“UNA SACRA CONVERSAZIONE” DI SUSANNA PIANO

La poesia di Susanna Piano si caratterizza, fin dal suo esordio, per un originale equilibrio tra elementi della tradizione e usi linguistici e metrici della contemporaneità. La coniugazione delle parti, non aspirando affatto a funzione dissacrante, pur essendo autenticamente alternativa, resta come sospesa in una sorta di contratto pudore dentro il quale regna sempre la tenera misura. E la tenera misura le vale una volta di più, in questo libro compatto e monotematico, Una sacra conversazione (Raffaelli Editore), nel volersi misurare con la grazia delle figure (“pacate e solenni”) e la chiarezza spaziale della pittura del Beato Angelico, riuscendo a pareggiare con le parole l’uso sublime della luce (“prolungata fioritura che / respira fuoco e vento / che semina cielo in terra”), i colori puri (“cobalti e azzurri e pigmenti pittoreschi”) e la prospettiva rigorosa del maestro a cui si volge in un confronto straordinario la sua ispirazione. Capace, a sua volta, di trovare l’illuminazione di cui si fa interprete il pittore: “la durata immensa dell’istante in cui pensiero e anima toccano il pennello illuminato dalla luce”. A maggior ragione, proprio per quell’equilibrio stilistico tra tradizione e novità di cui si diceva, al poeta riesce in versi di tradurre la fusione tra spiritualità medievale e nuovo linguaggio rinascimentale che il pittore ha realizzato sulla tela. Con rara e sottile sensibilità il percorso del libro ci riconsegna, attraverso il parallelo della poesia, alla luce raffinata, quasi divina (“la tua voce è la luce”), che modella i volumi nei colori accesi e preziosi dei quadri del Beato Angelico, il quale dal suo retroterra tradizionale introduce intanto prospettiva geometrica e plasticità da innovatore, restando il più sublime custode delle “cose celesti”. L’intera straordinaria impresa di Susanna Piano si compie nella tenera misura di cui parlavo poco sopra e la tenerezza si realizza, espressivamente, come eleganza di strutture, delicatezza di modi e di toni, flessibilità melodica, leggerezza di immagini. Il tutto avviene come attraverso un vetro, insieme filtro ed evidenziatore, e dunque senza sfilacciature e morbidezze formali, ma in una purezza cristallina che ha già fissato un suo distacco dal sentimento delle cose pur partecipandovi nel più profondo. Ecco allora che il poeta ha gli strumenti del suo linguaggio (“un affresco di visibili parole”) per rievocare le ambientazioni architettoniche sobrie e luminose del pittore, certe annunciazioni (quanti Angeli che, pur conservando anche il peso del loro corpo terreno, levitano verso l’alto) o certe scene essenziali e cariche di lirismo come gli affreschi del convento di San Marco a Firenze, nei quali l’immagine si fa “parola di Dio” e sono sempre “parole nel colore”. Tutto, nella vicenda esemplare della vita rappresentata dal pittore che ha trasformato la devozione in arte meditativa, specchio di preghiera e preghiera essa stessa (“la tua pittura è stata una / lunga unica preghiera”), finisce col diventare anche agli occhi del poeta indizio del futuro, anzi futuro stesso (“forse un giorno arriverà, / la percezione si farà carezza”). È implicitamente la rivelazione (“sento estendersi il mistero / scopro quanto è infinito / il perimetro del cielo”) che quello che viviamo o abbiamo vissuto è ansia di quello che sarà (“vedere ciò che sarà dell’ultravita”), speranza e fede concentrate improvvisamente nella consapevolezza che il più potente grado di presenza è la “miniatura” e sta nascosto nella semplicità di cui il frate domenicano era maestro, “intermediario beato tra il / Creatore e la creatura”.

Paolo Ruffilli

Prefazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto