“NON FINIRÒ DI SCRIVERE SUL MARE” DI GIUSEPPE CONTE

Non finirò di scrivere sul mare (Mondadori) di Giuseppe Conte non è una semplice raccolta di poesie, ma una dichiarazione di poetica definitiva. Il mare, tema ricorrente e fondativo nell’opera di Conte, non è qui un semplice motivo lirico, ma il luogo simbolico in cui si concentrano esperienza, memoria, mito e interrogazione metafisica. Scrivere sul mare equivale, per l’autore, a scrivere sull’origine e sul destino, su ciò che precede e oltrepassa l’umano. Il titolo stesso, del resto, ha il valore di una promessa e di un atto di fedeltà: «Non finirò» non indica solo la persistenza di un tema, ma la necessità di un confronto inesauribile con una realtà che resiste a ogni tentativo di esaurimento concettuale e linguistico. Il mare è ciò che non si lascia possedere, ciò che continuamente eccede il discorso e la pretesa di afferrarlo. Non a caso Conte lo chiama “una presenza che sfugge”, una realtà che resta sempre “oltre”, e proprio per questo continua a evocare la parola poetica.  «Non finirò di scrivere sul mare» è allora insieme dichiarazione e destino. Nella raccolta, il mare appare come dunque come “figura dell’infinito e dell’alterità radicale”: esso non è uno sfondo pacificato, ma una presenza viva e potente, talvolta minacciosa, talaltra accogliente. Conte lo evoca come spazio di verticalità e di abisso, dove alto e basso, luce e oscurità, nascita e distruzione coesistono. In un verso emblematico, il mare è definito «misura dell’infinito», formula che restituisce con precisione la sua funzione ontologica: il mare misura ciò che, per definizione, è smisurato, e rende percepibile l’eccesso dell’essere rispetto alle categorie umane. Accanto alla dimensione cosmica e simbolica, emerge con forza una “linea etica e civile”. Il mare non è soltanto archetipo, ma corpo ferito dalla storia contemporanea. In diversi testi affiora così la consapevolezza della violenza inflitta dall’uomo alla natura: l’inquinamento, la plastica, la depredazione sistematica delle acque. Il poeta si rivolge al mare come a un interlocutore offeso, promettendo di continuare a scrivere anche quando la sua anima appare lacerata, «a pezzi nei sacchi di plastica». La poesia diventa perciò gesto di testimonianza e di resistenza, una forma di alleanza con ciò che è minacciato e violato. Un altro asse fondamentale del libro è la “memoria personale”, spesso legata all’infanzia e ai paesaggi liguri. Il mare è il luogo dell’iniziazione, della scoperta del mondo, ma anche della perdita. I ricordi non sono mai semplici rievocazioni nostalgiche: si caricano piuttosto di una valenza simbolica, diventando soglie tra il tempo vissuto e il tempo mitico. Il mare custodisce ciò che è stato e ciò che continua ad agire nel presente, come una riserva di senso che non si esaurisce, uno spazio in cui il passato non smette di parlare. Dal punto di vista stilistico, la lingua di Conte mantiene un respiro ampio e solenne, ma evita l’enfasi retorica. Il verso è disteso, spesso narrativo, attraversato da un ritmo lento e meditativo che richiama il movimento delle onde. La chiarezza sintattica convive con un lessico denso, carico di risonanze filosofiche e simboliche. Non si tratta di una poesia criptica, ma di una poesia che chiede tempo, ascolto, disponibilità alla contemplazione, come se il lettore fosse chiamato a sostare, a rallentare, a “guardare il mare”. In questa raccolta si avverte inoltre un dialogo implicito con la tradizione del mito e del sacro. Il mare è tempio, origine primordiale, spazio in cui l’umano può ancora misurarsi con ciò che lo supera. In un’epoca segnata dalla riduzione tecnica e utilitaristica del mondo, la poesia di Conte rivendica la possibilità di uno sguardo diverso, che non consuma, ma contempla; che non domina, ma ascolta. Scrivere sul mare significa allora opporsi alla desertificazione simbolica del presente. Il libro può quindi essere letto come una forma di poema unitario, attraversato da una coerenza tematica e tonale molto forte. Ogni testo sembra rispondere agli altri, come se l’intera raccolta fosse mossa da un’unica, profonda necessità: restituire la parola a ciò che non parla, o che parla da sempre, senza tuttavia essere ascoltato. Non finirò di scrivere sul mare non propone, dunque, un’evasione lirica, ma un confronto radicale con il senso dell’esistenza, con la responsabilità dell’uomo e con il destino del mondo naturale. Il mare, in queste pagine, non è un oggetto poetico tra gli altri: è il luogo in cui la poesia ritrova la propria funzione originaria, quella di tenere aperta la domanda sul senso stesso della vita, contro ogni definizione e contro ogni oblio.

Lucrezia Lombardo

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