C’è un tempo per tutto: per vivere e morire, per ricordare o correre dietro a un mondo che impazza… ecco allora che Patrizia Fazzi ci ricorda con quest’ultimo libro, Modalità pausa (Prometheus, 2025), che esiste una modalità diversa, cioè quella sospensione che consente il recupero del passato che ci appartiene, mentre la vita continua tra gli assilli del giorno e i ricordi. Solo così la poetessa potrà entrare in quella “capsula del tempo” dove le visioni di un firmamento perduto, che brilla soltanto nel buio e «nel cielo della memoria», può trasformarsi in «parole cometa». Sono queste le parole-guida del testo che, come la stella, indicano la strada che Patrizia Fazzi ha percorso e il provvisorio punto di arrivo cui è giunta (si veda Testamento) con l’auspicio che tutto l’amore donato continui a crescere nelle sue «tenere pianticelle» e nelle persone che hanno condiviso con lei pensieri e aspirazioni. Ripercorrendo le sei sezioni che compongono il libro, ci rendiamo conto che quel senso di illimitato, che sovrasta l’uomo e lo fa sentire un niente di fronte all’universo infinito, non è altro che la strada che porta a una riflessione profonda sul suo destino e spinge la poetessa a indagare dentro di sé, alle radici dell’essere. «È l’età in cui tutto s’incrina / si confonde, ribalta la scena» recita la poesia dall’omonimo titolo: è il momento in cui l’orizzonte sembra chiudersi ai nostri occhi, illusioni e speranze si concentrano in ricordi, mentre i giorni scorrono tutti eguali scanditi da gesti “rituali”; e sale così il desiderio di lasciarsi andare, di chiudersi in se stessi «nel guscio dei dolori» dice la Fazzi, consapevole che questa lotta sorda e tenace non potrà mai vincere sull’amore, perché, come scrive, «solo dal sangue dell’anima / a volte / nascono fiori». È la forza della disperazione che talvolta si fa opprimente anche se la vita chiede di accettare sempre nuove sfide; per questo nulla si perde, neppure «gli anni passati / a rincorrere amore». Sono gli anni dispersi, come recita la poesia che chiude la prima sezione, che si fanno stelle e chiedono finalmente pace: «Gli anni dispersi sfumati nel vento / si accendono lievi, / stelle nel cielo del tempo, / un soffitto di luci, di spine e di braci / che scorrono lente / e chiedono pace». La forza di Patrizia Fazzi sta proprio in questo chiedere pace resistendo al dolore che pure si fa pungente come spine, senza acquietarsi o cedere, anzi legandosi ai ricordi, mentre il rimpianto porta l’eco di voci lontane e di «disperate speranze». L’ossimoro ci ricorda i due temi che percorrono la silloge, occupando a volte intere sezioni: l’amore e il dolore per la perdita della persona amata. Sono questi i motivi che si fondono nel ricordo e danno vita a quel piccolo gioiello che è Amoris vis e che racchiude l’esperienza umana di Patrizia Fazzi, perché è talmente “meraviglioso” il mistero dell’amore, da poterlo considerare stella-cometa che può cambiare il corso della vita. Ma, come recita una delle poesie più importanti della raccolta, che ha per titolo Il dolore, senza il dolore, senza esserne stati sopraffatti e avvolti, non ci sarebbe approdo: «Bisogna perdersi nel labirinto del dolore / per ritrovare il filo più sottile / e tenace, il filo dell’amore». Il viaggio prosegue verso un epilogo dove attese e desideri riaprono pian piano alla vita, pur nella consapevolezza che questa si sta avviando al tramonto: «Così la nostra vita – recita la poesia L’ora che s’imbruna – si avvia nel notturno ciclo / declinando testarde speranze, / lo sguardo rivolto al maestoso, / dorato tramonto». Da questa consapevolezza nasce la ripresa legata com’è non solo allo scorrere del tempo, ma alla natura e alla poesia. Anche nei momenti più tristi della vita, Patrizia Fazzi si “aggrappa” a un raggio di sole, al verde delle foglie appena nate, «allo sfondo di cielo che la terrazza / ti offre bordata di fiori,» e pure nel dolore più crudele la poetessa cerca nel cielo il suo rettangolo azzurro che consente di aprire il cuore alla speranza. Si vedano a questo proposito poesie come Foglie d’autunno, La marea che sale, Feria d’agosto o quella che ha per titolo The golden hour in cui l’anima in ascolto vibra con la bellezza e il mistero dell’universo, per concludere con Camminando nel parco, a marzo, dove al cielo che alterna sprazzi di sole e nuvole cupe Patrizia Fazzi associa il senso della vita, nel suo offrire gioie e dolori, e così conclude: «Camminiamo su un filo teso, / acrobati incoscienti / eppure sorretti da un divino, / umano equilibrio». E alle parole che non trovavano via d’uscita, a quella poesia che per un lungo tempo Patrizia Fazzi non riusciva a coltivare, si contrappongono, nell’ultima sezione, Passi d’addio e Pagina che vola; e proprio quest’ultima, dopo l’inizio «Vorrei dissolvermi in parole, / essere una pagina che vola», ripercorre il dolore in profondità fino a spezzare «le scaglie di tristezza // scavare un tunnel / che mi porti al mare». La poesia finalmente ritrova la luce e scivola dolcemente in quel mare dell’essere che è fonte di vita e di Amore. Con un linguaggio musicale, come opportunamente nota Evaristo Seghetta Andreoli nell’Introduzione, e che risente moltissimo della formazione classica, Patrizia Fazzi ci offre in questa raccolta una riflessione profonda sul senso della vita, invitandoci a cogliere anche il dolore che pure è parte essenziale del piccolo spazio che occupiamo nell’universo, noi uomini troppo distratti da una modernità che spesso inquina e non ci consente più né il silenzio né l’ascolto, componenti ineludibili per coltivare speranze. Vorrei concludere citando una poesia che mi è sembrata molto bella e importante per capire il senso di questa raccolta e della stella cometa che la illumina, L’essenziale: «C’è un punto in cui / ciò che importava tanto / diventa banale e ricerchi / invece solo l’essenziale. // Il grido alto in volo dei gabbiani, / la linea azzurra tra cielo e mare / che scompare…»


Una recensione attenta, sapiente, approfondita che rende il giusto merito alla poesia di Patrizia. Mi ha fatto molto piacere che Fernanda abbia definito piccolo gioiello la poesia bilingue amoris vis, perché l’avevo pensato anch’io. COMPLIMENTI A ENTRAMBE