La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Giovanni Raboni


 

Giovanni Raboni è nato a Milano nel 1932 ed è morto nel 2004 a Parma in seguito ad un attacco cardiaco. Prima di dedicarsi alla letteratura, ha studiato legge ed esercitato la professione di avvocato. La sua carriera di poeta inizia nel 1961 con Il catalogo è questo, presentato da un'introduzione di Carlo Betocchi. Le successive opere di poesia sono: Le case della Vetra (1966), Cadenza d'inganno (1975), II più freddo anno di grazia (1978), Nel grave sogno (1982), Canzonette mortali (1987), A tanto caro sangue: Poesie 1953-1987 (1988), Transeuropa (1988), Versi guerrieri e amorosi (1990), Ogni terzo pensiero (1993), Devozioni perverse (1994), Quare tristis (1998), Rappresentazione della croce (2000), Tutte le poesie (1951-1998) (2000), Barlumi di storia (2002), Ultimi versi (pref. di P. Valduga, 2006). Raboni è stato anche critico teatrale per 'Il Corriere della Sera'. Per il palcoscenico ha scritto anche vari testi, l'ultimo dei quali, "Alcesti o la recita dell'esilio". Notevole anche la sua attività di traduttore di testi importanti come i "Fiori del male" di Baudelaire e di tutta la "Recherche" di Proust.



Link            http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Raboni

Link            http://www.giovanniraboni.it/FlippingBook010/FlippingBook.aspx



POESIE


Da: Le case della Vetra

 

Contestazione

 

Una, improvvisamente

s'alza dal letto dicendo

"questo non si può fare", E s'agita, tira fuori

roba dai cassetti nello spazio impiccato

tra comò e attaccapanni, a momenti

fa cadere la lampada, il catino - e

fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio

dove affiora la nebbia, ogni

tanto toccandoli col palmo della mano infone

il fissatore-insetticida sui capelli.

Notizia

Solo qualche parola,

solo una notizia sul rovescio del conto

sbagliato dal padrone.

Forse è tardi, può darsi che la ruota

giri troppo in fretta perché resti qualcosa:

occhi squartati, teste di cavallo,

bei tempi di Guernica.

Qui i frantumi diventano poltiglia.

E anch'io che ti scrivo

da questo luogo non trasfigurato

non ho frasi da dirti, non ho

voce per questa fede che mi resta,

per i fiaschi simmetrici, le sedie

di paglia ortogonali,

non ho più vista o certezza, è come

se di colpo mi fosse scivolata

la penna dalla mano

e scrivessi col gomito o col naso.


Città dall'alto

 

Queste strade che salgono alle mura

non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo

bianco e netto, senz'alberi, come un fiume che volta.

dei signori e dei cani.

Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi

reggendosi la coda

ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù,

nel fondo della città

divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce

come un catino... e poco più avanti

la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e

proseguendo a destra, in diagonale, per altri

trenta o quaranta passi - una spanna: continua a leggere

come in una mappa - imbocchi in pieno l'asse della piazza

costruita sulle rocciose fondamenta del circo romano

grigia ellisse quieta dove

dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati

come capponi, rimpinzati a volontà

di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri

della città. A metà tra i due fuochi

lì, tra quattrocento anni

impiantano la ghigliottina.



da Gesta Romanorum

Il rimorso di San Giovanni Battista

Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perchè sono di fronte a voi l'autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. Oh fossi morto prima,
nel deserto, come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello,
               [ il mio battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita in lui
nel grembo involontario.


da Cadenze d'inganno

 

Come cieco, con ansia


Come cieco, con ansia, contro

il temporale e la grandine, una

dopo l'altra chiudevo

sette finestre.

Importava che non sapessi quali.

Solo all'alba, tremando,

con l'orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,

capisco che ho strisciato

dentro il solito buio,

via san Gregorio primo piano.

Al di qua dei miei figli,

di poter dare o prendere parola.



Vivo, stando in campagna, la mia morte

 

Vivo, stando in campagna, la mia morte.

Appeso a trespoli, aiole,

alle radici del glicine, ai raggi della ruota,

aspetto (il barattolo del nescafè

a portata di mano, l'acciarino

fra le dita del piede)

che l'arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.




da Altri Sonetti


Non di questo presente ora bisogna


Non di questo presente ora bisogna
vivere - ma in esso sì: non c'è modo,
pare, d'averne un altro, non c'è chiodo
che scacci questo chiodo. Nè a chi sogna

va meglio, che le più volte si infogna
a figuararlo, e fa più groppi al nodo
se cerca di disfarlo (sta nel todo
che si crede nel nada, sempre) o agogna,

ma con che lama? troncarlo. La mente
infortunata non ha altra fortuna,
dunque, che nel pensiero? Certo a niente

più la mia si consola che se in una
deposizione o un offertorio gente
dispersa solennemente s'aduna.



da Altri Sonetti

Non sospendi un terremoto, non fermi


Non sospendi un terremoto, non fermi
la deriva dei continenti; e uguale
successo avrà chi soffre il capitale
e per avversare i suoi non eterni

nè imperscrutabili disegni sale
fiducioso su navicelle inermi
contro le sue corazzate, o in interni
sabotaggi s'avventura. Eh! a che vale,

colombelle mie? Tanto durerà
quanto deve, non un giorno di meno,
a nostro cupo scorno - ma nemmeno

uno di più. La festa si farà
senza di noi, poveri untori senza
pestilenza, solchi senza semenza.


Che in tutto fra tutte suprema sia

Che in tutto fra tutte suprema sia
la legge del mercato, che a lei deva
subordinarsi restando utopia
per sempre tutto quello che solleva

l'uomo da se stesso sembra alla mia
mente quasi incredibile. Ma alleva
menti per crederci l'economia
trionfante, fa che ciascuna s'imbeva

di quel credo miserabile e creda
a esso fieramente come al più santo
vangelo; e non ha scampo chi rimpianto

dell'altro s'ostina finchè non ceda
di schianto il cuore a provare e di noia
trema dove per altri è ottusa gioia.



da Canzonette mortali


Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient'altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d'essere tanto amata o per dolcezza
d'avermi amato
farai finta lo stesso di godere.


Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l'amore.


Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno
dopo l'altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m'incanto…


Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c'è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per I tuoi capelli.


Meglio che tu non sappia
con che preghiere m'addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un'altra volta
dall'avido sonno indovino.


Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l'ultima sventura.


Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.


Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.


(dedicate a Patrizia Valduga)