I poeti sono alleati preziosi,…
giacché essi sanno in genere
una quantità di cose fra cielo
e terra…. S. Freud
Secondo il dettato freudiano ripreso da Lacan l’ES rappresenta la ricerca del piacere, una ricerca mediata dalle pulsioni primitive e istintuali dell’uomo. In una parola, l’Inconscio. Il poeta è proprio colui che non ha bisogno di attraversare mondi alieni per arrivare ad esprimere l’inconscio, ma più semplicemente raccoglie ciò che emerge dal proprio “profondo” e lo esterna: Quando scrivo, cerco di non capire quello che scrivo. (J. L. Borges). Evidentemente è la forma poetica, il significante, che lo permette. La figura retorica della Iterazione (e dell’Anafora) dichiaratamente viene a rappresentare questo impegno poetico e nella poesia di Campana tutto ciò è ancora più vero. Se analizziamo una celebre poesia dei Canti Orfici come L’Invetriata penso si possa facilmente dar conto di un approccio poetico sciolto da ogni condizionamento esterno o mondano: La sera fumosa d’estate / Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra / E mi lascia nel cuore un suggello ardente. / Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una / lampada) chi ha / A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha / acceso la lampada? – c’è / Nella stanza un odor di putredine: c’è / Nella stanza una piaga rossa languente. / Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto: / E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola / ma c’è / Nel cuore della sera c’è, / Sempre una piaga rossa languente. Iterazioni quali: “…chi è chi è che ha /acceso la lampada?” o ancora: “E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola / ma c’è” stanno a raffigurare l’onda di ritorno, la risacca, dell’inconscio poetico di Dino Campana. È proprio questa onda musicale che conduce alla ricerca di senso in termini filosofici ed esistenziali. La pura ricerca del significato (secondo l’interpretazione strutturalista) viene così superata da un artista costantemente coinvolto dalla propria personale esperienza di vita reale, filtrata solo ed esclusivamente attraverso la poesia. Necessità vitale, appunto, per lui. Domanda itinerante, ritornante, è quella relativa allo stato mentale di Campana, etichettato clinicamente folle già prima della stesura del Il più lungo giorno. Un mistero, in realtà, per critici e poeti. Nel suo lavoro La storia segreta e la tragica poesia Neuro Bonifazi arriva ad ipotizzare un interessamento cerebrale di natura luetica per giustificare le violente e improvvise accensioni neuro-psichiatriche del poeta di Marradi. Accensioni che forse lo tenevano in contatto con quel mondo, dionisiaco e quasi mai affiorante alla piena coscienza, che dava forma alla sua poesia. E dunque la malattia nervosa non era altro, in termini poetici, che il sarcofago dell’inconscio campaniano.

