Anche in Epistulae e partibus infidelium (Raffelli Editore), terza tappa di un’opera magna che ci rivela una straordinaria vocazione, la poesia di Michele Arcangelo Nigro si muove costantemente tra racconto e illuminazione: tra un’immagine scheggiata, puntiforme, balenante e un’immagine, invece, distesa e per così dire panoramica. Insomma il rispecchiamento del reale e la riflessione sul reale si mescolano e si fondono in qualcosa che può far pensare al cosiddetto flusso di coscienza, con le sue continuità, appunto, e con le sue pause, con le sue distensioni e con le sue contrazioni, con le sue linearità e con le sue istantaneità. Il “flusso di coscienza” ha la sua forma privilegiata nel tratto più denotativo e nel suo continuum ritmico-sintattico, attraverso cui, proprio nell’andamento intermittente, si distende il flusso dell’esistenza. Un’esistenza messa a fuoco sotto la lente dell’intelligenza (“Mi occorre, per capire questa vita, / una lente a più fuochi”), per porla sotto esame, indagarla e valutarla nei suoi aspetti positivi e contestarla nei suoi ben più numerosi risvolti negativi, ma senza “il parossismo dei fanatici, / che toglie senno al retto giudicare”. Ed è un’intelligenza che si dispone pienamente alla coscienza (“Ariosa la coscienza s’è destata / da un’arcadica accidia, da un giudizio / viziato da elitismo, da gravezza / abbigliata di senno contegnoso”). Del resto, da sempre la poesia di Nigro contempla e comprende la denuncia drammatica di un processo di contaminazione, di inquinamento, peggio di decomposizione, della natura e dei valori e della cultura dell’uomo. In una chiave per così dire illuministica, in cui l’intelligenza è costantemente l’altra faccia della sensibilità e la scrittura, precisa e minuta, è il complemento di una disposizione per altro naturale all’immaginazione. Non è mai moralismo, nello sforzo di difendere la dignità della res publica a fronte degli assalti di un’Italia ribalda e degradata, e risalta alla lettura quanto autentica sia la disincantata analisi del vuoto e della corrosione della vita, espressa in forme e misure di poesia. Di fronte alla realtà incancrenita, che è il riferimento costante di questi versi, l’atteggiamento del poeta è quello del rifiuto, di una resistenza premeditata, di una volontà netta di non adeguarsi, di non cedere alle lusinghe dei mostri che nascono dentro e fuori di noi. Lo spazio comune della società e della storia è il luogo privilegiato dove si muove il protagonista di Nigro, l’io della sua poesia (Ego: “Ecco giunto il momento delle scelte”), intellettuale che guarda con occhio fermo e lucido alle contraddizioni e ai limiti del nostro presente, capace di riflettere la luce pungente dell’allucinazione di tutti i giorni, perché non c’è niente di più allucinato della striscia di pensiero misurata sulla realtà in cui viviamo (“Quello che scrivo è continuo esercizio, / umile artigianato, non imposto / se non dai capisaldi cognitivi, / mnemonici, emotivi che presiedono / alle nostre funzioni cerebrali”). Non a caso il sottotitolo della raccolta è “Messaggi dalle terre dei miscredenti”, con riferimento a quegli “Esseri inconsistenti, mentecatti / assoggettati a oscene liturgie” che hanno “il coraggio di berciare / scandalizzati: “’Dove son finiti / i valori d’un tempo, le virtù?’”, nell’ipocrisia più assoluta e nell’indifferenza colpevole di fronte all’evidenza di essere sull’orlo del baratro. Ma “Così va il mondo. È certo inutil cosa / illudersi che tutto si componga / stabilmente”. L’ironia e perfino il dolente, tragico sarcasmo sono i substrati della scrittura di Nigro, che sa manipolare con destrezza un suo linguaggio insieme ipercolto e mediamente scorrevole, utilizzato diversamente nelle situazioni chiamate in scena, con provetta abilità di sperimentatore (“sospinto, / da un impellente moto senza fine”), come rispettivamente nei poemetti della “Via Crucis in cinque stazioni” e “Requisitoria e arringa” e tuttavia questi sentimenti cedono a una forma imprevista molto coinvolgente di “tenerezza” a volte improvvisa, specie in certi quadri di paesaggio in cui domina l’inverno (“Punge, assorto, l’Inverno di Vivaldi”, “Ed un tramonto rosa, / tenero e fondo, quale predizione, / partorisce gli anfratti della notte”) o rivolta in adesione alla compagna (“Rosanna, tu conforto, tu ventura / che di mia vita allevi la fatica”). L’atmosfera è quella delle algide superfici, dove campeggia una realtà contratta, come vetrificata, bilanciata tra concreto e astratto, cioè tra riferimento oggettivo e immaginario quotidiano. E quella dell’immaginario calato nel presente e nella storia è la componente costante, con la sua luce abbagliante (“come scheggia di coccio proiettata / di taglio e rimbalzante a pelo d’acqua / sul velo mite e fermo d’uno stagno”), che è poi la cifra originale della poesia di Nigro. In un linguaggio contenuto ma graffiante, di una incisività direttamente proporzionale all’energia vitale (“Troppo m’involge il gusto per la vita”) che lo anima anche nella polemica dal più profondo di sé. Un’innata tendenza all’intarsio finissimo caratterizza la scrittura, nella quale l’andamento verbale contraddistinto da una sorta di melodia cromatica semitonale, ha una piena maturità di accordi, nell’essenziale economia dei circuiti e nella rapidità dei percorsi di questa poesia che vive nella “divina intermittenza” dominata, come si diceva, da una forte direttrice intellettuale: “È un indulto perpetuo la poesia, / un grembo circonfuso di segreto, / amore intransigente, instante, inquieto, / forziere di entusiasmi, crocevia / di contrastati affetti, di contese, / di splendori, di cure per discese / alle latèbre folli o per ascese / all’Elisio fulgente, ove risuona, / lontano e appassionato, un serventese / una canzona di tant’anni fa”.
Prefazione

