La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Lello Voce


 

Lello Voce è nato a Napoli nel 1957. Vive e lavora a Treviso. Poeta, scrittore e performer, è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e del semestrale letterario "Baldus". Ha pubblicato nel 1985 Singin' Napoli cantare (Ripostes ed.), nel 1992 (Musa!) (libro + audio cassetta, Mancosu ed.) e nel 1966 I segni i suoni le cose (libro + CD Audio, Manni ed.). Del 1999 è il suo primo romanzo Eroina (Transeuropa ed.).Il suo ultimo volume di versi, Farfalle da combattimento(1999), comprendente un CD Audio con sue letture e musiche di Paolo Fresu e Frank Nemola e illustrato da sei disegni di Silvio Merlino è stato pubblicato nella collana InVersi diretta da Aldo Nove, presso Bompiani. Sue poesie e racconti sono stati pubblicati su quotidiani ("La Repubblica", "Lo Specchio della Stampa", L’Unità ecc.), riviste (tra le altre, "Baldus", "Altri Termini", "Anterem", "Ritmica", "Il verri", "Variations", "Cahiers du Refuge", ecc.) e raccolte antologiche in Italia e all'estero (tra cui: La poesia italiana della contraddizione, a cura di Cavallo e Lunetta, Newton Compton, 1989; I° Quaderno di "Invarianti", a cura di G. Patrizi, Pellicani, 1989; Shearsmen of Sort: Italian Poetry 1975-1993, num. spec. di "Forum Italicum", New York University, 1993, Italian Poetry 1950 to 1990, Dante University Press, Boston, 1996). Ha partecipato a numerosi reading e performance in giro per il mondo, tra cui si segnalano qui soltanto quelli tenutisi a Milano (Milano Poesia, 1989,1990,1991, LeonkArt, Centro Sociale Occupato Leonkavallo, 1996, Polyphonix, 2000); Roma (Roma Poesia 1998, Festival dei poeti, Teatro Romano di Ostia Antica, 1999, Teatro Argentina, 1999); Parma (Festival Internazionale Di versi in versi, 1989,1995); Salerno ("Poeta 90", 1990), Bologna ("Bologna Festival", 1992, "Strumenti a voce", 1995; "Le voci della poesia", 1993, 1996), Marsiglia (Centre International de Poèsie, Le Groupe 93, 1992); Parigi (Istituto Italiano di Cultura, 1994 e 1995, Polyphonix, 1966, L’improvvisation, Beaubourg, 2000), Yale University (New Haven, USA, 1995), Ginevra (Festival de la Bâtie, 1992, 1994), São Paulo (XIV Biennale del libro, 1996, Ungaretti poeta di tre continenti, 1997), Venezia (Venezia Poesia, 1996), Barcellona (Polyphonix, 1997), Palermo (Festival del Novecento, 1997), Treviso (Finestre sul 900, 1999). Suoi testi sono stati trasmessi in spazi radiofonici della RAI (Rai RadioUno StereoBox, Radio 3 Suite, Lampi di Primavera, ecc.), della radio nazionale spagnola e della Radio Television Suisse Romande (Espace 2: Les dossiers d'espace2 - La poèsie sonore) e della televisione (Rai1 e Rai 3).Nel 1989 è stato uno dei vincitori della "I Biennale di Poesia Laura Nobile" (Università di Siena) e suoi testi sono quindi compresi nella collettanea Di poesia nuova '89, (Manni, 1990). E’ stato redattore di "Symbola" e di "Altri Termini" e condirettore di "Baldus".Della sua produzione si sono interessati con interventi su quotidiani (Corsera, Stampa, Sole 24 ore, Repubblica, Unità, Manifesto, ecc...), su settimanali (Panorama, L’Espresso, Epoca, ecc.), su stampa specializzata italiana e straniera e su testi scolastici per le scuole superiori (I testi e la storia, di Segre - Martignoni, Mondadori, Le idee di letteratura, di Cataldi, La Nuova Italia, La scrittura e l’interpretazione, di Luperini e Cataldi, Palumbo ed. ) e per l’università (La poesia italiana del Novecento, Niva Lorenzini, Il Mulino, 1999), svariati critici, tra cui si segnalano F. Fortini, E. Sanguineti, Haroldo de Campos, Vincent Barras, Renato Barilli, Alfredo Giuliani, Paolo Fabbri, Remo Ceserani, Francesco Leonetti, Nanni Balestrini, Niva Lorenzini, Filiberto Menna, Clelia Martignoni, Jean Charles Vegliante, John Picchione, Wladimir Krysinski, Romano Luperini, Haroldo De Campos, Augusto De Campos, Aldo Tagliaferri, Angelo Guglielmi, Antonio Caronia, Achille Bonito Oliva.Come critico letterario si è interessato di Gadda, Leopardi, E.Villa, Zanzotto, del problema del Postmoderno in letteratura, del rapporto tra poesia e vocalità, collaborando con varie riviste tra cui si ricordano "Baldus", "Allegoria", "Testuale", "La Taverna di Auerbach", "DeriveApprodi".Un suo saggio intitolato Avant-Garde and Tradition è compreso nella collettanea internazionale Experimental-Visual-Concrete. Avant-Garde Poetry since the 1960s Rodopi ed., Amsterdam-Atlanta, & Yale University Press, New Haven, 1996Per la rivista d’arte "Juliet" ha curato l’introduzione al fascicolo monografico Il manuale del giovane Merlino.Ha organizzato svariate rassegne e meeting di cultura e di poesia ed è, con John Gian, il coordinatore artistico del Festival Internazionale "Venezia Poesia", diretto da Nanni Balestrini.Nel 1996 ha collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo del Brasile all’organizzazione dello spazio Italia alla XIV Biennale del Libro, la più importante manifestazione libraria del Sud America.Per conto dell’UNESCO è stato Project leader e Direttore artistico del Festival Internazionale di Rap e cultura Hip Hop "VERONA RAP" (1998).Collabora con le pagine culturali di "Liberazione", "Rinascita", "L’Unità", "Il mattino" (PD), con la redazione campana de "La Repubblica" e col mensile "Kult".Fa parte della Cooperativa Theleme [www.theleme.it], con la quale ha realizzato molteplici mostre d’arte e progetti di comunicazione industriale e sul territorio, tra cui tre schede telefoniche della Telecom Italia dedicate alla poesia, una serie di "tazzine d’arte" di noti poeti che "Theleme" ha progettato per conto della Illy Caffé e una cartolina pubblicitaria di supporto al Progetto "Città e Prostituzione" sviluppato dal Comune di Mestre / Venezia.Nel 2000, con Nanni Balestrini, Paolo Fabbri, e Sergio Spina è stato autore del programma Tv L’ombelico del Mondo (Rai Educational –Rai 1) in onda da ottobre e collabora con il sito RaiSat Zoom.

 

 

 

(I)

Pseudosonetti Rorschach

 

 

1. Il poeta chiede che anche la realtà faccia il proprio dovere...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per iniziare a poetare basta un discorso / un morso al dizionario ed essere in orario

salire sul palco essere ancora in corso / grillo parlante eterno apprendista falsario

per ascoltare basta essere un pubblico / un unico orecchio-clone che sente cortese

arrivare prima della fine per far trittico / basta qualcuno seduto le bestie comprese

anche se non sanno applaudire mica / significa che poi non sappiano ascoltare

il cane e il gatto il gatto e la formica / è il poeta che ancora non sa miagolare

è questo pubblico incapace d’abbaiare / è questa lingua incapace di raccogliere

in una le freguglie di senso d’edificare / una frase formicaio per comprendere

tutte le relazioni tra nome e azione / l’ossessione di dire il dolore di capire

se sia vita il nome per l’interiezione / nostra piantata qui tra essere e svanire.

Ma perché tutto avvenga e sia vero / perché il pubblico e il poeta non siano

più poli muti d’un circuito tutto nero / occorre che fuori di qui essi agiscano

o altrimenti tacere tutti rinunciare e / seguir l’esempio delle bestie che altère

per iniziare a parlare aspettano che / anche la realtà faccia il proprio dovere.

 

 

 

 

 

 

 

2. La poesia è quest’atletismo del braccio...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia è quest’atletismo / del braccio teso che verga che cerca

questo sillogismo muscolare / del pensiero per costruirsi cranio

ossificazione del solecismo / in femoriche subordinazioni nerchia

ed occhio che inchiostra in rare / rime resti di senso e gli dà conio?

O non piuttosto l’erta sonorità / del suono che pronuncia la lingua

la stringe alla glottide al cavo / del palato e respira in soffi la voce

il confine vibratile d’ogni à / la consonante vocale che s’impingua

e gonfia e sfiata segni e sbavo / come corpo e tempo e spazio atroce?

E’ arte di mano o di polmone / che diaframma l’essere e lo sillàba

è gesto del dire o astrazione / che sìbila e traccia ‘sta rima in àba?

Resta il residuo dello scontro / pasta molle che prelude l’incontro

che rancura di fiato e rancore / le stoviglie e i stracci di tutte l’ore

quotidiane da lavare passare / a brusca e striglia il rumore denso

che tra attrito e attrito il senso / ritrova che induce a dire e a ribellare.

 

 

 

 

 

 

 

3. La poesia è quest’intenzione...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia è quest’intenzione d’andare / diritti al nocciolo e seguendo tutti

i sentieri paralleli insomma il digredire / che c’è nelle parole e che fa mutti

la poesia è quest’azione tutta di voce / questo risucchio di suono su tema

è questo dire krak splash tumf croce / su tutto ciò che c’è e poi l’anatema

che ci condanna a vita a far parola del / dolore che gulp haag gronk fa male

tropàico pronunziare sillabe d’echi nel / collo teso e il pensiero che vuol sale

da spargere su pietre e ricordi sul come / sul cosa sul quando o sul perché che

ci tiene stretti a cosa a quando a come / sincronia di occhi e lingue e vesciche

urgenzaminzione chiamata espressione / sforzo fecale che comprende e prende

e sa bene che siamo qui sotto l’alluvione / senza salvagente né vie d’uscita o tende

che non serve a non affogare non rende / è zavorra vizio saggio lentezza morra.

Ma senza resta la forra scura ch’offende / il consenso muggito il sì e la camòrra

la poesia è solo quest’azione del parlare / fermi a metà tra pronunciare e nitrire

insomma quest’intenzione di torturare / ogni sillaba e suono quest’interferire...

 

 

 

 

 

 

 

4. Le parole pronunciate al palato...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le parole pronunciate al palato / lasciano sapore di sangue e sintassi

un aspro intenerirsi delle vene / un ràbido sentore di cose in padùle

affogate nel suono e nel dato / irrimediabilmente indecisivo se sassi

e vipistrelli se scìmie poréne / e sciuette se iatti e hàni se vive cucùle

cantano il fonema senza senso / il sesso degli angeli e il deìttico folto

di questa folla che s’infolta e ode / l’unico nulla ch’abbiamo a far bastare

anche per oggi e domani denso / e trasparente sentimente e i’ ch’ascolto

il millennio e le bbestie pprode / dell’ultimo orizzonte sul filo arrancare

mi resta solo il fiato per ancòra / per l’ultimo prima del possibile scracchio

né c’è poesia in corpo che possa / salvare il fonema da epatite o il fegato

preservare da pleonasmo l’ora / di che risuona quest’immondo pateracchio

che chiamiamo Ytaglia ma non c’è / ‘na zione né po’ polo né rivo né luzione

né sole né cantabile avvenire né / diverso sarebbe se esistesse soluzione:

per me e per i cuccioli alle soglie / solo cibo senza sale kalùmnia e doglie.

 

 

 

 

 

 

 

5. La tradizione è solo la sinèddoche del passato...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tradizione è solo la sinèddoche / del passato un sorriso a mezza

bocca occhio di Venere stràbico / l’inclìta vede solo ciò che ìndico

teoria avara di voci e frasi fioche / e volti sordi e gusci di secchezza

umana bestiaggine del taràbico / che immàgico comico un po’ tràbico

del lupàgnolo che lieve e parricida / nell’inèdita spalla del suono canta

altro stile altro timbro altro verso / come un nitrito o squittìo o barrito

che trèmita delle tèrmiti sul dorso / assassino ed operoso che n’incanta

ma sveglia il sospetto n’sia strida / o cercarsi il mondo in punta al dito

e non risolve se occorra l’agire / al dire o il dire all’agire non conta

è eretradizione sesso da monta / retorica da bordello e cerca il bello

l’indecisivo innecessario kyrie / ma la tradizione è solo un ombrello

ch’acceca l’orizzonte e lo dismonta / riviera d’Acheronte danno ultima onta

degli sconfitti dei poetipària muti / esponenti di tutto l’elenco dei caduti

ch’han visto bene l’ironico memento / di come in tutte le storie sia un tradimento.

 

 

 

 

 

 

 

6. La poesia è questo dolore acuto al molare...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia è questo dolore acuto / al molare l’ascesso gengivale

che gonfia le parole e pronuncia / verbo a verbo palato e fiato

la frase che resta filamento muto / tra i denti e descrive l’ovale

di cruna d’ago fitta che scalcia / e scalca osso da osso il dato

incontrovertibile e labile di sé / e della propria mascella serrata

al quotidiano varco tra corona / e corona masticato e insalivato

fatto in forma di suono che tuona / di vocale che significa incarcerato

in fili di frase come un che che che / un bla bla bla ‘n intera accoppiata

di fonema e teorema un ema / rosso cupo che scorre a fiotti tra

noi e noi quell’altro dell’altro / che vibra e ci commuove a tema

e ci macchia gli abiti e l’animo / il collo di camicia che circonda

il polso del senso il cupo limo / che si crede sezza o parola tonda

la pivetta becera che strombetta / nella bocca finta e marionetta

come dal culo fondo l’universo / e della vita rifacendo il verso.

 

 

 

 

 

 

 

7. Ma non è stagione d’avanguardia quest’autunno...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma non è stagione d’avanguardia / quest’autunno declinante e fretto

né noi poveri figli di padri poveri / né questa lingua sudata e gonfia

usurata usurpata allevata a nerchia / e a kaos a koax e a lordame netto

no no non potremo farne ‘còveri / di questo lattice che turpa e tronfia

di questo telemiele acre e scintillo / no no non ne verrà neanche trillo

o fischiosegno chiaro e netto gorgia / che gonfia rossa e tesa e tacchìna

in trogo e barbiglia vènte bandiere / e incìta a frusta a motti cocchìere

che dirige e narra il filo dell’orgia / nostra che crepa e ormai s’incrina

ma non è stagione da retroguardia / quest’inverno uso veltro e rabbio

questo nienteniente che fa gabbio / che dà gabbo e néva e discàrdia

ménte e scuora e pompa in vuoto / vuoto nulla che in rima percuoto

e vibra d’echiechi il niente e tutto / circonda e s’attorciglia il collo

e ammuta la mènte gli fa scollo / ch’ogni detto già mi sembra rutto

che strozza o bolla vòta vènere / d’aria sostanza bolsa chìacchere...

 

 

 

 

 

 

 

8. E’ come un gargarismo un grutto...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’come un gargarismo un grutto / un groppo di voce e parola un’eco

virtuale virato in virtù e parla / una pasta di parole e schiocchi cupi

un rombofischio che copre tutto / mentre soffriggo l’essere e mantèco

sentimenti o macero amori pirla / è come un inghiotto a strozzo da lupi

energia ritta che stringe i fianchi / vita su vita fatta a forza d’ammànchi

clamante in punta di piedi bocca / che stampa ogni sillaba che scocca

sui labbri e i denti la golatonsilla / cucendo in punta d’incisivo prilla

frase su frase la dice agli stanchi / ai dormienti ai passanti tutti manchi

ai cloni dei cloni dei cloni a noi / ai cicloni d’aria e dolore che spazzano

toraci sfiatano natiche impazzano / sui capelli le dita i gesti nostri e poi

in elettriche fulminee precipitano / al suolo scrosciano vocali saettano

significati e fegati dicono ahi! / che me coce ahi! che mai ti lascio, mai...

Quest’emozione nel polmone / questo fiato rumoroso della situazione

che per un istante sembra utopia / ma poi è già silenzio: era solo poesia...

 

 

 

 

 

 

 

9. Un rùmino in tre stomaci vacui...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un rùmino in tre stomaci vacui / come erba verde masticata in tre

bocche e inghiottita in gola in tre / trachee evacuata da tre culi càcui

un bolo un groppo o nodo scorso / un boccone di vita aspra un morso

tirato al collo della realtà stronza / come volpe lione come fera lonza

come sintassi dentuta e appuntita / che strozza coi nomi le cose e la voce

parla pomi e sentimenti in croce / pirla viscere e cuori in punta di matita

segue lo spartito che separa suono / e segno il confine tra lettera e tuono

rumina e batte lo zoccolo duro / come toro alla carica incorna il muro

del significare che fermo in palude / stagna nell’attesa del vento e prude

come foruncolo in gola e vuole / fiato e vocalizzando dice e duole

osso osso muscolo per muscolo / lingua per lingua in cortocircuitare

la vita mia e la tua il bruscolo / che sono nell’occhio dell’universare

tutto di pianeti e comete brille / di galassie e stelle spente di stille

di rime usate in cuore e amore / cose che solo a dirle ed è già dolore...

 

 

 

 

 

 

 

10. Il poeta si difende dall’accusa di non scrivere poesie d’amore...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma vedi hai torto a dire il poeta / perché poi è comunque la poesia

a dire testo nero che non è carne / né sangue né vita solo sedimento

secco e vuoto da insufflare meta / metaforica ombra più ombra mia

sola sostanza o avatàr da starne / lontani suono muto che non sento

ironico memento di parole che / descrive il silenzio e lo fa centro

del mio dentro e alle tue anche / non dà nulla e non si fa inventro

non sfiora la pelle non palpa / alle cosce ma è solo miope talpa

che cerca il cervello lo sugge / che attanaglia la voglia che sfugge

o la inchioda e la fa memoria / sconfitta passato referto o storia

cuneiforme del sesso nostro / del sudore crosto del nero rostro

mio ficcato fondo nel chiostro / tuo umido di pioggia e inchiostro.

Perciò vedi hai torto a dire / il poeta: è la poesia che l’amore

proprio no non vuol soffrire / né vuol più rime-baci in cuore

ché in giro vede solo dolore / sangue e viscere morte odore...

 

 

 

 

 

 

11. E’ il pubblico il tuo nemico di classe...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mordili al collo affonda i canini / fin giù in giugulare e inietta

tutto il flusso di verbi a disdetta / artiglia il cuore e gli intestini

strappa al ventre e poi mentre / flettono spiega che è per sempre

questa sintassi qui che strozza / il nome che fende taglia e mozza

di’ loro che la caccia è aperta / che ormai senti l’odore e scoperta

è la traccia la pista-cinghiale / che mena alla trappola avverbiale

inevitabilmente assolutamente / crudelmente giustamente rovente

e tesa la buca impalata aguzza / che sgozza la bestia che ci appuzza...

Nel tempo che manca alla fine / sii didattico indica loro le rovine

che restano di noi illustra chiaro / le ragioni irrefutabili dello sparo

pronominale che li annienterà / nel suono estremo che esploderà

sii compassionevole e strappa / loro infine dagli occhi la benda

che consente chiedere ammenda / la sentenza recita che li rattrappa.

Ricordati che sei con le masse: / è il pubblico il tuo nemico di classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

12. Un peluche a labbra mobili...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivi vivi e si fa presto a dire / vivi per sopravvivere o sottoesistere

si fa presto a dire non morire / stringi i denti e la coscienza fingere

per fingere conviene finire / conviene convenire della sconfitta

leccarsi le ferite e la fitta / al cuore restituire le armi e disdire

poi staccare la luce agli occhi / sbullonare gli omeri e i due ginocchi

slegare i muscoli e lo stomàco / svitare via le dita e spedirgli un Traco

alle Potenze Ultrici completo / di messaggio e istruzioni per ricostruire

un corpo che possa sì frinire / parlare muoversi senza più divieto

 

 

(III)

Lettere, cartoline e strofe a dispetto

 

 

 

 

Compagno Professore, lo so che forse lei erano quarant’anni che aspettava

(una risposta - non richiesta - ad Edoardo Sanguineti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Compagno Professore, lo so che forse

Lei erano quarant’anni che aspettava, ma

mi dica (per favore, mi dica) se aspettava

proprio questa festa o carnevale e quel che vale

questo ballo sballo, questa danza ciangotta:

Capitale e schiavi tutti uniti nella lotta

e (la prego, mi dica) come si fa

a votare contro le libertà di lorsignori insieme a lorsignori?

Compagno Professore, lo so che forse

Lei erano quarant’anni che aspettava, ma

mi dica (per favore, mi dica) se credeva

davvero che ci fosse ancora il Quarto Stato

e se li ha visti il Quinto e il Sesto, il Settimo

che arrancano sul fondo del quadro, piano piano,

che chiamano e c’è nessuno che li sente

per questa disoccupazione porca che viver più non ci consente.

Compagno Professore, lo so che forse

Lei erano quarant’anni che aspettava

ma che c’entra con la Rivoluzione

un rospo democristiano e la sua rana

colonialista, ch’era in cima alla mia lista?

Che c’entra con la Rivoluzione il gadget-Che

di questa generazione che Lei spesso difende?

mi creda, sia comunista e scaltro: morto un Che, se ne fa un altro!

 

 

 

 

 

 

Compagno Professore, lo so che forse

Lei erano quarant’anni che aspettava

ma che c’entra con la realizzazione

del sogno nostro questo voto desistente

questo niente: non può davvero darmi torto,

lo sa anche Lei, è poi così evidente,

la storia, creda, in questo non ci mente

taglia corto e dice: l’unico capitalismo buono è quello morto.

 

21 aprile 1996

 

 

 

Il Professor Steiner ha detto con sussiego...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Professor Steiner ha detto con sussiego:

poesia e letteratura son arti da imbecille,

da scuola bassa, da quoziente meno 1000.

Io, per me, con altrettale sussiego me ne frego:

il tempo scorre via, Voce o Steiner che si sia,

tutti già vecchi, a scapolàre l’ora che rintocca,

tutti che nutriamo sempre la speranza sciocca

che, con noi, morta sia pure la poesia...

 

 

 

 

 

 

 

Piccolo elogio del F. K. K.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Distesi sul sabbione che s’avvampa,

quasi in branco o stormo o gregge,

mandria, mescola viva di groppa-coda-zampa,

siamo soltanto più all’occhio che ci legge

esemplari varî, insetti che sciamiamo,

con caste, credi e razze lasciati lì, lontani...

Così, nudi e crudi come bestie, sembriamo

di nuovo quasi umani...

 

 

 

 

 

 

 

Condom&Poetry n.1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

M’inanello il glande e lo inglobo al gluteo

tuo duro più dell’asta mia che ormai impenna

poi prendo distanza cerco il varco luteo

miro e misuro lo stile per intingere la penna

nel calamaio nero nella tua seppia scura

che cola acqua di mare e sale e si contrae

e sussurra e soffia e dice mentre morbida si smura

al maglio aguzzo che mai distrae...

 

 

 

 

 

 

 

Condom&Poetry n.2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dipinta la mia cappella come Sistina postindustriale

da condom con tintura atossica testata ultra-naturale

(con colore, taglia e assortimento da scegliere al momento

a seconda della stagione, pelle o particolare accadimento

ma resto insoddisfatto, perplesso e non affondo

mi guardo il mio fratello vestito per la festa

e poi la tua cosina rosa e nuda e lo nascondo

(non è abbastanza trendy da perderci la testa ...

 

 

 

 

 

 

 

Condom&Poetry n.3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poggialo in punta e infilamelo con le labbra

spingilo morbidamente in fondo avvolgimelo

di lattice e lingua lunga che sporge e slabbra

tienilo stretto e fermo e caldo e proteggilo

mordimelo all’apice della vetta sulle nevi

fammi capire chiara e forte tutta la fame

che ti stringe il ventre il potere tuo che bevi

a sorsi brevi il succo di mie brame...

 

 

 

 

 

 

 

 

Condom&Poetry n.4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ vero: faccio cybersesso e allora m’abbandono

divento uomo, donna, cavallo o vibro-ermafrodita

e prendo e ficco e transgenero e intanto mi condono

la scelta fissa e delego al tasto che tocco con le dita

di scagliare il bit eretto e duro che già la sodomizza

con lei (via schermo) che digita la natica e m’aizza

(ma sulle dita ho messo condom dieci e di colore oscuro

non corro rischi: io faccio sesso solo se è sicuro

 

 

 

 

 

 

Segreteria telefonica*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non posso rispondervi, sono nella vasca da bagno

con le vene tagliate e il CD di Lou Reed in auto-play,

a quest’ora il sangue sarà diventato già stagno,

lago d’acqua e vino dove galleggiano i glutei miei

Non so dirvi perché l’ho fatto: certo è che la colpa

è anche vostra se il mio cardiaco tutto si spolpa...

Se ci tenete all’ultimo saluto (per quanto un po’ autistico)

lasciate un messaggio dopo il segnale acustico...

 

 

 

 

 

 

Canzone del destino

(o di Jahier)

 

 

 

 

 

 

a Titta, con amore.

 

Ci sono destini e destini che ci attendono e svolte molte ci sono

una per ogni orizzonte una per ogni mano e fegato c’è n’è una per

ciascuno di vita intendo di minuti ed ore e giorni ed anni e millenni

di respiri ed istanti a mezzo fiato rinunciati e lisi di cuori senza cuore

di vite feroci e grigie di sventagliate di mattinate e mattinate divise ma

certo forse sarà pace o forse sarà guerra ed è di poco conto e certamente

per vivere dovevi sperimentare per vivere dovevi essere ingannata ora

che hai fatto tutta l’esperienza ora che sei pronta ora che ti protegge

tutta la diffidenza e resta più solo da vivere o dinuovo poter essere ingannata

Voglio dire il nostro e il loro incomunicabili e intrecciati a far osso duro

crosta cartilagine spigolosa e puntuta scheletro d’osso e diamante e a

darle nome storia ma la mia e la tua intendo e poi la loro la grande la

virtuale e vera la Storia ma la misera nostra che chiamiamo vita e ora

virtualizziamo a morte la nostra piccola rivoluzione portatile solubile

maneggevole quotidiana da piazzare a rate di sopravvivenza e muta

eh eh ragazzi la vita non è poi così preziosa sentite le condizioni tribolare

emigrare ammalare ospedali camorre prigioni. Ehi ragazzi la guerra

non è poi tanto cattiva almeno nelle antiche storie alla fine si moriva

L’esistenza nostra cucciola e briciola l’esistenza nostra ignorata dico

refusata scartata consumata rottamata sprecata investita l’esistenza nostra

puledra e scintilla ora imbolsita trottata domata macellata divorata e l’attimo

preciso qual è stato quale il respiro il lampo di luce a confine quale la

fine il termine il nome impronunciabile e pronunciato che ci ha trasformati

in un già detto in un già fatto in storia della nostra storia in morìa epidemica?

o dei tanti uomini che potevo essere o dei tanti uomini che non sono stato se

questo solo superstite è il mio me necessario perché continua ancora ad

oscillare verso i tanti uomini che potevo essere i tanti uomini che non sono stato?

 

 

 

 

 

 

E’ questa globalizzazione mondializzante dell’esperienza sono queste

multinazionali del sentimento forse a frusciarmi via dalle dita la certezza

d’esser vivo e invece mi sento affogare affondare nel Fondo Esistenziale

Internazionale e sconto tassi folli d’eversione e devianza dalla fascia di

parità dell’essere patisco ingiustizie strutturali e continui colpi al cuore

cirrotizzazioni del fegato infarti al muscolo apoplettico e risa e singhiozzi

sicuro che son tutto vivo braccia gambe c’è tutto posso fare anche un salto

vedi ma l’anima non può più saltare ci sono delle parti immobili da tanto

che forse son già morte... provi te cara a sentir se rispondono ancora?

E se ci aggiungi i giorni i mesi gli anni passati a scrivere e a parlare a dire

e a protestare a correggere le bozze al mondo allora vedi che non mi

restano che le tue fantasmagoriche natiche e il tuo respiro affannato

a cosce intrecciate mentre mi sbilancio su di te colpo dopo colpo mentre

precipita su noi tutto il tempo e universa di stelle questa vecchiezza sua

definitiva nella stretta tua che s’apre alla morte che ci è stata estratta in sorte

esprimere esprimere cosa perdi tempo a vivere? sono morti senza

parlare i poeti che hanno vissuto... ma è appunto perché non posso

vivere... o se potessi vivere cosa mi importerebbe di parlare?

O invece cosa m’importerebbe dimmi di vivere se davvero anche solo

per un attimo potessi parlare se anche solo per un istante istantaneamente

dalla voce si scollasse una parola-suono eterna e senza corpo se anche

per una volta sola potessi davvero dirmi dirti dirci tutto quanto c’è da dire

gutturale per gutturale labiale dopo labiale dittongando ogni senso

e raddoppiando alla potenza ics ogni sibilante che s’incorpa e smuore?

ognitanto dalla sua poesia si stacca una vita ognitanto dalla sua vita si

stacca una poesia se la sua poesia è bella ha torto la mia ma la sua vita non

può aver ragione perché avrebbe torto la mia dunque è brutta la sua poesia

Ma poi lo sai vivo e parlo e scrivo e muoio più o meno come tutti più o

meno respiro dopo respiro più o meno col cuore a finanziamento agevolato

lo sai sconto il mio e la parte mia di quello di tutti più o meno timbro il mio

sentimento settimanale più o meno destino al futuro il mio destino più o

meno mi acrobato sul filo di sorti e lingue e come tutti più o meno firmo il

mio contratto giornaliero d’esistenza e resto in ascolto del rombo che verrà....

 

 

Nota: nel testo sono liberamente utilizzate citazioni provenienti da P. Jahier, Poesie in versi e in prosa. Tutte le citazioni sono state rese in corsivo.

 

Rap di fine secolo [e millennio]

(o di G. M. Hopkins)

 

 

 

è meglio morire che perdere la vita

Frei Tito de Alencar Lima

 

fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a

finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e

frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti

boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della

stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo

e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte

con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo

e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi

fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz

ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua

dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire

protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello

 

Nelle nevi sfreccia

Scagliando all’indietro il porto

Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia

Perché l’aria è infinita e senza conforto

E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,

Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;

Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare

Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

 

 

due guerre due mondiali intendo e una mondializzazione che è pure peggio dico per

quelli della stiva e i primi spazzati dal ponte a colpi d’onda finanziaria dopo onda

finanziaria col mare delle valute a forza sette-otto e strani figuri italo-americani che

si aggirano nei corridoi e nel salone e in sala macchine e fino al timone al radar con

bottiglie e bottiglie di whisky di contrabbando strette sotto i pastrani inseguiti a sirene

spiegate da alcolizzati in divisa che deràpano-àpano sul cassero e sgommano a proravia

ma ce n’erano a milioni poi acquattati dietro trincee e barricate da Parigi a Stalingrado

studenti e filosofi e soldati e intellettuali e imboscati contro il Reich e la società porca

e borghese nella tundra innevata e al sole dei boulevard e a Berlino poi gruppi sparuti

ma armati e a Roma sui tetti i tiratori scelti tutti tesi a centrare raffica dopo raffica il

cadavere accosciato nel bagagliaio rosso che pulsa ad ogni pallottola come di nuova

vita poi la vite spietata che gira e stringe ogni nostro respiro col fumo nero della stiva

 

E poi quanto al conforto del cuore,

Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio

Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore

Di uno screziato e scorticato maggio!

Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta

Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio

Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza

Il tesoro mai visto di cui nessuno - nemmeno per sentito dire - immagina lo splendore?

 

e tanto per cominciare uno sparo un semplice sparo a Sarajevo poi esplosioni in serie

raffiche e sordi boati a poppavia e a Milano, Brescia, Bologna e sui treni squarciati giù

nella stiva e c’è chi giura d’averne visto uno di ferroviere volare fuori dalle finestre del

salone spinto in mare da un pulotto col cognome da terrone e c’è chi giura d’aver visto

quello stesso pulotto ucciso dal fuoco amico di sbarramento d’insabbiamento e trincee

sul Grappa sin sulla cima innevata dell’albero maestro e ad Anzio e ad Ostia a Napoli

e tanto per proseguire coi cavalli lanciati alla carica sul ponte di terza la tromba di Bava

Beccaris che squilla repressione e Tambroni dalla sala radio dirige le ondate dei celerini

che spazzano il quadrato fin sotto a Valle Giulia calpestando Alice i suoi specchi e il

walk-man e ustascia cetnici che corrono nei corridoi a caccia di scalpi indiani di scalpi

metropolitani da offrire poi in sacrificio a questo secolo così breve da stare tutto in una

poesia tanto breve da mozzare lì il millennio tanto breve da stare tutto in un solo gulag

 

"C’è chi mi trova spada qualcuno

Invece la flangia e la rotaia; fiamma

Zanna, o flutto" la Morte batte sul tamburo

e le tempeste strombazzano la sua fama.

Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra - Polvere!

Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,

Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere

Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno.

 

 

dico dei tempi quando Pasolini era un ricchione Balestrini un terrorista dico del tempo

che fascisti ne incontravi sempre troppi alla porta della cabina al bar in sala macchine

e qualcuno pure al timone né si prendeva poi nessuno tutti scappati sotto La Moneda

a dar man forte ai cugini americani a far fuori lo zio di una nota scrittrice lo zio cileno e

comunista o a tagliar le mani a cantanti-conoscenti musici-fiancheggiatori pre-fujimori

a internare lavoratori a sorvolare Viña del Mar radenti mitraglia tra i denti per la libertà

dico del tempo che a Piazza Statuto masse di operai-massa incontrollabili a ondate dentro

e fuori dalla piazza e dal sottoponte disperse con le jeep della Fiat col manganello con le

pistole della Beretta coi frutti del lavoro e dell’operosità ricostruttiva e resistenziale e loro

o almeno i loro figli e io con loro a Roma a buttar giù dal càssero il sindacalista in capo e

poi inseguiti da celerini e operai-massa coi lacrimogeni e le chiavi inglesi e noi sporti fuori

bordo a vomitare per il mal di mare ma la nave lei accelera accelera altro che contestare

 

 

 

Uno si precipitò giù dal sartiame per salvare

Le folli-dolci-donne di sotto

L’uomo abile-ardito con la vita una corda a circondare

Fu scagliato sino alla morte d’un sol botto

Nonostante il suo petto-corazzata e i fasci di forza:

Poterono vederlo per ore spinto sopra e sotto

Attraverso lo sfrangiato vello di spuma. Cosa poteva fare

contro l’annodarsi di fontane d’aria lo scalciare delle onde il loro diluviare?

 

c’erano un po’ tutti chi sul ponte di comando chi nella stiva o spuntando dai boccaporti

smo su ismo pop e cubisti orfani orfici e orfani avanguardisti espressionisti e surrealisti

e tanti e tanti quelli rimasti in terza a filo d’acqua tutti che protestano che ti svolazzano

accanto come mosche sul naso del cocchiere patafisici e petrarchisti figurativi e poveri

astrattisti e dodecafonici e grunge tecno e pulp e istrioni e pagliacci ed eroi organici alle

masse e le masse che nemmeno lo sanno che si telenovellizzano in vena e godono del

nulla ma c’è un mare un oceano sconfinato da dada a dada c’è un sargasso un triangolo

imbermudato c’è il sudore di un secolo tutto polverizzato in bit fatto silicio e memoria

attiva c’è un video lungo cent’anni tutto sulle nostre povere rètine bruciate irretite tutto

da vedere a costo di tener su le palpebre con stuzzicadenti fino alla feccia impressionante

di queste nostre rovine sfavillanti del latex steso sul disastro delle falle che squarciano

lo scafo sul vibrore frenetico che scuote la nave sul sibilo acuto delle macchine a scoppio

 

Ed io la mia mano baciando

Fino alle stelle, al bello-frantumato

Stellato, fuori di sé espandendo;

Bagliore, gloria del tuonato;

Baciando la mia mano fino all’occidente di-susina-screziato

Poiché, sebbene egli sia sotto dello splendore e della meraviglia del mondo,

Il suo mistero deve essere in-tensionato, forzato

Perché lo saluto nei giorni in cui lo incontro e benedico quando lo comprendo

 

 

è stato come schianto soffice ed acqueo come cascata gelatinosa di marmellata e idee

appiccicose come lebbra mentre lo scafo ruotava e li ho visti uno dopo l’altro cadere senza

essere colpiti fottuti epidemia dopo epidemia infettati definitivamente da questa fine fredda

e strisciante e poi si sono visti in fila incatenati sfilare gli ultimi irriducibili che

pesi scontavano i loro sogni e loro violenza e si sono visti i profeti montati sull’albero

maestro urlare che tutto va bene tutto va bene va bene va bene mentre la chiglia singhiozza

e incrina mentre il ghiaccio possente ed aguzzo apre le connessure e sono tutti lì in cabina

che si guardano il loro naufragio in tivvù mentre sul ponte di comando si mangia e si beve

e si cercano giovani donne esperte in lingue straniere e neo-schiavi per servire in tavola

mentre che ormai le scosse sono troppe mentre son tutti lì che provano a cambiar canale a

cambiar destino a cambiare moglie figli e lavoro a cambiare idea a pensare che in fondo

con tutta quella nebbia lì fuori è meglio morir dentro al caldo come ratti sazi ruttando

 

La Speranza grigi crini mostrava

La Speranza aveva messo il lutto

Scavata dalle lacrime che l’angoscia sbranava

La Speranza da dodici ore aveva abbandonato tutto

E atroce un crepuscolo serrava un giorno addolorato

Senza soccorso, solo faro e fuoco che splendevano dappertutto

E infine vite furono strappate al ponte spazzato

E alle sartie si aggrapparono nell’aria orribile che rovinava

 

 

come un colpo che c’ha colto al diaframma come un colpo stolto che c’ha morto un colpo

solo per finire la Cagol un colpo solo per non soffrire più sempre meglio che i brandelli di

pelle sparsi sotto il traliccio sempre meglio del calcio di un fucile un colpo per svuotarci

la scatola cranica e inzepparla di merendine sofficine di telefonini dietetici di terze quarte

quinte case e la sicurezza vuoi mettere la sicurezza un colpo solo mentre la prua ormai

inabissa e gorgoglia e c’è chi fa mercato nero di scialuppe e salvagente e c’è gente c’è

gente che mente come vive e vive come mente anche ora mentre nuota a stracciafiato e

congela in flutti color fine-millennio come un colpo sordo che dice chiaro che del Vietnam

chi vuoi che si ricordi più e del Chiapas chi vuoi che si ricorderà e non c’è trucco non c’è

inganno non c’è beffa non c’è danno una semplice fine d’anno qui sul Deutschland qui per

un crack uno strike e ora che la nave non c’è più che resta solo il mulinello che sprofonda noi

diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita.

 

Nota: Questo testo utilizza citazioni tratte da The Wreck of Deutschland [Il naufragio del Deutschland] di G. Manley Hopkins, le traduzioni dall’originale inglese sono mie. Tutte le citazioni sono rese in corsivo

TUTTI I TESTI SONO TRATTI DA: Farfalle di combattimento – Ed. Bompiani.

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