La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Paolo Ottaviani


 

Paolo Ottaviani è nato a Norcia nel 1948 e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista “Lettera dalla Biblioteca”. In poesia ha pubblicato: “Funambolo” (Edizioni del Leone, 1992, con prefazione di Maria Luisa Spaziani); “Geminario (Edizioni del Leone, 2007, poemetto bilingue vergato in un idioletto neo-volgare e in lingua italiana, con una nota di Paolo Ruffilli); “Il felice giogo delle trecce” (LietoColle, 2010, Premio Verba Agrestia); “Trecce sparse” (Grafiche Fioroni, 2012); “Piccolo epistolario in versi (LietoColle, 2013, corrispondenza poetica con Walter Cremonte); “Nel rispetto del cielo” (Puntoacapo Editrice, 2015, con postfazione di Mauro Ferrari).

 

Mail       paolo.ottaviani@libero.it

Web      http://autori.poetipoesia.com/paolo-ottaviani/audiolibro/

     

 

POESIE

da Funambolo

 

Apocope

Esile azzurro di settembre
               dolci cosmogonie lungo i filari
               al chiurlo del falcetto si stroncava
               la gramigna infestante e le celesti meccaniche
               che ingenue senza gli dei
               ruotavano le stelle e la mia essenza.
Esile azzurro dei tuoi occhi
               apocope del mondo la tua mano
               salda sul raspo e lieve alla secreta
               pruina segnalava già solitario
               il tuo destino e il grappolo dell’uva
               proponeva ad altri occhi - i miei -
               di svanire lenti, quasi cantando.

 

Pastello

Funghi sulla collina,
aria che zampilla
e irride la maestà
di querce secolari.
Allegro il mondo.
La pecora china al suo pasto
d’erba e di saggezza:
bianca sul verde.

 

Fantasmi

Gioia di vivere è questa notte tutta distesa
lungo l’inesausta fiamma di un caminetto
e un dio ondeggiante illumina e nasconde
ogni viva cosa e la sua dolce essenza.

Ma al chiaro fisso del giorno
domani solo fantasmi saremo
curvi sulla terra sotto la battente luce
dissolti in evidenza.

 

Senza una rosa

Conquistare un’eternità dissonante
non è possibile
se veniamo uniti
dal buio e dalla luce
senza più tempo
senza una rosa.
Non resta che l’umana pietà
e la paura
se veniamo divisi
dal tempo di un fiore
e le nostre parole
fanno storia soltanto.
Dispersa la corolla
intuire che non siamo
se non polverosa ventura
di polline
musicali forse, ma invano.

 

Più nulla

Poi più nulla
se non tempo uniforme e ridente
se non tempo disperso nel vento.

E questa foglia spezzata tra denti
e questo freddo che brucia il mattino
e questi ulivi storditi d’azzurro.

 

Sonno

Sonno. Libero e luminoso.
Insieme fondi vita morte
e amore. Inaccessibile
sovrano sei forse tu il tenebroso
padre della luce e del colore?

 

 

Piazza IV Novembre

Sulla piazza pulita dal vento
sosti all’incanto di una vetrina.
La gente passa leggera: è trasparente
la tua acerba felicità e ciò basta
a non parlare. Una nuvola nera
di piccioni va rumorosa
alla profenda e fermo risali
dall’inquieta tua voragine di dubbi.
Cammini leggero tra la gente
sulla piazza pulita dal vento.

 

 

Linguaggi

“La parola è il cenno e il suono del silenzio”
(M. Heidegger, L’essenza della filosofia)

Quel canto in silenzio raccolto
sulla curva estrema del mondo,
                  ricordi lontane viole, chiuse nel vento?
Il suono si smorza nei vuoti
e la luce col buio s’intreccia.
                  Nei piovaschi ricordi quei volti?
Ci sono soltanto case e parole


sul limitare dell’acqua del mare,
                  le reti sfuggenti all’azzurro, ricordi?
La sera è gonfia di sale
e il mare s’inarca alle stelle.
                  Ricordi le luci fioche sui monti?
Si dicono erranti parole
sulla porta socchiusa dell’eco,
                  non vedi quei muri a difesa così grigi, così sordi?
Difendono erranti parole non dette
da umani linguaggi in ricerca.
                  Nella nebbia non vedi sembianze?
Aurighi sfrenati nel cielo
volano al di là delle mura.
                  Spiragli nuovi di luce di lontano non vedi?
L’acqua col fuoco si perde
e il vento roccia diviene,
questo nostro dolce vento dell’anima.
                  Vedi, ricordi.

 

Un dio

Non io ma un dio talvolta
produce il verso misterioso
e nell’oceano che s’apre
tra una parola e un silenzio
festoso navigo e attento.

 

 

da Geminario

 

PROGEMINO  

A tiempu martello                                           Al batter dei miei palpiti una creta
‘sta marna dura                                                fendo e plasmo con l’arte che modella
co’ l’arte que tello                                           lingua e materia che inventa poeta,
inpasta fegura

e può comma quannu                                      poi come quando d’improvviso gemma
amiddala gemma                                             mandorlo bianco, primo fior dell’anno,
primisia de j’annu                                           bella magia risolve dilemma:
resorve dilemma

primisia vetusta                                              primizia viva di lingua vetusta,
e nova de lengua                                            primizia morta di lingua novella,  
recorda ra frusta                                             rammenta corda, biforcuta frusta,
co’ striscia bilengua

que rapre a lo sangue                                    che taglia nelle carni ed apre al sole
re strai de ru sòle,                                          sentieri nuovi alla parola spenta                                       
parola que langue                                          e rifugge con balzi le tagliole,
zompa re tajole,

comma vorpe roscia                                      come la volpe nei prati d’inverno
pe’ prata d’inverno                                       teneramente affonda nella neve,  
ne’ ra née floscia                                           torna a saltare, s’arresta e materno
arizza materno

r’istintu e ra cóa                                             alza l’istinto, per rabbiosa fame
puntenno ra tana                                            drizza la coda e annusa la tana
do’ retroa póa                                                 dove ritroverà solo fogliame.
pe’ fame mattana.

Ra lengua sabina                                         Dal vespro all’alba la lingua sabina
de notte fanata                                             nell’ansietà del sogno e della veglia
resona a matina                                           si frantuma e risuona eco a mattina,
scaicchiata, schidiata,

favilla de sugnu                                           scintilla che risale dal profondo,
da ‘n suonnu prufunnu                                 oscuro desiderio di intonare
que siente bisugnu                                       diafano canto, gemino e giocondo,
de cantu jocunnu,

favilla de Venere                                           scintilla forse più bella di Venere,
que priestu se muta                                       caldo stupore che già si nasconde
in sparuta cenere                                           tra la minuta, polverosa cenere,                                               
fuscata, soluta,


favilla clarita                                                    scintilla che tra le spire fiorisce,                                                  
que passa manente                                          di sua sola luce tutta splende,  
mo’ ppropiu fiurita                                         muove col vento e nel nulla perisce.                                          

è reita a ru gnente.

 Nota
La musica è avvertita come entità originaria e suprema, inscindibilmente legata all'idioma primigenio: un idioma antichissimo, appena conosciuto in terra sabina come il più complesso strumento creatore di ritmi e di suoni. Poi viene la luce, madre del tempo che divide e costringe all'oblio e poi ancora, quando ormai si è immersi nel magma della storia, la flebile eco delle armonie del linguaggio originario, teso a farsi poesia, ma in sé scisso, sdoppiato nella traduzione e perso nella frammentazione della memoria.

 

 

GEMINO PRIMO

 

(In memoria del padre e della madre)

Piagnìanu ‘n bianche                               Piangevano in silenzio lungo bianche                             
piste de renella                                          stradine, impervi, renosi sentieri,
su ‘nparcite panche                                  dentro nicchiette, su tarlate panche,
de nicchia o cappella,

ru friscu de nòa                                         la pungente frescura della luna,
erbetta e de luna,                                       dell’erba rugiadosa, benché triste
benanche que piòa                                    cada la pioggia e malvagia fortuna,  
orbata furtuna

aprile era dorce                                         dolce stagione era d’aprile, bella
de celli e sperella                                      di passeri nel tiepido del sole,
a buju re torce                                           fiaccole a notte poi la marturella,  
e ra marturella,

ru feru battutu                                           ferro battuto inchiodato nel legno,  
‘nchioatu su legno                                    con il rintocco sordo un chierichetto
sonava chercutu                                        mesto cantava musica d’ingegno
ru puoru congegno

e l’arba s’arzava                                        e l’alba cristallina risuonava
slargata de luce,                                        schiusa alla luce tremula di rosa,
de sopra ‘n’ottava                                     l’armonia si alzava di un’ottava,  
ru cantu recuce,

madonne de tera                                        madonne di ceramica muschiata
un suffiu de voce                                       e quegli occhiuti, rapidi bisbigli
clinata maniera                                          correvano tra gente inginocchiata.
rensegue veloce.

Ra luna pasquale                                      Pallido raggio di luna pasquale
ajamà calante,                                           volta ad oriente, già in fase calante,
su ru capezzale                                         malfermo lume intorno al capezzale,  
un radiu sclarante

vejetti d’aprile,                                        il padre solo stava nell’aprile,
e pàrimu suoru,                                       quasi temendo ferita di luce
derentro ‘n suttile                                    nel suo spirto segreto e gentile:
bajatu tesuoru

que iju quarantottu                                 quel millenovecentoquarantotto
que m’ia fijatu                                         tempesta che mi aveva generato
arìa mo’ rottu                                          sogno sognato avrebbe presto rotto
ru sugnu sugnatu

de ‘na roscia tera                                      di un comunismo buono e rossa terra
cummunista e mansa,                              per uomini e animali generosa
doppo fame, guera,                                 dopo prigione, genocidio e guerra.
prescione e mattansa.


Nota
È la primavera del 1948.

 

 

GEMINO DECIMO

 

O maistà de monte                                                   Tremula maestà della montagna
in luce de luna                                                           nel tacito chiaror di luna nuova,  
gurgùliu de fonte                                                      ferma il respiro, diletta compagna:  
co’ lengua cummuna

eppuro deversa                                                         è l’arpeggio notturno della fonte
‘rcuntimo de notte                                                    che ci racconta la favola azzurra
ra fabbula tersa                                                          e precipita entrambi all’orizzonte,
qu’entrambi ce ‘ngnotte:

a te pecoraju                                                              ecco, pastore, questa umana luna
umana recconto                                                        che fa chiara la notte quando sorge,
ra luna a nevaju,                                                       più bella di un diamante su una duna:
brellocchiu a tramonto,

co’ navi de spasiu                                                   degli astronauti, che intorno alla sferica
lassù suò lunati                                                       luce venata volano in scafandri
ma tu nun siè sasiu                                                 e saltellano al ritmo di un’eterica
de essempli ducati,

respunni que luna                                                  musica lenta, incredulo sorridi:-
sta sanza fenetra                                                     non ha porte la luna né finestre,  
e porta nisciuna                                                     - dici - e di altre ragioni non ti fidi,  
que l’omo c’aretra;

ru tu’ falunare                                                        - l’uomo non può lassù giammai migrare,  
me puro me ‘ncanta                                                c’è un muro invalicabile in quei lidi -.
e sanza crenare                                                        L’incantamento nell’immaginare
ella tu’ astrinfanta

reguardo ra luna                                                      questa luna bambina tutelata
biàta e murata                                                           da celeste muraglia che in eterno
que strana furtuna                                                   per sorte arcana rimane inviolata
nun vuò mai toccata.

E giri e regiri                                                             lontano ci traghetta su pianeti
pe’ cielo e pe’ monte                                               remoti, mentre mi parli e rimiri
luntanu remiri                                                          quell’orizzonte gonfio di segreti:
a ‘gnoto orizonte:

atre là suò l’erbe,                                                       altri fiori laggiù, diversi fiumi,
atri là ri fiumi,                                                            alberi nuovi gemmano, e le fresche
comma nostre acerbe                                               nostre parole, nel fulgor dei lumi,  
parole a ri lumi

‘rmanimu intuntiti                                                 si perdono tremanti nella notte:
da tuttu iju chiaru                                                   corpi senza riparo naufraghiamo
de j’astri infiniti                                                      dentro quel vuoto blu che tutto inghiotte.
e sanza reparu.


Nota
In una notte luminosa di montagna un pastore non vuol credere allo sbarco degli uomini sulla luna, vista come un'irraggiungibile dea familiare.

 

 

da Il felice giogo delle trecce

 

Treccia eburnea

(Ad Aldo Capitini)

Me ne sto qui mirando l’arabo campanile

della chiesa di Santo Spirito e quel febbrile

splendore che scemando nell’ombra e nel pianto

dalla terra risale nella sera di opale:

 

ascolto i balestrucci gridare gioia e fame

nei voli ampi e feroci contro un cielo di rame.

E da pena, da crucci, da tormenti di voci

tra i gelsomini danzano le vespe e si fidanzano:

 

vedo le infinite

lotte che Natura

dalle più scaltrite

tenebre matura

 

e le genti che vanno, le morte e vive genti

dai più remoti tempi per sempre compresenti:

le nascite avverranno nel “tu”, nei terreni empi

di frutti da donare, proclivi a trasmutare,

 

nel coro universale, tutti gli esseri in musica.

Quel colloquio struggente che il tutto con la musica

confonde, siderale soffio infinitamente

aperto ad ogni stella, qui risuona e novella

 

di festa e salvezza.

Nella sera mite

sfila la purezza

di un meteorite.

 

 

Treccia della ragazza dai capelli raccolti

(A Mailis)

La ragazza sorride. Raccolti in un silenzio

acquamare i capelli, cammina nel silenzio

vivo del bosco. Ride se tra sterpi e fuscelli

s’imbatte nei mirtilli, fiammeggianti lapilli

 

nel più folto dell’ombra. La soffusa raggiera

della luce trafigge betulle di brughiera:

da rugiada e penombra fugge e al secco s’affigge

di un tronco la lucertola che nel verdelucertola

 

di un ramo scompare.

Col foulard di seta

acquamare a giocare,

come fa il poeta

 

con i versi, tra gli alberi va la ragazza che ama

ascoltare gli uccelli: nell’armoniosa brama

di inseguire tra gli alberi gli ammiccanti saltelli

di una gazza, s’accorge d’esser là dove sorge

 

erba da sabbia e il mare con il bosco amoreggia:

l’eco torna e ritorna dell’onda che solfeggia

quel battere ed andare d’acquamarina, adorna

di assidui e alterni suoni la piaggia, il bosco e i doni

 

che in libertà porge

Natura a Natura.

Siamo eco che sorge

in questa radura.

 

 

da Trecce sparse

 

Treccia dell’ombra del tiglio assente

(Viaggiando in Europa e un poco nel sogno)

Era l’ombra del tiglio sull’asfalto a evocare

l’origine del mondo: mute, gelate, rare

allodole dal ciglio dei rami, come sfondo

di un quadro per l’inverno, scrollavano in eterno

 

l’ultima neve e dure stramazzavano in strada.

C’era già chi parlava di vento, di rugiada,    

delle strane paure che l’uomo coltivava:

“radioattività venefica in città”.

 

Assorto narravo

quella meraviglia,

piangevo e cantavo

tra neve e fanghiglia.

 

Nasceva un universo subdolo, incoerente,

nasceva il tempo in fuga rapsodica e veggente:

mi vidi tutto immerso dentro una tartaruga

a scrutare segnali da mobili fondali.

 

Unter den linden brilla Berlino lacerata,

sul Ponte Carlo Praga, tenebrosa e dorata,

s’illumina e vacilla: tutta l’Europa vaga

tra le ombre e lo sgomento. Ma il tiglio è tutt’intento

 

alle sue radici.

Spettro di salvezza

su strade felici,

colme di bellezza.

 

Treccia delle stelle di agosto

(In viaggio verso l’Estonia)

Ho indagato il timore che mi assale d’agosto

quando penso le stelle delle notti di agosto…

quell’intimo bagliore…fulminee gazzelle…

…rose ardenti nel buio divorate dal buio

 

e i volti che mi sono così cari dispersi

dentro le mie pupille nel gorgo di universi

dal radente abbandono: fughe, voli, scintille

dove l’amore è pietra, la sabbia canto e cetra.

 

Nuda tra le stelle

nude erra la terra

ed io tra le stelle

erro nudo in terra.

 

Un brivido mi corre lungo la schiena. Oh magra

cerchia di quelle vette spoglie che nella sagra

dell’anima precorre le mie visioni elette

negli azzurri del cielo! Confine parallelo

 

che, timido, s’incise perenne nella mente

e ora e sempre mi salva. La montagna umilmente

mi è sorella. Sorrise la roccia agli avi e salva

fu la memoria e il sangue più limpido altro sangue

 

generoso sogna.

È là a passeggiare,

ma va la cicogna

per nuvole e mare.

 

 

da Piccolo epistolario in versi

 

La croce piegata

L’impeto dei venti o il peso delle nevi

ha piegato una  grande croce di ferro

piantata lassù in cima al monte Vettore

- speriamo per noi benedicente, si augura

fraterno un amico - come segno d’umile

potenza. Ma il vento soffiava più forte…

 

e cadranno altre nevi, altre nevi... nevi…

 

I merli di città

Twittering birds are always in this town

Where merchants have always hawked, since.

(Paul Cahill, Assisi, Words on the wing)

Saltellano irrequieti

i merli di città

tra le aiuole e i cartelli dei divieti

beccano qui, chioccolano più in là!

Su piazzette e viuzze

frantumano, fischiando, le ideuzze

che fu solo un baratto

di panìco e non l’atto,

per amor distratto, che disse all’altro:

io zirlo come te, non c’è il più scaltro!

 

 

da Nel rispetto del cielo

 

HAIKU

(Natura e cosmo)

I

Due vuoti cosmici

furono padre e madre

di tutti i cieli.

 

II

Fugge e s’incurva

il tempo tra le stelle.

Corre a spirale.

 

III

Assai più rapidi

della luce i pensieri

vanno nel buio.

 

IV

Nell’infinita

distesa delle stelle

s’accampa il Nulla.

 

V

Poi si sorpresero

la montagna e la luna

d’essere amiche.

 

VI

La stessa neve

sopra altra neve cade

falda su falda.

 

VII

Viola immagino

il colore del Nulla

prima dell’alba.

 

VIII

Calma di vento.

Respira la montagna.

Svettano i muli.

 

IX

Ghiacciai e vulcani.

Torna a splendere il verde

su altri pianeti.

 

X

Il mormorio

di querce e faggi illumina

folti silenzi.

 

XI

La primavera

dispersa nelle steppe

risorge nei libri.

 

XII

Sboccia la rosa.

che avvizzisce tra spine.

Qui ancora splende.

 

 

GRAZIOSA EPIFANIA

Dove andrà questa sera

piovosa di settembre

in quale antro d’azzurro, in quale schiera

di morti, in quale pianto di novembre,

dentro quale memoria

di roccia ogni goccia si farà storia,

fulmine e poesia?

Graziosa epifania

di una pioggia immortale che ricade

sui vivi ma bagna i morti nell’Ade.

 

 

UN VIAGGIO IGNOTO

Passeggio per i chiostri

un po’ soprappensiero

dal cuore mi zampillano dei mostri

in forma di parole… un messaggero…

un albero… un villaggio…

in cerca di una vita in un viaggio

ignoto… in un altrove…

Ora non so più dove

e con chi sono e se mi perdo insieme

alle parole o dentro un nuovo seme.

 

MIO PADRE DIPINGEVA UNA MONTAGNA

Mio padre dipingeva una montagna

e faggi e mulattiere dalla tela

gemmano ancora, la neve accompagna

 

una bianca memoria che tutela

la terra e i boschi dell’immaginare

come linea ignota e parallela

 

corre dalla tempesta al limitare

del cuore dove nasce lo scompiglio

che dura dentro i sogni, in quell’amare

 

confuso tra la neve, il padre, il figlio.

 

IN UNA SCUOLA DI LINGUA STRANIERA

In una scuola di lingua straniera

più di cento ragazzi intervistati

sul perché studiassero fino a sera

 

tarda e di che fossero interessati

hanno risposto che no, non per quella

lingua un po’ americana dei mercati

 

(ai quali più nessuno si ribella)

ma per un gioco - se vai dall’Italia

più lontano che puoi, prendi una stella! -

 

Ho forse pianto. (Ma non per l’Italia).

 

 

LE TRE TARTARUGHE

Tre tartarughe sognano gli stessi

ventosi bagnasciuga dove varia

batte e rientra l’onda e brevi amplessi

 

offre alla terra. Qui più necessaria

si fa l’essenza occulta della quiete

e corre un balenio, va nell’aria

 

in fragile evidenza. È la sete

d’amore prima del buio, del vuoto

immenso. Le tre testuggini inquiete

 

sognano un lido ventoso ed immoto.

 

 

LE PAROLE E LA SERPE¹

(…suo arbritatu mundum effinxere

[dipinsero il mondo secondo la loro

arbitraria immaginazione]

Bernardino Telesio,

De rerum natura juxta propria principia)

Se mai ci fu un inizio

fu di fuoco e fanghiglia

e di là pietre, rami,

pesci, serpi e l’umana

carne esaltata e torta

nel pianto autocosciente

di immaginaria morte.

 

Ma la foglia e la serpe

in un soffio appagato

s’accartocciano ignare

senza fine o lamento.

 

Sia la parola un dono

oltre il fuoco e le ceneri,

tra la cenere e il vento

in ricerca di luce:

sia la parola il suono

di una pioggia di grazia.

 

¹Pur nella sua brevità - 17 versi in tre piccole stanze - questo testo ha molti padri ideali - uno di questi è citato in epigrafe - e ha potuto quindi attingere a molti vasti tesori lasciatici in eredità: dalle filosofie e cosmologie presocratiche, alla fisica del taoismo (così sorprendentemente vicina alle più recenti indagini astronomiche), al naturalismo italiano - Deus sive Natura - (Campanella, Bruno e appunto Telesio). Un universo, o meglio, molteplici universi ab aeterno, che inglobano in sé, da sempre e per sempre, spirito e materia, in perenne divenire e trasformazione. In questa concezione non è contemplata alcuna superiorità dell’uomo sugli altri elementi della natura, vi è invece una parificazione ontologica del tutto con il tutto e del singolo con la molteplicità. Di qui “l’immaginaria morte” e l’inesausta tensione del pensiero e della poesia in perenne ricerca di bellezza e di “grazia”.

 

 

UN RAMO DI GINESTRA

 

(Breve modulazione

su La Ginestra o

il fiore del deserto

di G. Leopardi)

 

Questo ramo ti dono di ginestra

non per progressive sorti ma per vago

eterno amore che senza vergogna

si mescola alla terra e lentamente

dinanzi al sole

fiorisce nei grappoli dell’oro e del profumo.

 

Non renitenti soccomberemo

al buio luminoso della morte:

non dell’oblio

ché a primavera tu, vaga parola,

e tu, filosofico fiore,

narrerete ai deserti

questo amore.

 

 

Translations

 

AUTOBIOGRAPHICAL BRAID

I was born in the Heart* of a vast plateau
charily enclosed by Pythias of haughty nature,
gravid with berries and drupes, basins of ample delight:
in the hollow of the divides, as do the rhymes

 

that frolic to hide in the folds of verses,
there lie nestled ancestral chthonic forces
on lost cliffs, in burnt depths, cavernous and astral:
proditory the earth sways and in heaven ablaze

 

more pallid is Venus:
ripping quakes rouse
mountains, puzzling ash…

(Roar monotonous

and dire!) burdens the sky. Early I learned to surge
from the driest dust with a wisdom inclined to nurse
liquid virtue: the veil of life, to disperse

death and fear, lets forever loose in me a more resolute

intelligence that recalls the mineral essence
of my every deepest motion: the limpid nescience

of the stars guides me in the infinite void:
if olive trees thrive on the most timid incline

 

me in the Umbrian Etruria
I love and nurture
Poetry and La Crusca
they make alive ever more.

 

* The Medieval walls of Norcia wrap the city in the shape of a perfect heart.

 

 

MOTHER EARTH

.
(For those who lost their lives, for Norcia, my birthplace,
for Amatrice, Arquata del Tronto, and each shaken
community, for the children, the animals and
plants that were victims of the earthquakes
in the summer and autumn of 2016)

.
More than any tempestuous sea our mother
earth moves from its fiery depths
lofty mountains and thus we lie humbled

 

on her furrowed brow, from the welcoming
stillness of our homes in an instant
alive we are buried and a deafening

 

rumble sounds with the crash of roofs dear, breathless
one hand seeks another and with a shudder
within the blinding dust beseeches

 

that beyond death life should continue together.
Here, from these ruins
the sky unfolds still
sublime splendor and from our veins
there is generated still
this vast ineffable azure.
And here the mountain dweller
in the silence of the beeches tends
to his animals and with soft voice and hands
prepares them for the winter.
Mother why, why are you to us so dear?

 

(Translations ©Matilda Colarossi)