La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Silvio Raffo


Silvio Raffo della Porta, nato a Roma nel 1947, vive a Varese dove dirige il centro di cultura “La Piccola Fenice”. Ha pubblicato di poesia: I giorni delle cose mute (Kursaal editoriale, 1967), Invano un segno (Rebellato Editore, 1976), Stanchezza di Mnemosyne (Forum Quinta Generazione, 1982), Immagini di Eros, Forum Quinta Generazione, 1984), Da più remote stanze (Hellas, 1984, prefazione di Daria Menicanti), Lampi della visione (Crocetti, 1988), L'equilibrio terrestre (Crocetti, 1991), Quel vuoto apparente (Edizioni del Leone, 1995), Vocative (LietoColle, 2003), Il canto silenzioso (Marna, 2005, prefazione di Maria Luisa Spaziani), Maternale (NEM, 2007), Al fantastico abisso (Nomos 2011); di narrativa, i romanzi: Lo specchio attento (Edizioni Dello Zibaldone, 1987), Il lago delle sfingi (Marna, 1990), La voce della pietra (Il Saggiatore, 1996, finalista al Premio Strega), Virginio (Il Saggiatore, 1997), Spiaggia Paradiso (Marna, 2000), I figli del Lothar (Ulivo, 2008), Dependance (Acar edizioni, 2009), Eros degli inganni (Bietti, 2010), Giallo Matrigna (Robin, 2011), La Sposa della Morte (Robin, 2012); in prosa, biografie e saggi: Guida alla letteratura contemporanea (Bonacci, 1977), Donna, mistero senza fine bello (Newton & Compton, 1994, a cura), Gli specchi della Luna (Tettamanti, 1999), Ada Negri, Poesie (Mondadori Editore, 2002, a cura), Sibilla Aleramo, tutte le poesie (Mondadori Editore, 2004, a cura), Platone: l'anima, Mondadori Editore, 2006, a cura), Seneca: la serenità (Mondadori Editore, 2006, a cura), Marco Aurelio: la libertà interiore (Mondadori Editore, 2007, a cura), La sposa del terrore (Book Editore, 2009), Io sono nessuno, vita e poesia di Emily Dickinson (Le Lettere, 2011), Lady Medusa, Vita poesia e amori di Amalia Guglielminetti (Bietti, 2012), Antonia Pozzi, Lieve offerta - Prose e poesie (Bietti, 2013). È inoltre autore di traduzioni: Emily Dickinson: poesie (Fògola, 1986), Emily Dickinson: Geometrie dell'Estasi (Crocetti, 1988), Le più belle poesie di Emily Dickinson (Crocetti, 1993), Oscar Wilde: Tutti i racconti (Newton & Compton, 1997, 2012), Emily Dickinson: tutte le poesie, Mondadori Editore, 1998), Christina Rossetti: Nostalgia del cielo (Le Lettere, 2001), Sara Teasdale: Gli amorosi incanti (Crocetti, 2010), Wendy Cope: Guarire dall'amore (Crocetti, 2012), Emily Dickinson: Dalle porte dell'Estasi ( RCS, 2012), Emily Bronte: la Musa tempestosa (RCS, 2012), Christina Rossetti: Il mercato dei folletti (RCS, 2012).


E-mail    silvio.raffo@virgilio.it


Quanto abbiamo vagato in questa selva -
quante penombre
abbiamo attraversato,
quanti fantasmi incontrato. Ogni belva
silenziosa
e fantastica svaniva
se non ci spaventava nell'agguato.
E quante notti,
giunti sulla riva
d'un grigio fiume sentimmo la voce
velata e seducente
della morte -
ma poi gentile nell'inganno atroce
ci sospingeva il
giorno a nuove porte.
Non c'era scampo dalla sua violenza,
dalla morsa
immortale del destino.
E' così che avanziamo nel cammino
rassegnati a
una stolida pazienza.

*

Oh no non è qui la mia vita
la vita vera
intendo
quella che s'è smarrita
che ha perso strada facendo
la giusta
direzione
quella che avrei dovuto
seguire risoluto
cogliendo
l'occasione
d'un volo, di un amore
di un attimo assoluto -
di un
diverso dolore
da questo che ristagna
dentro il lago del cuore
nella
muta campagna
della desolazione

*

Lo sai da sempre, non c'è soluzione
alla fatalità della passione.
L'amore è solo quest'atroce sfida:
devi
ucciderlo prima che ti uccida


Vedersi o non vedersi non altera l'amore
se si è raggi di un unico splendore.
Mai la quercia vedrà la sua radice
se è quella linfa a renderla felice

*

Sei tu che mi sorridi dallo
specchio
ogni mattina, o madre mia fanciulla
con il mare negli occhi.
Non c'è nulla
che può turbarmi, e non sarò mai vecchio.

da "Maternale"




Post Scriptum da Altrove
(...the Everlasting
Clocks chime Noon )

Pensano che mi sia qui ritirato
per attendervi,
solo,
la fine a cui da sempre preparato
convogliavo le forze nel
profondo:
la Fine, sì, del Mondo

Non sanno che ho trovato
il Luogo
dove il Tempo è già passato:
qui, dove gli orologi dell'Eterno
battono
mezzogiorno
estate e inverno

da "Poesie da Altrove"


#


Amore fantomatica creatura
che giocavi
con Psiche a nascondino
sei tu che fuggi quando m'avvicino
perch'io ti
vincerei nell'impostura

*

Di fiore in fiore svolo facilmente
ma non
son l'ape che sugge profondo -
son la farfalla, che non gusta niente -
che sa di stare un solo giorno al mondo

*
Anima bella
anima farfalla
anima pura
innocente fanciulla
di te solo Narciso è innamorato -
uno
spettro l'ha al cuore pugnalato


da "Immagini di Eros”



Assapora l'aroma non amaro
dell'equilibrio terrestre:
v'è un accordo
supremo
seppur raro
fra l'Oscuro
e il Celeste

da "L'equilibrio terrestre"



Gli Angeli sono tristi perché

strano suona

il loro saluto al mondo umano.

Si riposano stanchi sulle guglie
di
turrite città. Piangono un poco,
tra loro si sorridono per gioco.

Gli
angeli sono tristi perchévano
sembra il loro saluto al cuore umano

da "Lampi della Visione"

Quel vuoto apparente


párodos

Della vita si apprezza sovente

più tardi del dovuto

l’intima leggerezza, il senso muto

di quel vuoto apparente


armoníe aphanés phanerés kréitton

(Eraclito)

(Armonia invisibile è d’armonia visibile più forte)


Non ha inizio, né fine

Non ha ‘dove’ , né ‘quando’

Si stanzia nel Non-Luogo

Fluttua nell’OltreTempo


*

Distanza che lo sguardo non misura,

non abita lo spazio-lineamenti

che nessuna magia può scandagliare-

tracciati senza inganno di natura


*

La fiaba della Vita mi nutriva

di cibi e di bevande affatturate

Arcana vocazione agl’incatesimi

m’incatenava inerme a streghe, a fata


*

Incompiuto finisce il mio poema

da giorno a giorno , l’incantata piena

non trabocca dall’argine silente.

Non che la foce,ignota è la sorgente


*

Nulla di mio possiedo sotto il sole

se non quest’ombra amica. O grave stella,

che mi segui e mi guidi fra le aiole,

o casta solitudine sorella


*

Inseguivo dei versi ritornando

dal muto borgo a casa nella sera

Di là dal lago cantò una campana,

m’innamorò quella voce leggera


*

Mondi amati, sognate beatitudini,

giardini del ridente desiderio

vi ritrovo al bagliore di riverberi

nel cerchio opaco delle solitudini


táde metapesónta ekéina

(Eraclito)

(questo, rovesciandosi, è quello)


Illusione del Viaggio è il movimento,

ogni sosta è finzione di Traguardo

Non sai se andare o stare, al fuoco lento

della Visione consumi lo sguardo


*

Mi fascia il bianco camice di lino,

l’inconsùtile saio levigato

Cinge la fronte un serto adamantino.

Come l’anima è il corpo, immacolato


*

Lasciatemi coi grilli e le cicale

nella brezza di mare sonnolenta

sulle sponde del Sogno Verticale

indifferente al flutto che si avventa


*

Mi preparo ogni sera per l’amante

che a visitarmi viene trepidante –

nel cuore della notte, senza forma,

alato nemico di chi solo dorma


*

Si leva a notte qualche volta il vento

e l’ultimo rintocco di campana

spegne la chiesa. Mi saluta arcana

la luna a cui negai l’appuntamento


*

Ciò che ti manca è sempre altro alimento

da quello che sa darti il tuo pensiero

Del suo gioco l’incanto è prigioniero,

l’anima stanca sogna un mutamento


*

Aleggiando tra i cespi di verbena

sul mio terrazzo volto al breve oriente

mi promette una notte sorridente

l’angelo mite della luna piena


(noi come le foglie)


Già muore agosto, e il consumato ardore

si dissolve alle brezze della sera

L’estate, nel congedo più severa,

ti abbandona al deserto del tuo cuore


*

Io sono un’ombra cui nessuno impose

d’acquistare reale consistenza

Nella mia forma un angelo nascose

il riverbero della differenza


*

Trascorsero fanciulli come stelle

nel tuo cielo immutato

Lo stesso viso, docile e ribelle,

confondeva il presente col passato


*

Questi lunghi anni grigi senza amori

questi anni monotoni, gelati

un giorno scoprirai che sono stati

i tuoi anni migliori


*

Dal sole all’ombra muti trascorrendo

ci prepariamo all’ora del commiato

Dolce verrà la sera raccogliendo

gli ultimi nostri passi sul selciato


*

Moriranno le forme luminose

che un incanto ingannevole compose

In un buio silenzio varcheremo

di una murata porta il varco estremo


*

Sarà come salire sul battello

mentre un sole velato ti saluta

quell’ultima domenica perduta

nei giardini deserti del Castello


(Verità preferibile sempre)


Ad armi pari si combatte il lento

duello con Madonna Verità

Se non sarai leale oltre che attento

nemmeno vinta ti si svelerà


*

M’incantavi quand’eri incantato

incantevole alato fanciullo

Non altro incanta che un ingenuo canto

Accorda opache note il disincanto


*

Come la scia d’una stella leggera

la tua grazia ha più luce nella sera

Rade volte la scorsi. A lampi sparsi

nella notte svanì senza svelarsi


*

Ha sapore di cenere il presente

La fiamma che bruciò dal primo altare

dentro l’aria si spegne lentamente

Il fuoco lo puoi solo ricordare


*

Potevamo capire anche più presto

che il nostro mondo no, non era questo

che il regno a noi assegnato dalla sorte

era quello dell’ombra, della morte


*

Pago l’amore della Perfezione

con il tributo della Solitudine

Ma non tradisco l’Angelo – rifiuto

l’antidoto dell’Approssimazione


*

Lasciatemi morire

come sono vissuto:

solo – senza mentire

nell’ora del saluto


tétlathi kradíe

(Omero)

(sopporta , o cuore)


Questa pulsante sfera

ardeva di splendore

milioni d’anni luce

prima del tuo dolore


*

Oggi festeggio un mese

dal ritorno del male

È un ospite cortese,

misterioso – puntuale


*

Soffro il dolore della pietra immota

Si è seccato il torrente del mio cuore

fino a ieri di lacrime irrigato

Pulsa la vena d’ogni sangue vuota


*

Si confondono in grigi nembi i giorni

d’un passato remoto senza luci

Cuore spezzato, invéntati un ricordo

per le notti deserte che verranno


*

Si fa di sera più invadente il male,

mio discreto compagno abituale

Gli sono grato della sua presenza,

fedeltà ch’è suggello di coerenza


*

"Attraverso l’angoscia ti ho provato" –

Aspetto le parole che ad Abramo

gridò tra i nembi il messaggero alato –

ma forse troppo geme il mio richiamo


*

Per qualche segreta sventura

non so se passata, o futura,

senza scampo la mia vita

è già come se fosse finita


(dolceamara invincibile (fiera) )


La tua grazia leggera

(un altro inganno)

m’illude coi suoi vezzi – in primavera,

la stagione più futile dell’anno


*

Nella faretra aveva quella sola

quasi invisibile freccia

Parlava con accento intimidito

Neppure seppe d’avermi colpito


*

"Il tuo corpo è reale?" gli chiedevo

mentre l’anima al sogno trattenevo

Per alleviare la sua grave pena

spezzare avrei dovuto la catena


*

Lo strale di Cupido era nascosto

nella curva innocente delle ciglia

Fremeva l’arco – l’ultimo avamposto

cadde abbattuto dalla meraviglia


*

Venne un giorno a trovarmi. Ero malato

del mio solito male. Disadorno

trovò l’arredamento dl locale.

S’affacciò, si ritrasse spaventato


*

Come la neve, l’amore

quest’anno un’altra volta m’ha ingannato

Fittizio il suo candore: era la brina

che mascherava il prato


*

Rimane nella stanza della musica

l’eco del tuo diteggio all’imbrunire

Poche stridule note, cauti accenni

di un addio che si vuole differire


pathémata mathémata

(sofferenza è disciplina)


Fin qui il mio tempo è stato

l’attesa di un momento

Ora ‘il coltello sento

che fu profetizzato’


*

La vita se n’è andata

resta la sua sembianza,

del giorno un simulacro

nella stanza


*

Io sono qui,

come un’icona triste

E la vita a chiamarmi

poco insiste


*

M’aveva soltanto sfiorato,

stranamente leggera...

M’accorsi verso sera

della lama affondata nel costato


*

Il disastro non è, come si crede,

conflagrazione, apocalisse, schianto

è crollo silenzioso, disincanto

dell’anima che abiura alla sua fede


*

Non so da quanto il grigio è il mio colore

È un palazzo di pietra la memoria;

anni di piombo grevi, senza storia,

sulla cella deserta del mio cuore


*

E m’appare d’un tratto

la mia vita

effimera corolla

già sfiorita


kúphon gar chréma poietés

(Platone)

(creatura leggera il poeta)


Passeggiavo, padrone del paese,

felice come un bimbo, come sempre –

più di sempre, poi ch’era luna piena –

nel buio luminoso di sorprese


*

Come una mano l’edera ghermiva

la fronte gialla della casa; un sogno

insisteva a chiamarmi. Si stupiva

l’anima, ancora colta di sorpresa


*

Mi scortano i gabbiani in paradiso

questa sera – varcata la collina

uno spasimo affanna il calmo volo –

poi, l’approdo insensibile improvviso


*

Dall’ultimo di maggio

il lago è assai salito

il cigno a mezza sponda

ha un fremito stizzito


*

Se di mattina, a la stagione estiva,

non mi trovate in casa né in giardino

scendete verso il lago qui vicino:

sono in canoa, chiamatemi da riva


*

Anche quest’anno non c’è un altro cuore

che con me si rallegri della prima

fiorita del ciliegio. Il suo candore

solo dell’ape cattura la stima


*

Viene il giorno che acquista compiutezza

la tua vita, e così la solitudine –

Non ti domandi più che cosa sia

quel che ti manca – basta la Poesia


éros anthemóentos

(Alceo)

(Primavera vestita di fiori)


Quest’ultima di marzo

giornata solatìa

la dedico senz’altro

pensiero alla Poesia


...

M’ha colto di sorpresa,

ignaro anche dell’ora

e l’anima s’è arresa

al lieve incanto ancora

...

In un letto di foglie

ho steso il corpo ansante

Turbe,dolori e voglie

dissolti in un istante

...

Da un intimo rifugio

un gallo strilla roco

Indugio,triste un poco,

nel vicolo canoro

...

Mi chiamano le strida

dell’anatrella pazza

che intrepida svolazza

verso l’imbarcadero

...

Le primule di Antonia

ho visto sul sentiero

frivoleggiar con timide

violette del pensiero

...

Fende l’acqua dorata,

come un candido strale,

la sagoma chiomata

d’un battello trionfale

...

E tutto questo è dato

un lunedì splendente

in dono ad un poeta

di già convalescente


o pái parthénion blépon

(Anacreonte)

(fanciullo che con occhi di fanciulla)


Svelami, o Musa,

il volto della Grazia

quella tremenda luce

che mai sazia


*

Restavo solo in compagnia del sole,

della brezza sull’onde,sulle aiole

sulla scia di quel trepido sorriso

che m’aveva annunciato il Paradiso


*

Non sciuparlo quell’esile figmento,

quella grazia incarnata in filigrana,

quel lieve segno,quel presentimento

d’azzurro che a inseguirlo s’allontana


*

Neppure lo sfiorai: fredda una luce

gli diffondeva intorno il vago alone

che a credere nei sogni meglio induce

velando dei contorni la visione


*

Innamorato resto di un’immagine

e il mondo è fatto solo di persone

Scenderò nella gelida voragine

col sorriso beffardo delle icone


*

Al congedarsi dai volti

che amiamo, è senza speranza

il senso della distanza

che tanti ne ha dissolti


*

Morire non dovrai di solitudine

da una coltre di tenebra fasciato

ma risvegliarti docile alla tiepida

brezza d’un sogno, come appena nato


eméra dáctylos

(Alceo)

(il giorno è un dito)


Saliva alla mansarda

dalla scala a spirale

quella luce beffarda,

un alone irreale


*

All’alba opaca un velo

ottunde la memoria

da una morsa di gelo

riemergi alla tua storia


*

Non mi visita più come una volta

il Demone dell’Intima Armonia:

diserta il mio sentiero,cede il passo

alle invasioni di Malinconia


*

Non fu della colomba il volo arcano

che vidi,alto suggello dell’Evento

ma l’obliquo sbandare del gabbiano

sinistro come il mio presentimento


*

Le sere sono molto silenziose

qui nel mio regno di magie nervose

di mostri pronti a stringerti d’assedio,

di larve inquiete, d’inesausto tedio


*

È povera di eventi questa vita

E l’altra lo sarà forse del tutto:

una lunga domenica sbiadita

senza gustare della noia il frutto


*

L’ultimo desiderio? Una sorpresa!

Dàtemela come il fumo al condannato

che compaia qualcuno inaspettato-

che un evento giustifichi l’attesa


éthos anthrópo dáimon

(Eraclito)

(Démone all’uomo l’indole)


Non è trovare un senso a questa vita

che la rende più bella o meno amara

La felice ignoranza già fuggita

è più savia d’ogni arte che s’impara


*

Io non ho conosciuto mai l’amore

né mai l’amore ha conosciuto me

Di chi sia stata la pena maggiore

è ignoto a tutti, e ignoto anche il perché


*

Alle prime intemperie settembrine

l’amara nostalgia del non goduto

discorda con le pratiche divine

della rassegnazione, del rifiuto


*

Per l’ennesima volta differita

si fa beffe di me l’Apocalisse:

tempesta breve, già quasi ammansita

quella che il cuore estrema mi predisse


*

È un battello deserto la mia vita,

una nave fantasma mai partita

Immobile dal mare del Pensiero

scruta le rive il bianco passeggero


*

Linfe ed umori in un’arsura stretta,

la morta gora ha tutto prosciugato:

dalle liquide vene del passato

allo scarno domani che mi aspetta


*

Allénati all’insonnia virginale,

agli esercizi dell’onnipotenza,

alle intemperie di un’adolescenza

eterna,al tuo Peccato Originale


egó dé móna kathéudo

(Saffo)

(io giaccio sola)


Animae meae dimidium , dove sei?

Di te nessuno mi reca novella

Dovrò chiedere forse alla mia stella?

Vedendoti ti riconoscerei?


*

Perché non sei con me, sul mio balcone,

a godere l’ozioso privilegio

del concerto fra i rami di ciliegio

e la carezza della Perfezione?


*

Sono già nella bara certi giorni

mio sudario il Silenzio: questo manto

di perla che mi avvolge come un velo

lago montagna cielo


*

In the deepest of the Heart

in the thick of His old Park

there is no Light

but Dark


*

...Così insoluto resterà l’enigma

(che non interessa a nessuno)

Ero l’uomo che non sapeva amare

o che la sorte condannò al digiuno?


*

Chi raccoglie dal grembo della notte

le mie grida d’aiuto ininterrotte?

S’adempie all’alba la condanna atroce:

altro di me non resta che la voce


*

Benché dilaniato

dall’artiglio del drago

morirò senza un grido,

da ragazzo educato


rhysmós anthrópous échei

(Archiloco)

(ritmo governa gli uomini)


Non conosco altra infanzia o giovinezza

se non questa che il giorno mi consuma

ma che intatta resiste- tenerezza

di un’alba che si schiude dalla bruma


*

Sette d’agosto giorno d’incantesimi

Può ancora capitare che Realtà

superi Sogno

in forza e intensità


*

Tra i cespi di mortella e di lavanda

dice un cartello: "I fiori non si toccano"

ma nell’arcaica grazia della danza

mille farfalle infrangono il divieto


*

Non sono dei. Li affascini quel tanto

che può carpirli il tuo fuoco irreale

Scelgono poi la femmina,

come ogni altro animale


*

La folla dei fedeli

si fa vieppiù sparuta

Arcangeli,premiate

il cuore che non muta


*


Volevo l’oro,

non il similoro

Ebbi la scaglia greve

dell’amianto


*

Tra breve lo spettacolo avrà fine

Ma non ve ne dolete, signore e signorine

Fosse durato in eterno

sarebbe stato un inferno


exodos

Siamo in un mondo che muore. L’agonia

è il privilegio della nostra sorte

Una cetra è sospesa sulle porte

del vuoto,una ghirlanda di Poesia

Eros-Anghelos

Il poema dell’angelo

"I will not let thee go except thou bless me."

(Emily Dickinson)

I

Del sogno ritentando l’avventura,

improbabili tracce ravvisavo:

ombre d’ombra , echi spenti di paura _

non era vero il sogno che sognavo

II

Non v’era labirinto in cui smarrirmi

potessi più , nel morbido piacere

d’inseguire una larva evanescente

e nemmeno la languida corrente

d’un Lete in cui specchiarmi e intravvedere

una nuova sembianza in cui stupirmi...

Solo fatui bagliori di chimere,

fantasmi d’aria, rivoli di niente

III

Ma quando, già persuaso a rinunciare,

riaprivo gli occhi su uno spazio umano,

tra veglia e sonno al plumbeo limitare

un angelo mi prese per la mano

IV

Che avesse accompagnato il mio cammino

non m’ero accorto (forse , a quando a quando,

quel leggero pulsare , un più vicino

fremer dell’aria che fendeva aliando?)

Una nube di fumo tuttavia

faceva schermo a quella epifania

V

Non lo vedevo in volto, era velato

da quella nebbia: solo traspariva

a tratti il suo profilo delicato.

Mi camminava a fianco , e in me moriva

ogni altro desiderio che non fosse

d’accordarmi fedele alle sue mosse

VI

Mi guidò lungo chiari cigli erbosi

simili a cirri di marina spuma

che orlavano il sentiero sinuosi.

E visitammo ville nella bruma

trasognate, con portici sontuosi

e terrazze lunari scintillanti,

umide grotte magiche di canti

VII

... e non parlava; ed io aspettavo un gesto,

che schiudesse le labbra alla parola,

che mi dicesse che cos’era questo

sogno che sognavamo: fu la sola

domanda che gli posi, ma fu invano ,

perché taceva, guardando lontano

VIII

Dalla remota ombra uscimmo infine

a nuova luce : basso, all’orizzonte

il sole disegnava il suo confine.

L’angelo mi baciò lieve la fronte

ed innanzi mi spinse , sulla riva

d’un lago che alla brezza trasaliva.

Qui mi lasciò per divenire onda,

scomparve come fumo che sprofonda

IX

E lo chiamai; né mi rispose il vento

che arabescava i cerchi ampi del lago

con le sue dita , mobile strumento.

Un brivido percorse con un vago

chiarore d’ala l’acqua sbigottita

dove la cara forma era svanita

X

E mi guidò una nuvola al ritorno,

alata e bianca , celere nel corso.

Un tempo incalcolabile è trascorso

dal tramontare di quel solo giorno.

Ma da allora si è fatto il mio cammino

più sicuro nell’aria che non trema:

l’angelo che ha segnato il mio destino

ogni istante mi detta il suo poema.


THE BITTER KINGDOM

1-

Ieri, un millennio fa, sostava il Tempo

a una fermata d’autobus con me

(Di bouganville il muro straripava)

Sapevo che quel lucido intervallo

come un premio speciale era serbato

al suo stanco pupillo; mi avvisava

che alla mia solitudine tornato

sarei per sempre, per l’eternità.

Mi preparassi, dunque. Vacillai,

temendo di non esserne capace.

(Dall’assolato muro si struggeva

la bouganvilla per me di pietà).

Imploravo piangendo un’altra pace.

Ma il tempo sentenziò: "Ci riuscirai.

E gusta fino in fondo il tuo dolore.

Non sperare di soffocarlo mai.

Non concedergli tregua. Il solo errore

è corteggiare la felicità".

2-

Non l’avevo mai bene misurata

la mia ricchezza, quel vano potere,

quell’arida miniera sconfinata.

Non che ne fossi ignaro, ma temevo

le insidie del deserto, le chimere.

Eppure attraversare lo dovevo.

Era il deserto della solitudine

era del vuoto l’infinita stanza,

della morte l’indocile abitudine,

d’ogni traguardo l’intima distanza.

3-

Era quello il mio dono, un patrimonio

astratto, incalcolabile, indiviso

che fruttava monete senza conio.

Un regno amaro- ma pur sempre un regno-

senza sudditi con un solo re-

Era il mio personale paradiso.

E dovevo tenerlo chiuso in me,

senza svelare del mio rango il segno?

4-

Misero mi appariva il mio possesso:

privilegio di pura iniquità

che nessuno poteva ereditare.

Dal Tempo ottenni il tiepido permesso

di qualche rara visita, di cui

avrei dovuto render conto a Lui.

Per tutto il resto dovevo trattare

direttamente con l’Eternità.

5-

Alla fermata l’autobus giungeva

con due soli minuti di ritardo.

La bouganvilla al sole sorrideva

e dispariva rapida allo sguardo.

quattro, cinque, sei agosto duemila