Io non sono il mio sintomo (I Quaderni del Bardo), di Renzia D’Incà, è un’opera fin dal titolo impegnativa. Per due motivi: 1) perché la poesia di Renzia è molto elaborata dal punto di vista formale; 2) perché è per sua natura intrinsecamente a-razionale, e dunque difficile da afferrare con gli strumenti logico-razionali della critica letteraria. Tant’è che la prefazione al volume, firmata da Ottavio Rossani, è quasi una poesia sulla poesia di Renzia. Comincio dunque dal titolo della raccolta, “Io non sono il mio sintomo” (è anche il primo verso della poesia a p. 69, nella sezione “La parola a te dovuta”). La parola “sintomo” orienta inevitabilmente verso la malattia; e in questa raccolta le malattie hanno uno spazio molto ampio, sia le malattie della psiche, ospitate largamente anche nelle precedenti raccolte, sia (stavolta) le malattie fisiche. Il Sintomo esprime un disagio profondo, manifesta una situazione psichica problematica, che Renzia dichiara esplicitamente, collocandosi così all’interno di un filone importante della poesia moderna e contemporanea che, limitandoci all’Italia e ad una produzione poetica prevalentemente ma non esclusivamente al femminile, va da Dino Campana (1885-1932) a Amelia Rosselli (1930-1996) a Alda Merini (1931-2009). La frase “Io non sono il mio sintomo” è insomma, dal mio punto di vista, una dichiarazione di poetica, oltre che un’affermazione liberatoria sul piano psichico. Il sintomo nevrotico non si può ignorare ma viene guardato in modo oggettivo, si può analizzare, se ne possono prendere le distanze. Di più: nella nuova postura assunta dalla poeta è possibile individuare una via di fuga dalla gabbia contenitiva e imprigionante della nevrosi – e la via di fuga è la parola poetica. Dunque è attraverso la poesia che Renzia riesce ad allontanarsi dalla sua condizione interiore malagevole; e la poesia è sia il mezzo che esprime tale stato di malessere sia la lente che aggiusta il rapporto con il male, ne permette l’oggettivazione e il distanziamento. La conseguenza è che il sintomo non s’identifica più con l’io ma ne diventa una delle tante facce. Come ho accennato, in questa raccolta la malattia non riguarda solo la dimensione psichica, è anche il male fisico, nella fattispecie il Covid. Al dramma della pandemia e alle conseguenze mentali e materiali che ha provocato Renzia dedica un’intera sezione, “Per una peste annunciata”. È così che attraverso l’accoglimento della malattia del corpo irrompe la storia collettiva nella dimensione soggettiva della lirica. Qui avviene una commistione importante: il rimosso, contro il quale la poesia di Renzia conduce la lunga battaglia documentata in tutta la sua opera precedente, diventa un fenomeno psichico collettivo; e come per il rimosso psichico individuale, bisogna evitare che la pandemia, che ha sconvolto le nostre esistenze in modi spesso irreversibili, affondi nella dimenticanza. Per compiere questa operazione, Renzia scarnifica il linguaggio, lo rende asciutto come l’osso di seppia o la lisca di pesce: come se solo arrivando all’essenza dell’espressione diventasse possibile cogliere il bandolo e recuperare il respiro. Il rigore, la cura, la sapienza della scrittura sono sempre state le caratteristiche formali precipue della poesia di Renzia; in questa raccolta si sono accentuate e raffinate. Le soluzioni metriche differenti e variegate, l’abbondanza di rime e assonanze, i giochi fonici, la ricchezza lessicale, la pluralità di toni e di suoni diventano musica, operando su chi legge un’azione seduttiva, come le sonorità musicali. Esiste anche, nella molteplicità di toni che il suo linguaggio sa assumere, una dimensione ludica, legata al mondo infantile e produttrice di risultati comici che, pur avendo larga parte anche nella scrittura precedente di Renzia, qui si ampliano, coprono perfino i territori che propriamente appartengono alla tragedia, e creano una continuità sorprendente fra il gioco, il dolore, la morte. Il linguaggio di Renzia testimonia anche un legame forte con la cultura del passato, dall’ampia presenza dantesca alla singolare connessione suggerita fra l’imponente numero dei morti di Covid registrato in Italia e la reiterata citazione dei versi popolari (nel senso che fanno parte della cultura pop: per esempio, “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini, scritta in ricordo della tragica spedizione di Carlo Pisacane e dei 300 patrioti che, approdati a Sapri presso Salerno, vennero massacrati dalle truppe borboniche: cfr. “Una crepa”, p. 56 e 59). La consueta attenzione di Renzia al linguaggio s’allarga insomma, in questa raccolta, ad una vera e propria sperimentazione linguistica e stilistica, acquisendo, sia pure in una chiave del tutto personale, la lezione della neoavanguardia degli anni ‘60 del Novecento, quella, per intenderci, di Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Elio Pagliarani, Francesco Leonetti, la già citata Amelia Rosselli, autori tutti dai quali il linguaggio viene manipolato, trasformato in modi anarchici, dissacrato, nella convinzione che, riformando il codice linguistico, si sarebbero sovvertite le idee, le norme del comportamento, le ideologie conservatrici. Era la speranza che la forma potesse agire come detonatore sulla sostanza ideologica. Non che Renzia condivida tutte le idee portanti di quel movimento, che fu di grande impatto e provocò scandalo nel panorama letterario del tempo; tuttavia l’intensa lavorazione a cui lei sottopone il linguaggio e la sua proposta di poetica cioè il potenziale dissacratorio, se non rivoluzionario, e la forza interpretativa, se non sovversiva, della poesia significano certo creare un ancoraggio con la concretezza del reale. L’esplicita dichiarazione d’impegno politico/morale che compare in questa raccolta mi pare un allargamento (a mio giudizio un arricchimento) importante nella sua opera. Un elemento di continuità è invece rappresentato dalla presenza, imponente, degli animali, che costituisce un continuum nella poesia di Renzia, con esempi positivi (gli uccelli e soprattutto gli amatissimi gatti) ma anche negativi (i mostri che pullulano in Bambina con draghi, 2014; e qui le cicale. Nella Prefazione alla raccolta Ottavio Rossani, sinteticamente e felicemente definisce il gioco linguistico attuato da Renzia in questa silloge “l’analisi dello scompenso tra realtà e finzione”. La conseguenza formale è l’elaborazione di un doppio linguaggio, come avviene nel teatro, regno del verosimile, dove tutto ciò che è rappresentato sul palcoscenico contiene una dimensione invisibile che dà sostanza alla finzione (non a caso una sezione della raccolta s’intitola “La mia vista è il Teatro”) e che, secondo la formulazione aristotelica, permette la catarsi, attraverso l’elaborazione artistica e intellettuale (dunque razionale) che la tragedia propone, da una parte, e, dall’altra parte, attraverso il processo di identificazione (irrazionale) compiuto dagli spettatori. Ma interpretando la doppiezza del teatro (tragico) Renzia introduce il dubbio che la liberazione finale indicata da Aristotele possa davvero avvenire: questo dubbio prende forma nell’immagine dell’uroboro, che nega la progressione lineare e indica la circolarità come corrispondenza e interpretazione dei processi che avvengono sia nell’interiorità psichica sia nella realtà oggettiva. Non c’è mai una conclusione definitiva, non c’è una nemesi finale che permetta di cancellare la ubris (la superbia, la presunzione: il peccato supremamente umano) denunciata dalla tragedia classica e di raggiungere quindi la purificazione. La liberazione, se avviene, può raggiungersi solo attraverso un faticoso individuale processo di conoscenza.

