Una volta, in un gruppo di amici intenti a preparare una serie di seminari per un centro culturale, qualcuno se ne venne fuori a dire, a proposito di nulla: “Certo che la morte di un poeta è la cosa più dolorosa che ci sia” – e subito il più ideologicamente impegnato fra loro registrò la sua prevedibile protesta: “Ma come ti permetti questa gerarchia? E i carcerati i deportati gli ammalati i disabili i profughi gli infelici di ogni sorta?”. Tutti, compreso quel qualcuno, si affrettarono a dargli ragione, e in questo erano sinceri; eppure sentivano al tempo stesso che quell’innegabile vittoria nell’argomentazione era stata un po’ troppo “facile”. Ma nessuno sul momento (compreso quel qualcuno) riuscì a definire e difendere la peculiarità di quella esclamazione iniziale su ciò che significhi la morte di un(a) poeta, su quale sia il suo valore particolare. Ragionando col senno di poi, si sarebbe potuto dire che, mentre la morte di un poeta è certo un momento grave e ammonitore né più né meno di tutti gli altri, è tuttavia particolarmente lacerante: toglie di mezzo una persona che stava dando voce ai desideri sogni idee aspirazioni sentimenti di ognuno di noi, in particolare di chi non aveva voce per esprimerli; e in ciò vi è qualcosa di vero. Qualcosa ma non tutto, non abbastanza. Forse quello che vi è di più doloroso nella morte di un poeta è che sentiamo di colpo la scomparsa di qualcuno che, per dare voce, continuamente riesaminava (con varianti, ripensamenti, riscritture, sovrapposizioni e conflitti di progetti vecchi e nuovi) le sue parole; e insieme con le sue parole, la sua vita mentale (per non dire, spirituale). Certo, questo si può dire del protagonista di ogni attività creativa (artistica o industriale o altro): ma la revisione costante della parola è connessa più direttamente che negli altri casi (in un modo che si potrebbe dire fisiologico) alla continua revisione della vita (la vita più intimamente “riesaminata”, secondo la parola socratica). Tutto questo mi si è ripresentato alla mente leggendo i primi versi della prima raccolta, Bahavel (1981), del poeta calabro-milanese Franco Dionesalvi, che era allora sui 25 anni: “Io morrò / in modo strano, / non trionferà nessuna logica”. È una profezia detta in tono apparentemente leggero, allegro, addirittura un po’ impertinente (quella tradizione di impertinenza liberatrice che è caratteristica delle avanguardie storiche: è per esempio, mi vien da dire, la giovane impertinenza di Emanuele Carnevali): e che come tale commuove ancora di più, se letta dalla prospettiva di tutto il corso di vita di Dionesalvi (1956-2022). Ma è necessario non fermarsi al soggetto esistenziale, e guardare soprattutto all’oggettività della sua opera; perché dopo quel che si è detto va comunque ribadito che ogni libro di poesia è – prima ancora dell’indispensabile valutazione critica e al di là delle peripezie biografiche – un monumento alla vita (e non si tratta di un’iperbole). Ciò è confermato, a un alto livello di qualità, da questo libro di Dionesalvi, La luce deraglia – Tutte le poesie (Puntoacapo): con un titolo che mette subito in scena la questione centrale, quella di un drammatico snodo o interruzione. (Il verbo ritorna in alcune delle sue poesie: “[…] nel capo dei bambini / deragliati nel vuoto”; “e quando deragliasti e non vedevi”). Libro che contiene fra l’altro il poemetto Le stazioni che è come la via crucis di una lunga cura medica, nella tradizione moderna di raccolte poetiche come Serie ospedaliera di Amelia Rosselli e Neurosuite di Margherita Guidacci. L’opera di Dionesalvi, curata con dedizione da Rossana Bartolo, è vasta e ricca, tale che richiederà analisi dettagliate, le quali trascendono le dimensioni di questa Nota. (Fra l’altro, non posso prendere in considerazione altre opere di Dionesalvi, come il poemetto drammatico – e molto lirico – Duna, la città [Cosenza, Presenze Editrice, 1991] e i saggi critici: per esempio l’interessante Conversazione fra un economista e un poeta, scritta a quattro mani con Pierangelo Dacrema [Edizioni All Around srl] e apparsa proprio nell’anno della scomparsa di Dionesalvi. Mi limito dunque ai due seguenti assaggi (quelli che alcuni chiamano “carotaggi”). Ogni assaggio di questo tipo è necessariamente molto personale; e non esito a dire che, se mi sono soffermato prima di tutto sulla raccolta intitolata L’esistenza dei piccoli animali (1994), è stato (anche) per il bel titolo e (anche) perché questa raccolta, posteriore di una decina d’anni al citato Bahavel, reca una vivace prefazione del mio non dimenticato amico, e poeta calabro-bolognese, Gregorio Scalise (la cui vita ha subito anch’essa una lacerazione). Ma qui ciò che conta è l’esperienza poetica di Dionesalvi: in cui si ritrova, ribadisco, una vena di disinvoltura; con la quale intendo naturalmente qualcosa come una strategia di discorso, non un aneddoto psicologico. E questa disinvoltura si riflette ne L’esistenza dei piccoli animali. Per esempio nella serie scritta all’insegna dell’aggettivo inglese funky: una parola di “slang” americano che fa o faceva riferimento (lo slang si “storicizza” molto rapidamente) a certe forme musicali e a certi modi di vestire, ma che proviene dal sostantivo funk, designante un forte odore muschioso e stimolante. (“Mi dice / che sul percorso animale del mio odore / è riuscita a scovarmi”, comincia la breve poesia Funky 2). Ma tutta la raccolta si snoda come una fila di quadri variopinti; molto vivacemente variopinti, a volte, con una sensualità espressa senza veli. Che però in certi momenti si trasforma bruscamente in un tono neo-stilnovistico, come in: “Sentir che mi ami mi ridà colore / donna mia nuova estatico candore”. Ma il filo conduttore in tutto ciò è la costante irrequietezza con cui si esprimono la mente e la parola di Dionesalvi; che a volte crea una vertigine anche laddove la realtà poteva apparire come una semplice tela di fondo. In questo senso una delle poesie più riuscite è Imponderabile un mattino, che comincia con una vaga eco montaliana (“A volte di primo mattino / mentre mi avvio a piedi / e il fondale di gente case sta distratto”), ma che poi continua con uno scatto poco montaliano: “[…] mi sorprende la gioia. / Mi invade ed è pesante, / sì che barcollo un po’ e mi arresto; / ma un solo istante, / ché poi guardo e rido / e corro”. E il poeta è ben consapevole di questa sua irrequietezza o aggressività vitale (la si chiami come si vuole); la quale infatti può giungere a riplasmare la realtà circostante – come nella poesia immediatamente seguente, Ombre bianche, che comincia: “A volte la prepotenza delle mie sembianze / invade la percezione aerea della mente”. Il secondo “assaggio” riguarda una raccolta apparsa dopo un quarto di secolo, Base centrale (2020); dove Dionesalvi è rimasto in gran parte fedele, per esempio, alla misura dell’endecasillabo, ma altri elementi (com’è naturale) sono cambiati. E prima di tutto: non è più tempo della radicale disinvoltura, ma è il momento di una più aderente attenzione al reale; e di una certa tenerezza; e del recupero dei ricordi; e anche, qualche volta (come nella poesia La Bassa ) del tono incantato proprio della ballata o leggenda popolare: “e sette volte questo la contenne / e sette volte quella lo schiantò”). A proposito di ricordi: la lunga poesia Quell’anno appare all’inizio come la sintesi visionaria di una vita intera, rivisitata per immagini vivaci e gioiose – fino a che svolta bruscamente in tutt’altra dimensione, come testimoniano queste due strofe, la seconda delle quali conclude la poesia: “Ecco che io / impugnavo una lama rilucente / me la nascondo nel cappotto scuro / di notte mentre prendo la corriera. / Il sangue, quello prende e quello toglie, / è il sangue che ora tu devi versare, / il sangue la gran colpa può / lavare… / ma chi colpire? Per cosa? […] Ho freddo e caldo, / è natale e primavera estate / tutto insieme / e l’alba e il tramonto / stanno appaiati in cielo / attraverso la porta della casa / e già ritorno. / Non mi rimane / che prendere a morsi questo vetro / a strappare finalmente / agli infissi di fronte uno schizzo di sangue / che non sia dipinto”. Qui è successo qualcosa di drammaticamente nuovo – e anche il già citato tono di ballata, in questa poesia è diventato sinistro: “Il sangue, quello prende e quello toglie, / è il sangue che ora tu devi versare, / il sangue la gran colpa può lavare”. Un sogno? Un delirio febbrile? (Nelle strofe precedenti si parla fra l’altro di “[…] camici bianchi, acqua ossigenata / poverino, hai sognato”). Ma queste ipotesi razionalistiche cambiano ben poco: perché quello che resta da “spiegare” è l’impeto della violenza: verso gli altri e verso se stesso (un se stesso alquanto oscillante, perché prima parla direttamente come “io” e poi dialoga con il suo “tu”); e l’alternarsi dei tempi del passato von quelli del presente; e “la gran colpa” (di chi? Come? Perché?) che affiora dentro questa violenza e sembra in un certo senso giustificarla; e l’urto finale, quasi grottescamente – o surrealisticamente – distruttivo: “Non mi rimane / che prendere a morsi questo vetro”. Questo testo resta non completamente chiaro, ed è alquanto sbilanciato: ma chiunque coltivi la poesia – come lettore (professionalmente critico oppure no), o come autore – sa bene che i “difetti” in arte sono sempre pronti a rovesciarsi in “pregi” e viceversa. Ciò che qui importa, dunque, è che questo testo conta, nell’opera di Dionesalvi: e conta come uno dei suoi più severi scavi nel profondo della personalità – uno scavo che erompe come una brusca rivelazione di qualcosa che le immagini serene, o allegre, o anche burlesche e fiabesche, non potevano più controllare. L’oscurità del riferimenti è parte del fascino di questa poesia; e poi, l’evento dell’esplorazione interiore conta più di una risposta esplicita (“[…] quelle forme di terra / ad alcuni spiegavano domande / ma per altri segnavano risposte”, dice la seconda poesia nelle Tre variazioni sul tema ). È una nuova saggezza di vita, quella che è stata raggiunta; ed è cambiato il tono, rispetto al “non trionferà nessuna logica” che era apparso all’inizio. Cambiato, ma non troppo (è forte, la coerenza di Dionesalvi). Nel dialogo immaginario con uno sconosciuto intitolato Considerazioni sulla morte, la prima strofa, che suona: “ – Che vuoi farci, mi rilanciò, / accadono danni anche più gravi. / Piuttosto ringrazia di esser vivo / non c’è rimedio che alla morte” dev’essere riletta almeno due volte, per venire a patti con la brillante “illogicità” della sintassi: il cliché ‘A tutto c’è rimedio, fuorché alla morte’ è rovesciato in qualcosa di simile all’affermazione: ‘A nulla c’è rimedio fuorché alla morte’. E così respiriamo per un momento l’aria lievemente vertiginosa di certi momenti paradossali e aforistici dell’antica filosofia greca. (Come anche, nella poesia Se di una gioia: “Se di una gioia / non conservi alcuna memoria / la cataloghi fra le gioie / o vale invece come dolore?”). Ma poi, tutte le poesie finali di questa raccolta sono incisive – definiscono tutto il lavoro di Dionesalvi. La più forte è quella intitolata Cinque innesti, dove il linguaggio dell’agricoltura si metamorfosa insensibilmente in quello della chirurgia, e la dovizia dei termini tecnici è un modo di mantenere il controllo espressivo sull’emozione (e anche un modo di approfondire il linguaggio de Le stazioni citate all’inizio). Cinque innesti bilancia la tecnica con l’emozione: è il linguaggio della piena contemporaneità in poesia. Eppure, se dovessi misurarmi nell’esercizio — sempre esposto al pericolo dell’arbitrarietà — di identificare una poesia definitoria (non: definitiva – situazione che in poesia non esiste) nell’opera di Dionesalvi, direi che questa sia Ospite alla finestra: “Quindi si levarono gli uccelli. / Erano in gruppo, / ed empivano il contesto aereo / di stridi festosi. / Ma stettero poco. / Dietro il loro cerchio, / la terra stava a strati, / quello più spoglio e roseggiato / e l’altro verde vivo / più vagheggiante / ma troppo vicino al cielo”. In che senso, questo strato di terra “verde vivo” (e si capisce che sia “vagheggiante”) era tuttavia “troppo vicino al cielo”? Dovunque questo prato si trovi, nell’itinerario coraggioso della poesia di Franco Dionesalvi, questa domanda non può che essere accolta dal silenzio.
Paolo Valesio
Prefazione

