stuoia calcare dolomia
cranio della mia testa
oscuri battesimi
e fiori, connubio ceduto
dal ciottolo
alla poetica umana.
Sto all’erta
per scrutare il confine
– se esiste –
dove le materie si fondono
e sia il mio sudore
rugiada di carne
oppure di pietra.
Io ti seguo
Io ti seguo. Tu mi giri alle spalle
e ogni tanto parli.
Io non so benedire,
non benedico proprio niente,
sono selvatica come le donne
del Lago Nero della foresta delle
Salighe – sotto i picchi del Brenta.
Tu non hai una tabella di marcia,
cammini sempre
di sbieco il tuo profilo,
smagliate le tue frasi,
e io non ti benedico,
anzi ho paura della tua ombra.
Abrasi ormai i miei piedi
per questo gioco cieco – questo
venirti dietro come un cane
nel monopolio di un narcotico
– quasi avessi un piano distruttivo –
getto gli occhiali e l’ultimo fiato
su un mucchio di cartacce.
Abbiamo ritmi diversi.
Ma tu vòltati, Signore!
