ANTONIO DONADIO: EPITAFFI MEMORABILI

Autore eccellente, estroso, ottimo poeta (Per le terre di Grecia, L’alba nella stanza, Il senso vero della neve, Un’amore con l’apostrofo, La casa del tiglio), ma anche ideatore di squisite gesta e raccolte letterarie (penso agli aforismi di Tagore sapientemente riscritti, ma soprattutto al bel libro sul Calcio d’autore, cioè alle poesie e agli scrittori per il gioco del calcio!), Antonio Donadio, nato nel 1949 a Cava dei Tirreni, ci riserba sempre ottime sorprese, ed è giusto aspettarci da lui nuove, intriganti iniziative… Quella di oggi è a suo modo memorabile, e annovera una ricca sequela di Versi in Memoria – da San Francesco a Alda Merini. L’affettuoso augurio del suo stesso editore (Mauro Limiti di Progetto Cultura) la dice lunga, in dorata sintesi, sulla brillantezza dell’idea e sul risultato sorprendente che cova dietro l’iniziativa: “Elaborare nello stile del singolo autore attraverso pochi versi, tipici degli epitaffi, la cifra identificativa dello stesso come se fosse autografo.” Quanto ad Antonio, le sue precisazioni metodologiche e stilistiche, sono davvero schiette e preziose: “Quale il metodo di scrittura? Innanzitutto, la scelta della strofa lapidaria. Sintetica, di solo cinque/sei versi – fatte salve poche eccezioni – di lunghezza variabile frutto di una particolare riscrittura di versi noti o meno noti o di autonomi versi miei alla luce di una libera angolazione critica…” La bella messe, com’è giusto, comprende anzitutto molti dei nostri classici più apprezzati, e solo dopo aver pagato dazio a queste grandi menti, nobili cuori e alte menti, Antonio può finalmente rivolgersi ai nostri baldi, riveriti contemporanei… Classici sono tutti quegli autori, recitano i dizionari, che sono e appaiono eccellenti, tali che possano servire come modello di un genere, di un gusto, di una forma d’arte che forma quindi una tradizione o è legato alla tradizione migliore… Ci piace ritrovarli anche e soprattutto qui, questi campioni di poesia; e lasciatemi dunque salutare con i versi ritrattistici di Donadio, la vocazione, il cantico creaturale e fraterno di Francesco: “Lungi da me scacciai ogni dovizia/per amor del mi’ Signore e del figliol suo/e di tucte le sue creature, nostre sorelle./Sorella morte corporale/mi chiamò, in fin, fratello suo.”  Ed è ora la volta, a parte il succedersi imperioso delle scuole poetiche (su tutte, lo Stilnovo), anche l’estro anarchico di un vero, stravagante classico duecentesco come Cecco Angiolieri… “Non fui né foco né acqua né vento/e né ben papa né dio/fui solo Cecco e di ciò mi vanto/amai la donna, la taverna e ’l dado,” E chiudiamo, saldiamo almeno i debiti più sacri – bastasse, a farlo, la medesima, sincera dedizione – con il duale, il binomio lirico più sacro e altisonante: da nostro padre Dante… “Fu’ io/- Nella città dolente/- Ove l’umano spirito si purga/- Nel ciel che della sua luce prende/Ma patria io non ebbi. O forse una,/Fiorenza, spietata e perfida noverca.”  … al confratello d’aulico genio – diversamente sommo – Francesco Petrarca… “ Amor nel cor mi scrisse un nome/e di quei sospiri nutrivo le mie rime/ma or di me un poco mi vergogno./Sempre d’accanto mi fu melanconia:/quanto piace al mondo è breve sogno.” Il talento rapinoso e fatato, errabondo e volatile del miglior Ludovico Ariosto, ha giustamente diritto, anch’egli, ai migliori auspici: Quivi posar le poltre membra piace/a me che torno a torno andai/fin su la luna in cerca del perso senno/d’Orlando. Saper si deve che la pazzia/sta qua giù, né si parte mai.” Ma i secoli incalzano, e anche le grandi voci mutano, s’incentrano: Tasso è un evergreen che tanto piacque ai romantici, Goethe in testa: “Egro e languente rimango/qual destrier che si volve/nell’alta polve e nel tenace fango,/io insano di mente/sentenziato.” La Storia della Letteratura cova i suoi estri e i suoi campioni: giunti al pieno ’700, volitivo e virtuoso, ecco l’educata passione civile e l’elegante pietas letteraria di Vittorio Alfieri… “Nessuna terra mi fu Patria./L’Arte mia, le Muse./Unico scopo d’ogni pensier mio,/parola e scritto, lotta alla tirannide/sotto qualunque aspetto ella s’asconda.” A ruota, con Ugo Foscolo abbiamo l’eroe della penna che solo può competere e lottare per coronar Bellezza: “Mai leggi d’uomo per l’uomo/né per la vita e l’urna./Solo Amore regna in ogni dove/dicasi Patria e dove sospira donna./Tempo giusto è per la Vita. E io vissi.”  Né infine omettiamo il Parini, elegante antesignano d’una poesia che sia insieme anche critica sociale, ritrattistica etica: “Joseph Parini poeta/hic quiescit/sol felice quando/l’utile unir poté al vanto/di lusinghevol canto.”  E chiudiamo in qualche modo l’approdo al Moderno, anzitutto con un sacrosanto omaggio leopardiano: “Cantai natura matrigna/e triste sorte dell’umana genti./Negaron i fati agli anni miei la giovanezza./Nacqui sotto il fetido alito del papa./Morii al dolcissimo odore di ginestre.”  La nuova lirica non può fare però a meno di almeno due veloci ritratti di Pascoli, e, ovviamente, D’Annunzio –: cioè, i due grandi dioscuri, fratelli uguali e contrari, che traghettarono la poesia italiana dall’800 carducciano, tardoromantico, e insieme già un po’ decadente, fin verso il Nuovo Secolo pre (o perfino post) futurista… Ecco il Vate di San Mauro: “Fu il giorno mio pieno di lampi./Nuvole d’oro, di rosa mi dicon/che son giunto all’ultima sera./Lasciatemi immoto qui rimanere/fra tanto moto d’ale e di fronde.” E ora l’empito ardito e arioso, la panica sensualità dell’aedo di Alcyone: “Io nacqui ogni mattina. Attonito/rimirava la luce e il mondo./Dove giacqui, rinacqui./Mi desterà il Sole, un dì/raggiandomi la faccia…” Giunti al ‘900 da cui pur veniamo, noi contemporanei ben prima dell’Era Digitale e delle Bibbia dei Computer… ci inchiniamo ben volentieri ai classici squisitamente moderni… Saltiamo a pie’ pari, ma qualche golosità, ci piace soddisfarla. Guido Gozzano, in una vecchia ma luminosa confetteria torinese di gusto Liberty-crepuscolare… “Non più fanciullo tenero ed antico/me eternamente con la Signora di nulla vestita/che non ha forma. Sono il suo placido sposo/che ha nome che vien da lontano:/son guidogozzano.” Salutiamo nel grande talento trasgressivo (e anche un po’ pazzoide, Dio ci perdoni) di Dino Campana, l’avvento del ’900 più fulgido e impennato. “Agogno/la nebbia ed il silenzio in un gran porto/pronte a salpar per l’orizzonte azzurro./L’anima mia si sveglierà nel sole/nel sole eterno, libera e fremente.” Ma Antonio Donadio, poeta che conosce la poesia, non omette di salutare più o meno tutte le grandi voci: da quelle pateticamente crepuscolari all’espressionismo sacro; e cioè, dai moti fedeli di Rebora “Verrà a farmi certo/del suo e mio tesoro./Verrà come ristoro./L’eccelsa Trinità lodata sia/in Gesù con Giuseppe e per Maria.” … ai buffi giochi onomatopeici di Palazzeschi “Clof, clop, cloch,/mia povera fontana,/quel tuo eterno tossire/ha infine ucciso/anche me.”… alla novità epocale, eroica e rastremata, di Ungaretti “ In me fu la Parola./Pura.” E poi il destino e il “male di vivere” di Montale, che Donadio evoca scegliendo e cadenzando gli accenti, i tagli sintattici o gli enigmi metafisici dei suoi versi: “Il varco è qui. E io/non si chi va e chi resta./Ch’io scenda senza viltà./L’oscuro pensiero di Dio/discenda su me, su te, sui limoni.” Né dimentichiamo, a ruota, il valore e gli insegnamenti lirici delicati, stoici e formali, insomma le vicissitudini di Vincenzo Cardarelli; “Morte, non mi ghermire/ma da lontano annunciati/e da amica mi prendi/come l’estrema delle mie abitudini.” Senza affatto trascurare la forza lirica e lo sguardo melico, sensualissimo, di Alfonso Gatto: “Ancora è alba con mare pane/e petto di donna che mi nutrì/di sole di luce ogni tormento./Chiaro è il mio silenzio./Chiuso dall’ultima siepe.” O la parola “pura”, l’essenza mitopoietica di Salvatore Quasimodo: “Hanno scalzi i piedi, i morti,/e mani che s’alzano a cieli./Sciolto da tutte le creature,/eccomi alle nozze con l’aria/spaventato d’amore.” E finalmente Mario Luzi, cui Donadio ha dedicato un’importante monografia (2014): “Sarà la Luce ancora/a risvegliarmi/in un trionfo di colori./Nel verso luce dell’umana/verità del Vero.”  È poi la volta degli intrepidi campioni del mezzo secolo: Vittorio Sereni: “Giunto al tempo/dei miei giorni fermi./Perso per sempre quel sapore/di terra e di vento. E più non sai/dove il lago finisca.” Attilio Bertolucci con la sua dolce poesia di natura, e degli affetti familiari: “Alianti/i nostri fragili giorni./In questa silente valle/posano stanche ali./Soave straziante silenzio.”  Pier Paolo Pasolini ha anche qui un posto fermo, e vorremmo proprio dirlo: irripetibile.  “La morte non è/nel non poter comunicare/ma nel non poter più essere compresi.” Come ce l’ha Caproni, classico pungente e inesauribile della più fiera e ossimorica contemporaneità: “Son sceso alla stazione/col calma disperazione. Negli occhi/il sole fresco del primo mattino. Il sale/del mare. Resto a far rime chiare,/usuali: in-are.” Ed egualmente riverisce le doti inesauribilmente classiche nel moderno, di Sandro Penna… “Il mare è tutto azzurro./Tutto è calmo. Dormo/nel dolce rumore della vita./Più vivo di così non sarò mai./Io, mostro da niente.”  Fino ai grandi pregi psico-sperimentali di Andrea Zanzotto: “E fa tu: che un poco d’azzurro/solo, da sopra i monti splenda/– anche se tardi – prima di sera,/unico premio a chi fu,/a chi non fu servo tuo.” Un volume, diciamolo, delizioso: difficile scegliere, adottare e supportare un altro aggettivo. Delizioso e utilissimo anche inteso in un preciso approccio pedagogico… Uno strumento di sintesi generosa e ispirata, e sintesi che va intesa tanto di forma che di contenuti… E così, quest’adorabile Spoon River della Critica al Gotha stesso della nostra Poesia, assume il pregio e l’agilità d’una agile e cadenzata sequela di epitaffi, tutti essenziali, preclari o meno: specie quando il poeta si fa detective tra storia e leggenda, e mette in scena perfino impensabili, gustosi ritrovamenti: repechages per davvero d’autore… Valga per tutti il caso d’una poetessa pressoché ignota, misconosciuta come Farina Moschini (Venezia, 1898 – Roma, 1963), eppure, a opinione di Giovanni Titta Rosa, che le prefò postumo Il giardino delle colombe, voce e talento considerevoli: “Sepolta in nuda terra fra alberi/e fiori e polline dolce per api/possa in breve tornar/ad esser parte della Vita/del Regno di Dio.” Va per ben detto, peraltro, che la cifra più calda e affettuosa, è sempre e comunque quella personale, e in questo senso, gli epitaffi per i suoi cari, indimenticati genitori, danno ad Antonio il destro di un dolcissimo afflato poetico. Intanto per il Padre, morto nel 1972: “ Oggi che m’inventano il buio/riconosco lontano una luce.//La luna la lasciato la pozza/per spiare il vagare di un’ombra.//Non ho da vestire più l’uomo oggi che ritrovo parole.//E la luna più stolta che mai/ illumina la sera.” E poi, vent’anni dopo, l’epicedio lirico in ricordo della madre, trasvolata nel 1996: Camera di canti.  “e già ti rivedo accanto/nella rapida carezza prima/d’andare oltre i miei versi/il mio perso cammino di fanciullo/di uomo in cerca di voci/la tua – lieve dispersa/nella penombra do una immobile/camera di canti”. Grazie, Antonio, per l’ispirazione, la pazienza e la grazia fervorosa di questo esemplare, dolcissimo repertorio d’anime; e soprattutto, fulgido florilegio di canti.

Plinio Perilli 

Prefazione

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