Le mappe del vedere, nella poesia di Andalusia della voce di Fabio Scotto, sono come la velatura – colorata e musicale – di altre mappe, quelle del sentire: lo sguardo sui paesaggi urbani e metropolitani, sulle figure che li abitano, annuncia e in qualche modo avvalora e rafforza lo sguardo sui sentimenti, oltre che l’ascolto delle loro pulsazioni. Quell’Andalusia della voce che riappare nel primo dei testi, La piccola Carmen, per essere ripreso nella finale Nota come cifra propria di una poetica, è insieme respiro del dire e ritmo del sentire. Un sentire sul cui cielo trascorrono nuvole di nostalgia, ma si tratta di una nostalgia aperta, capace di istituire un forte legame tra la parola e la custodia di un tempo svanito e tuttavia colmo di presenze affettive, dialoganti, prossime, presenze che di fatto divengono ritmo e luce e suono della propria interiorità. Per questa contiguità stretta tra il vedere e il sentire, tra la geografia fisica e quella interiore, tra il viaggio e le immagini preservate, il nesso parola e musica appare come il modo più naturale e quasi necessario per quella sorta di cura amorosa dell’avventura umana alla quale diamo il nome di poesia. L’incontro, l’amicizia, l’amore sono le figure interiori assidue che cercano la cadenza di una parola che le nomini e insieme riveli e custodisca. Fondale e insieme personaggio che dà presenza e ritmo a tutto questo è la città. La città – si tratti di Parigi o di Siviglia, di Rio o di Santa Cruz, di Città del Messico o di Buenos Aires, di Puerto Madero o di Beirut – oltre a dischiudere il ventaglio di luci e profumi, di suoni e di colori, si mostra in particolare come lo spazio scenico, già sensuale, per il rivelarsi del corpo femminile. La città e il corpo della donna sono in dialogo e qualche volta in simbiosi. Come il corpo della città manda suoni colori odori e chiama a una vertigine dell’apprendimento e dello smarrimento, della scoperta e dell’inattesa rivelazione, così il corpo femminile mostra la sua fisica geografia che è tutt’uno con la luce degli occhi e con la luce e le ombre del sentire. Un’altra geografia è trama che dà il suo timbro a questa silloge poetica. Una geografia poetica, che ha due grandi regioni da dove si irradiano presenze, e immagini, e modulazioni ritmiche: la poesia francese, che da Baudelaire a Valéry dispiega la sua carta del pensare immaginando e del vedere interrogando, e la poesia spagnola, che tra Lorca, Jimenez, Antonio Machado e tutti i poeti della generación del ’27 ha fatto della poesia, del suo linguaggio, una necessità fisica e musicale, un respiro del corpo e un patto con il destino. Questa silloge poetica di Fabio Scotto è in dialogo con queste due forti presenze. Ma il proprio in questo dialogare mi sembra possa essere indicato in una sorta di sensorialità visiva che cerca immediatamente le vie del musicale. “Dove finisce la lingua, comincia il musicale”, aveva detto Kierkegaard: se questo è vero per la grande musica classica e in particolare sinfonica, non lo è più per quella storia del musicale che dal blues in poi ha dato alla parola e alla musica, nello stesso tempo, il sigillo di un’unità corporea, sensibile, dolorosa, e di un’immensa attesa di riscatto. Tracce di questo tutto novecentesco movimento musicale suggeriscono a questi versi modulazioni e ritmi, visioni e indugi di sguardo e di ascolto. E a un amico musicista scomparso, Gianni Cipolletti, è dedicato un blues dal titolo This song is for you, in cui la fraternità amicale si rimodula in un addio di pianto e di canto, insieme. Sulle apparizioni femminili nelle strade delle città sembra rifrangersi il riverbero delle baudelairiane presenze della “fourmillante cité”: dalla “mendiante rousse” alla “passante”. Ma allo stesso tempo il tumulto di luci e di profumi, e il connubio di povertà e bellezza, definiscono corpi in movimento nel cuore di una modernità che è tutta a noi contemporanea. Quanto alle forme del verso, esse muovono da una soglia evocativa verso una cadenza narrativa: per questo il verso breve è il più assiduo. E talvolta il movimento del dire che si immagina accompagnato dal movimento percussivo di uno strumento musicale, lascia il posto a momenti di pensoso nitore: “il silenzio dorme il sonno dei tralci”. Di verso in verso, di canto in canto, lungo il dispiegarsi del canzoniere, il lettore assiste a una sorta di familiarizzazione dell’altrove: la lontananza si fa intima, il ricordo prende le movenze di un ballo, l’alterità si fa prossimità. Questo, poi, è quel che la lingua della poesia può fare: accogliere e custodire immagini e suoni di una lontananza – di tempo e di spazio – che appare irreversibile e che invece la parola può evocare e trattenere nella dolcezza della lingua. È quel che accade in queste poesie, con la leggerezza di un passo che conosce la confidenza, la gioia dei sensi, ma anche lo sguardo del riconoscimento e della pietà: ecco nella chiusa il “piccolo siriano” che “parla alle foglie” e “si nutre d’aria”. Porta con sé immagini di distruzione, e “aggrappato al nodo liso della fune /tenace guada il fiume”. Chiuso il libro poetico, il lettore sente di aver percorso nelle sue strade e nei suoi paesaggi, nelle sue luci e nei suoi suoni un’altra geografia, una geografia del desiderio, il cui centro, felicemente tumultuante di immagini e di riflessi e di illusioni, è l’amore.
Prefazione

