POESIE ACCURATE DI FEDERICA TADDEI

La nuova raccolta di Federica Taddei  Poesie accurate (Manni Editore) si presenta come un corpus poetico denso, che spazia dall’introspezione esistenziale alla denuncia civile, mantenendo sempre uno sguardo —appunto “accurato”— sulla realtà, sia essa un dettaglio domestico o una tragedia geopolitica con una precisione quasi chirurgica, una forma di cura, di attenzione precisa verso il mondo. C’è una forte consapevolezza del tempo e dell’irreversibilità della vita. Non è una poesia che cerca la rima facile o il sentimento immediato, ma piuttosto “indaga”, scava sia nel cosmo che nella terra, collegando l’infinitamente grande (il “siderale”) con l’infinitamente piccolo (un chicco d’uva, una matita corta). Uno degli aspetti più affascinanti della raccolta è il continuo dialogo tra il cielo e la terra. Nella prima sezione, Il biglietto di andata, c’è una forte presenza di termini legati all’astronomia e all’infinito. Si parla di “suono siderale”, di “cortei stellari”, di “orbite” e “costellazioni”. Sembra che guardi all’umano da una prospettiva lontana, quasi aliena, dove le nostre vicende sono piccole sotto un “palco universale”. A questa si contrappone la sezione Terre, dove lo sguardo si abbassa violentemente verso il suolo. Qui la poesia diventa materica. Si parla di “zolle”, di “pane”, di “rizoma”. C’è la consapevolezza che, nonostante le aspirazioni celesti, l’essere umano è fatto per nutrire la terra e nutrirsi di essa. C’è un senso di fatica e di lavoro nei campi che diventa metafora del lavoro di vivere. La sezione Guerre rappresenta una frattura dolorosa e necessaria. Qui si abbandona la metafora cosmica per una cronaca spietata del presente (con riferimenti espliciti al 2024). Le poesie “Una foto dal Sudan (2024)” e “La fame la sete Gaza 2024” sono pugni nello stomaco. Non distolgono lo sguardo dall’orrore (“l’obitorio è su Facebook”). C’è una forte critica all’indifferenza (“per noi che ogni giorno li ignoriamo” ). La guerra viene descritta come una “violenza ascesi programmata”. È interessante notare come anche qui ritorni il tema della natura, ma stravolto: i bambini diventano “sassi mare e fiume”, la terra diventa “amara”. Nella sezione Quaderni, il tono cambia nuovamente, diventando più intimo e nostalgico, mai sdolcinato. Con la sacralità degli oggetti: ecco versi dedicati a oggetti umili come la “Matita corta”, le “biro” o i “quaderni”. Questi oggetti diventano custodi della memoria e dell’identità (“avrà salva la sua identità, unica a lasciare un segno”). C’è il ricordo della scuola, dell’imparare, del “grembiule”. Nell’ordine scolastico e nella scrittura sembra che si annidi un rifugio dal caos del mondo adulto e della guerra. C’è un omaggio a Pina Bausch (“Tantz tantz”), dove la danza è vista come una “gioia carnale” e una lotta contro la morte attraverso il corpo e il sudore. C’è il ricordo del poeta Valentino Zeichen, descritto con la sua “candida camicia” e l’eleganza povera, un “fiore nero” incontrato a via Flaminia. E ancora riferimenti a Van Gogh (“La gioia”) e ai suoi colori tormentati, al giallo, al blu e all’azzurro fluorescente. Il lessico è ricco e vario. Si mescolano termini lirici tradizionali con parole prese dalla scienza, dalla tecnica o dalla modernità (“biodinamica”, “ultrasuoni”, “flash-mob”, “pixel”). E questo crea un effetto di straniamento assai suggestivo. L’uso del mito, come nella poesia Euridice, non è decorativo ma serve a rileggere i rapporti umani e il distacco. Euridice qui non è solo la vittima che viene guardata, ma “fabbricava l’impronta per la fuga”, assumendo un ruolo attivo. La voce che spesso si rivolge a un “tu” (un dottore, un amante, un ricordo, o forse il lettore stesso), crea un senso di conversazione interrotta o di soliloquio profondo. In sintesi, la raccolta appare come un tentativo di mettere ordine nel caos. La poesia è uno strumento di precisione (“accurato”, un tentativo di arginare “sere ingrate” e “albe insonni”) per dissezionare la realtà: dal movimento dei pianeti al dolore di un bambino in guerra, fino alla punta consumata di una matita. Non è una lettura “leggera”, perché richiede di seguirla nei suoi salti logici ed emotivi, ma restituisce un senso di profonda dignità alla parola scritta, vista come unico argine contro “l’afasia” e l’orrore della storia. È una voce che non cerca facili consolazioni (“non ci saranno facili guadagni”), ma invita a “guardare il film all’incontrario” per ringraziare la storia di non essersi fatta avvelenare completamente. Sono, in definitiva, versi di resistenza: della memoria, della dignità umana e della bellezza “accurata” contro il disordine e la violenza del mondo. C’è una poesia in particolare, Cardelli, che forse racchiude il senso di tutto: le parole sono come uccelli che “scuotono i rami”, un “azzardo quotidiano della vita”.

Renato Minore

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