LA POESIA-RACCONTO DI GIUSEPPE CORDONI

Giuseppe Cordoni, Prognosi quoad vitam – Racconto in versi, 1941-1946 (a cura di Domenico Lombardi, Quaderni di Erba d’Arno, con la riproduzione di opere di Adriano Bimbi)

Giusè. Giuseppe. Giuseppe Cordoni. Un bambino tra i tanti? Un adulto tra i molti? È di fatto un bambino in modo imprevedibile con altri scampato al terribile eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Eccolo, qui tornare a dialogare con l’ultraottuagenario in cui è cresciuto. Pregarlo d’evocare quale fu quella sua prima tragica infanzia di guerra. Così facendo ne rende erede l’umanità, consegnando a tutti noi, soprattutto in un momento storico drammatico e confuso come il nostro, un categorico imperativo di non violenza e di pace. Una pace raggiunta a caro prezzo. Sia dal bambino già “scampato” ad un ben travagliato parto distocico, tanto da indurre i medici – per lui e per la stessa madre – una quanto mai emblematica “prognosi quoad vitam”. Sia dall’intera comunità d’umili contadini a cui appartiene, che in questo singolare “racconto in versi” continua ad esprimersi in dialetto versiliese, aggiungendo così alla storia un tratto di vivacità e interesse persino antropologico. Articolata su quattordici sezioni, questa storia singola e collettiva “evocata” abbraccia i primi cinque anni di vita del protagonista: dal drammatico giorno della propria nascita, il 15 giugno del 1941, ad una nuova estate di pace per la Festa di Santa Maria Assunta, il 15 agosto 1946. Siamo di fronte ad un’opera poetica particolarmente complessa e dalla struttura alquanto originale. In proposito, come sottolinea il curatore Domenico Lombardi in una lettera all’autore in postfazione, «Ecco perché questa tua “costruzione” del verso diventa un modo di osservare il mondo, di porsi a stretto contatto con i ricordi, di filtrarvi emozioni e sentimenti, di ridare vigore alla memoria, di rivederne (e riviverne) le angosce e i sogni personali e collettivi». S’apre ogni sezione, infatti, con un esito metrico di singolare levità: con un haiku, che suona di volta in volta come preghiera, invocazione, domanda filosofica, denuncia della guerra e delle sue atrocità. Una sorta di “tonalità” musicale che annuncia la dinamica e il corso disastroso degli eventi. Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, quello che lungo la Linea Gotica vi si dipana è un susseguirsi di fatti intollerabili per la fragile mente di un bambino. “Le balene che figliano le bombe” lì sul suo capo. Il quasi un gioco degli sfollamenti sulle colline del camaiorese. Il mistero del padre e degli adulti obbligati a nascondersi in un pozzo. Quelle “teste di morto” dei reparti SS che incendiano le case, che rastrellano e uccidono. Gli scontri a fuoco con i partigiani, sino a quel giorno orrendo dell’Eccidio nazifascista.  Ed è proprio qui, dinnanzi agli oltre centoventi bambini trucidati dai nazifascisti, che questa corale autobiografia di Cordoni s’erige a racconto sacro, punteggiato da preghiere in dialetto, plasmato da chi ha saputo disobbedire alla logica della guerra con un gesto d’amore e libertà verso il destino degli ultimi indifesi. “Suprema legge: non si possono / uccidere i bambini. E mentre cresce / calpestare l’erba. Peggiore nefandezza / non esiste. Ora come farete a darvi pace?”. Così questo testo incisivo e visionario s’eleva, al tempo stesso, a cantico delle creature e a storica testimonianza. In una prospettiva che apre ad un nuovo umanesimo non violento e ambientalista. Denuncia e sfida per questo nostro incerto presente e per ogni nostro incerto futuro.

Paola Butori Church

Quarta di copertina

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