La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Giuliana Piovesan


 


Giuliana Piovesan è nata a Velletri (Roma) nel 1947 e vive a Padova fin dall’età di sei anni. Ha pubblicato per le Edizione del Leone: Il giorno dell’anno (1992); Al ponte Rosso (1999); Passo a due (2003, con Franco Gentilucci). È presente con suoi scritti, pezzi critici, poesie, in volumi monografici, antologie, riviste. È da oltre vent’anni attiva nella realtà culturale della sua città. Collabora inoltre alla conduzione di più biblioteche nell’ambito del sistema civico di Padova.

Email    viapaolina@hotmail.com


POESIE


LA TORRE DEI MORI



Scende come bronzo

dalla torre dei Mori

quel suono puro–

i dodici rintocchi battono

a martello l’ultima ora


Se dite al gallo di non cantare,

nessuno più verrà rinnegato

nel giorno che ancora segna il passo


( Non cercate la bella Aurora,

lei sta al Gritti Palace Hotel

                                   –Bloody Mary per due

alle ore undici… )




C’ERA UNA VOLTA



E piangere come potremo

per una storia che non è stata mai

-fogli in risma extra strong,

neppure dall’involucro mai tolti.


Mai il delicato fruscio

in un voltare di pagina,

né il segreto in una piccola piega.


Nell’aria noi allucinati

lo coglieremo pure

quel vago sentore di gelsomino

ma sarà un nulla, come di fumo…





PER UN DIO SCONOSCIUTO



Abbassata la serranda sul negozio,

l’ondulato e inerte metallo

è scivolato fino a terra.


( Fulmineo come un artiglio

mi aggredisce il tuo non ricordo )


Resiste una scritta orizzontale,

impastata di carta, polvere e giorni:

Signori, il lunedì si chiude–

si chiude tutto il tempo “.


( Inutili clamori, e calda luce

laggiù, nel bar all’angolo… )





L’ISOLA



Lunghe notti ho vegliato e giorni

e tu per me mai un segno


Sciolgo amore gli ormeggi

e la nostra storia portala con te

nell’isola senza nome e ricordo

dove si consumerà il tuo tempo

–vuoto ormai di giorni.





EX VOTO


Non lo si poteva fare, mi dice la Signora–

benedetta non era l’acqua e le anime poi

non si lavano via così con uno sciacquo


Ma lei deve capirmi, Signora

erano le cinque in punto del mattino

e rossa colava l’anima cara

lungo il filo del sogno e se ne andava–

capisce, l’anima cara se ne andava

e cosa si poteva mai fare a quell’ora?


Eburnea Signora, mi creda, le mando il voto

di tutte le rose del mercato, ma non venga

ancora a sgranarmi i rosari dell’atto profano


Suvvia, Signora, la smetta ed esca pure lei–

fuori è maggio.




LILIALE I



Ben oltre i giorni della Pasqua

s’erano gingillati con la sfavillante carta

dell’uovo, che in realtà se ne stava

tutto nudo sopra una sedia di paglia–

messo lì con svagata noncuranza.

Sembrava un banale piccolo inganno,

con degli effetti che potremmo definire

à trompe l’oeil, nulla di eclatante.

Il lato clamoroso dell’ affaire

veniamo a saperlo soltanto ora

che la Sfavillante, senza indulgenza alcuna,

si è sottratta al ruolo assegnatole dal gioco

e fuggitiva lascia nella più profonda

e sigillata indifferenza quelli che furono

i suoi sogni privati, del tutto privati.


Della storia qui conclamata rimane solo

un esile pensiero liliale, quasi ilare.





LILIALE II



Il colore bianco e la forma infantile

facevano dei miei sandali

due foglie calcinate

graziosamente oscillanti

in grembo alla dolce creatura del sud–

dall’orto il ligustro si protendeva

fin sullo scalino dove quieta

rimanevo ad intrecciare attese.


E se la bella immagine m’incanta

il pensiero delle sue mani

esile ancora si leva all’alba.





AMORE E PSICHE



Perdonami amore se ancora strappo

piume e versi alla nostra casta camelia...


Nella cara stanza oggi è così buio

che solo arde giallo di tanta luce

il biglietto che s'appunta alla finestra...





L'ABITO ROSSO


Lungo la linea dell'abito rosso

molle scivolava il ventaglio nero


L'antico tondo trasudava vita

nello smalto che la racchiudeva


Incisa a filo dell'orlo floreale

la dedica ancora si leggeva

zefiro di rugiada il prato bagna”






OPERA



Giocoliere gentile che nella mano

il cavo della bava fermo tieni


sicuro rimani e non visibile

                                   –pura mimica sospesa nell'aria.


Al cielo sia cangiante il tuo giullare.





L’ARIA



Smarrita nell’intreccio della storia

la piuma di ligustro si librava

in un cielo a noi ancora sconosciuto…


( era sua l’ombra sottile che ora si posa )




IL GRAFFIO


Segui amore il graffio della vita

e la brina che si posa sull'orlo

Non soffiarci sopra, non appannarla


Apri la nota alla voce del tempo.




AMARGO



Quel banchetto nudo dove la vita

si fa putta e graziosamente porge

la mandorla amara che solo al filo

della mente rilascia il suo gentile


………………………………………


( qui io non vi dirò nulla dell'albero

né della luna che lo sorvegliava )


ORO E BIANCO


per Stefania C.


Di giovane ramoscello è la tua mano–


Anima quasi bambina che a sé stringe

il nastro d’oro dei tulipani bianchi


( Indifferente il fioraio al nostro rito… )





SOVRAPPOSIZIONE



Il tram è in partenza verso il centro…


Si direbbe opaca la superficie

che sbuca dal manifesto murale,

se il riverbero e l’incerta materia

non mostrassero la forma ellittica,

dove lo specchio retrovisore filma

senza scatto il via vai della strada.


Tutto lo short sta in quello squarcio

sospeso tra realtà e illusione.




CANTO FERMO


per Franco G.

Stasera lascia aperta la porta

ch’io possa entrare, e tu sciogliere

dai fili rossi il nostro carteggio.


La tenda s’alza ariosa come vela

che naviga verso il monte, nuvole

alle specchiere dell’altra stanza e cielo.


Manica a vento, tu saluti Nina

e sali nell’incanto del tuo Chagall…




IL PAPAVERO



Neve perenne dorme la tua voce

sotto il bianco cappuccio del Subasio.


Lui nasce intoccabile e rosso–


polvere della tua voce e sabbia

della mia gola, forse non fiore


ma trama di un sogno che non cede

al suo insostenibile peso d’ombra.





SILLABA


I.


S'inquieta come stormo che scolora

il tuo nome sul filo della mia mente


alto volo da quel cielo scende in sillabe


II.


E se lieta nel liturgico fluire

le tue mani sento in me confuse

con rapido tocco svagata m’insinuo

nella piega che il brivido impone


III.


Si spezza nell’aria un delirio d’ali


( Colombe fremevano nel tuo cielo… )





ANDANTINO GRAZIOSO



Se ne stava quel chiaro spartito

incollato alla vetrina del liutaio–

con il suo si e la bella chiave di violino,

presi nel rigo della prima battuta


( Dal suono sciolte bende

liberano mani ferite )


All’ulivo santo della pietrosa

piccole anime beghine

cerimoniose vanno

al minuetto di pigolanti passi

Le mani tendono al tuo approdo

e avide il tuo nome afferrano

con l’unico riconosciuto fiore–

questo mio votivo monile di carta.





CARPE DIEM VARIAZIONE


Cara, non chiederti quale destino

gli dei abbiano per me e per te deciso

né struggerti (non è lecito saperlo)

sulle vane cifre di Babilonia.

Conviene accettare e patire la sorte -

l’inverno che ora flagella le onde

sulle scogliere del mare Tirreno

potrebbe essere l’ultimo voto

o avere lungo seguito nella vita.

Sii saggia, continua a mescere il tuo vino

e raccogli la speranza nel breve suo filo.

Vivi questo giorno. Mentre parliamo,

l’avido tempo è già da noi fuggito.





VILLA R.



È cresciuta a dismisura quella rosa–

rosso struggente di velluto e spine


Il tempo si posa su cristallo sottile

mentre sfiora lame di ilare argento


( S’adagiava sul tappeto la figlia dei giorni… )




D’INVERNO



Nell’incerta grazia di una gemma

di te ritrovo quella che non eri


La radicella che pulsa nell’ombra

dall’umido umore risale alla linfa



( Sottili e nati già gli alberi d’inverno )