La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Guido Oldani
Guido Oldani è nato nel 1947 a Melegnano (Milano, Italia), dove vive. Ha pubblicato sulle principali riviste letterarie, come "Alfabeta", "Paragone", "Il Belpaese". "Poesia". E’ del 1985 la sua raccolta "Stilnostro", introdotta da Giovanni Raboni. Ha contribuito alla riscoperta del poeta vociano Clemente Rebora (1885-1957), curando, nel 1986, il volume unico della rivista "Psichopatology", a lui dedicato. Il suo lavoro poetico si snoda essenzialmente attraverso gli annuari di poesia dell’editore Crocetti (1997-2000). E' presente in alcune antologie, "80 Poesia","Poeti d'inverno", "Poesia 89" , "Poesia italiana" (1952-1988), "La via lombarda". Negli anni novanta le riviste "Kamen" e "Block Notes" gli hanno dedicato l’intera sezione critica. Di lui hanno scritto, fra gli altri, Angelo Romanò, Mario Spinella, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Giancarlo Majorino, Tiziano Rossi, Giorgio Luzzi, Giuliano Gramigna e Roberto Sanesi. E’ stato invitato al festival internazionale "Milano Poesia" (1987) e nel 1988 vi ha presentato la delegazione dei poeti russi, ricevendo a sua volta l’invito per Mosca. Ha rappresentato l’Italia al convegno internazionale della Fondazione Vardo (Stoccolma – 1997). Ha fatto parte della delegazione dei poeti italiani a New York nel 1999. Collabora come critico letterario e conduttore di rubriche di poesia con il quotidiano "Avvenire". Fa parte del comitato scientifico del mensile "Luoghi dell’infinito".
Poesie da "Stilnostro" C. E. N. S. Ed – Milano, 1985
Stilnostro
Un po’ più sfatto
filo steso, questo
stagionale appassimento:
volontà (lucciola) appisola
negli incisivi persistenti:
amore
amaca mia pagliuzza
in fiamme, su questo
cioccolato mio pianeta
a degustare attendo
infaticato.
Labirinto dire
Certe volte mi asciugo
di parole,
capitombolando mi slargo
nell’interstizio tessuto
e pocopoi
e doposecolo:
l’andirivieni collettivo
mai collocato in un lì
soltanto.
Minor paroliere e
si sculturano forme
crescibili.
Ma il miglior comprendimento
non è forse in fondo
o fuori?
Fiato
S’ascolta, alto quassù,
l’adagio fiato a striscio
il proprio colpettio
del petto, cauta diga.
Sia dunque questo
L’esito o il preludio?
Polonord
Sarà
un ben smerigliato
muto silenzio (si prevede)
un ghiaccio sgocciolante
Polonord cinto d’assedio.
Confluiscono lì
i dopomorti quasi vivi
consistendo il tutto
(senz’animali e vegetali)
in solo sé,
paradisino oh
paradisino calmo.
Corporale
Serpentelli, le radici
si smentiscono
(nostr’albero, nostr’albero);
coni d’ombra del petto
gentili tanto e onesti
e un meglio non osare.
Dondolanti a lungo
i desideri mentre
le stanti mummie corporali
medioevalissime osservanti
s’instiliscono.
Ah se non fosse per ieri
se non fosse.
Testi in rivista e inediti
Come una lente
si freme o traballa secondo
i passanti, il vetro nei bordi
abusati del stipite in legno
alla fiacca finestra sul viale
per timpano o un nervo civile
che sguarda il quanto si muove
di fuori; era un velo di sabbia
sottratta dal mare, manufatto
traspare. ed ora in rettangolo
è lente interposta, oculare
e ribalta il mondo da fuori
in mia stanza, e ‘sì vivo io
capovolto, diverso dal resto che campa
ben dritto nel tempo che avanza
Il barbone
il cielo suo prezioso senza lune
si regge sugli asfalti intersecanti
intanando nei marsupi sotto i ponti
quasi in un volo in debito di ali
dove s’indugia il barbone deragliando
in contralto a chi ha stampato questi spalti
e regio, mai credendo gli altri tali
è perlustrante fra bucce promettenti,
la spersa spazzatura musicando
in suffragio di chi l’ha cresciuta tanta:
di noia ai consanguinei di sua piazza
comico è agli altri scrutanti d’altra razza.
Muti
con la coltella un po’ piegata a un lato
gli raspa contro come a spalar neve
per erpicare le iridate squame
che scrostano collose via schizzando,
e il corpo a fuso, reso sanguinoso
si escoria adatto alla farina e al fritto;
diverso allo scuoiare del coniglio
che serba e mostra intatte le sue venerdì
poco sappiamo invece delle pene
che il primo è muto e l’altro fu colpito
e tacque pure il santo che finito
spellato fu da vivo e per la fede.
Il cucciolo
dimora alla mia vasca in provvisorio
un cucciolino che m’assegna il caso,
dispostagli con dentro altri conforti.
è lì che non è facile ‘l governo
del lumicino d’acqua che zampilla
e compensarla a quanta se n’evacua
e al fondo è come quasi sabbia e mare
per i suoi nuoti e trotti profluvianti
ma se si varia un poco il fiotto fioco
per mia l’assenza, cura ed imprevisto
secca la bestia e all’occhio dà disgusto
o gonfia d’acqua si dondola consunta.
Il saluto
se col saluto lascio,
andando, qualcheduno,
in profilo mi rivolgo
lontanando, mal sorvegliando
il passo verso avanti come pure
chi alle spalle mi si esclude;
partenza e meta, scontentando
intralcio nel percorso cui m’inoltro
e ignoro s’io consoli che ritorno,
col tentennante piede nel frattanto,
o tema non si muova a me
un rimpianto.
La storia
s’infradicia e farcisce d’acqua fredda
nella fontana quasi ad affondare
un quotidiano piegato e senza scampo.
vi smunta lenta una grazia che sul set,
la faccia blu di chi che oggi conta
scompaginano cifre della borsa.
il nome invece d’altro che è in disgrazia
la lente d’acqua ancora più ingrandisce,
la pianta secca al bordo non stormisce
sporge la luna in presso a un pesce e a un sasso.
Sociale
dei mici, come a un nido d’avvoltoi
sanguisugano un avanzo sgocciolato
da un sacco fatto in plastica riempito
trasparente le sue merci confluenti.
Prossimo un bastardo coi canini
infierisce con digrigno sull’involto
nel cui dentro fra le melme alimentari
vi conquista quatto un ratto i propri averi
e a che un miagolo non desti un ringhio avverso
non squittisce compiacendosi fra sé.
Il violino
la coda d’un cavallo messa in arco
tortura col solletico budella
ritolte e torcigliate d’altra bestia
sul cavo fatto in cuoia d’una pianta
cui forma sono i fianchi di una donna;
come segando ma non resti danno
disquama l’aria intorno che lamenta
e il dolorare suo, slanciato in eco,
per quello d’altri, se mano è quella accorta,
ottiene d’essergli felice lenimento,
le corde mentre al meglio le tormenta.
Graminacea
la pianticella di graminacea,
tolta la spiga e il piede, era una canna
sottile in cui soffiava un filo d’aria
e consumato questo uguale gioco
coglieva una libellula alla coda
ed ascoltatala a lungo ventilare
strettala appena fra i due polpastrelli
con l’erba l’impalava saraceno
e soddisfatto la guardava disperare
nel farsi largo con un volo fermo
delle alucce che approdavano alla morte,
come aquilone piccino e senza costo
del meschino compiaciuto a quella sorte.
Suicidio
si è disseminato come in braci
di colori d’un fuoco d’artificio
che a notte fanno a gara con le stelle,
coriandoli che pulsano di carne
sui binari luccicanti come denti.
il convoglio pare in colpa non procede
con chi dorme fra chi viaggia in ritardo
e l’intesa di due amanti nel momento
e i brandelli già per cibo nelle tane
ma qualcuno s’incantuccia in nostalgia
di sua casa spenta a fine trasmissione.
Il tarlo
non ho mai visto un tarlo dritto in faccia
né altro so su la sua complessione
che spieghi come in così scarso corpo
sia un tale accumulare dallo scavo
e a notte lo si ode mentre rode;
basta una tosse o un lume ad impietrirlo
e garantito subito riprende
nei fori di perfetta geometria.
ferisce e dunque c’è ma non si espone
come anche accade nell’economia,
e tiranneggia il noce pur tenace
se i muscoli dei rami non gli oppone:
si espande e noi confusi in dove stia
Il brodo
le recise zampe di gallina
che azionavo con un tendine sfilato
e gli artigli si chiudevano al comando
come gialle ruspe per la neve
o un transito di qualche dinosauro;
pari esito lo dava solo il becco
che aprivo per un ululo al pollaio,
di rito era dopo la cottura
succhiarle il teschio e roderle le dita
adesso che è mutato il tempo e il ceto
si cuoce solamente l’uovo sodo
il brodo mi obbedisce con un dado.
Angelico
quello che sta in caduta a più volteggi
in un nuotare svelto verticale
da verso il miscelare delle nubi
a in fondo nel dominio catastale,
è un muratore che ha svariato il passo
rispetto a quello delle travi in cielo
non ha il riflesso che possiede il gatto
che da ogni dove atterra sulle zampe
e senza dare sfogo al miagolare,
lui invece è anche maldestro nel finire
non sa neppure farlo silenzioso
si rompe e schizza intorno come un uovo
se l’ha, un ricordo, è dentro il massimale.
La bicicletta
e come si usa, a un certo punto della vita
ridurla quasi a un volto che le diamo
per scorgerla da fuori e compatirla
io, tralasciando quanto sia in natura,
ricorro a un alter ego manufatto
probabilmente ad una bicicletta
che certo non compete a le volate
neppure sta nel gruppo condiviso,
magari è dentro un vicolo sterrato
e quando il troppo adagio la barcolla
per non cadere dà una pedalata
un breve sbando e seguita la corsa,
l’arrivo si confonde alla sortita.
Le vittime
le dita che le offersero carezze
sul collo si disegnano marcate
a lei con i colori del commiato,
invece stringe il boa con le sue spire
finché il torace vittima è una noce
spegnendogli il respiro come brace
ma l’edera che sale sempreverde,
il tronco avvolge intorno e gli si addice
e succhia tribolando pian piano
lo fa morire stanco ma felice
Comunione
le dita bianco gracili converse
in un indocile pinnacolo di mani
che chiudono conchiglia a fare eco
di quanto la particola bisbigli,
col crepitare di pane che si porge
a bocche di sardonici o devote
e alcune si compungono saziate
ma altre malefiziano le gote.
Sotterrature
i cavi come in trecce di capelli
si danno alla corrente che li scorre
e frigge nel violarli incontrastata
e il lezzo del metano strangolato
si sfoga fuori dove brucia fiamma;
conducono in cemento invece il nero,
e pulsa al buio chiara l’acqua dentro
ai tubi e per l’arsura o che deterga
accanto a dei cunicoli infestanti.
li trancia mescolandoli una ruspa
o li calpesta ignaro chi per caso
è sopra poche spanne a questi intrighi
messi a dimora da dannati maghi,
storte interiora d’urbe senza cura.
Papaveri
dai campi di grano diserbati
i papaveri oracoli di rosso
forsennato e d’un soffio paurosi,
vederli folti e tanti ad insediarsi
fra pietre lungo della massicciata
e lo sterro rugginoso dei binari.
acquartierati profughi reclusi
reclamano per sé quella stesura;
è un treno che sentendosi colposo
a ipotesi che alcuni d’essi muoia
si stringe a lato in solo una rotaia
e fatto ciclo ciondola confuso.
Terragno
ho io vissuto, e d’altro non capace,
da quasi conficcato nel profilo
del suolo di rottami del creato
come sa masticando il mio percorso,
invece che dall’alto è più opportuno.
è vero ho rovinato tatto e vista,
paziente intanto addestra mio l’olfatto
che affonda giù all’imbasso periscopio,
di un po’ del suo sapere priva il ratto.
Paese
battevano alle liti delle sagre
i pugni con le nocche sulle facce
perché col santo viene un po’ d’inferno
che s’incantuccia a fianco dell’acqua santa.
al sud i visi erano tagliati
in simili evenienze d’occasioni,
in altro distanziare il mio paese
avendo modo di varcare il mare
recidono le gole e con l’onore
Specie
le oche scongelate poste a fianco
coi colli nudi e i becchi come astucci
quasi in preghiera rivolte per la sorte
prostrate ma il destino è già assegnato.
le guardano da fuori la vetrina
due cani che non sono alimentari
e quello che è metà dell’altra è un maschio
e cerca d’aggrapparsi o almeno prova,
lei gli conficca a sangue i denti ai fianchi
lui trova la sua pace nell’alcova.
L’impuro
scrollare penne secche
per scuotere l’impuro
o il pelo polveroso
madido di liquame.
come se il levigato della mano
sia da spulciare intanto lentamente;
centrifughi gli schizzi
dalle barbe e squame
ed epiteli laschi, peli di troppo
caduti e persistenti, melme sui denti mestrui
soffiando dagli anfratti
i resti ignominosi, le lacrime
bavose, perché graffiando forte un incerare
per un momento vero occhieggi il cielo raro.
La piuma
e tanto batter d’ali per un volo
lascia cadere una piuma disegnante
lungo l’aria il profilo che ha lui solo;
fiocco che varia e all’anima sollievo
se è di un cherubino la reliquia,
rabbrivida la luce a farsi gelo,
se anticipa un malocchio di malizia.
Rinfusa
ci sono nell’armadio sui ripiani
scarpe con deformati tacchi obliqui
e calze dai rammendi o i fori tondi,
pattine a cerchi come gli ombelichi
giornali a plichi e sparsi anche dei tappi;
come se queste fossero le armi
di guerre a torte in faccia e senza scuse,
e i feretri o i loro decimali
sono gli stessi arnesi della pugna
che al suono delle trombe giudiziali
risorgeranno un giorno coi beati.
Sul tetto
accostano le teste promettenti
come due suore scure in controluce
o guerrieri in armature sagomate.
fino a un volume gonfiano le piume
doppio del corpo che vi adagia dentro.
allora le si accoppia e sbatte le ali
e galleggiando la sfiora solo dove
a dare il giusto via perché le uova
nel modo di una coppia che è fedele.
Folla
li sento che si urtano fra loro
dentro l’aria i respiri della folla,
ben più di quanta già non mi esiliasse
col suo addossarsi dove sono nato
fra quei che neanche dico quali tipi.
nel mentre sono ignavi i nostri grembi
ricolma qui di genti in modo vario;
starei per darmi a un eremo di nubi
cedendo il suolo giusto per due piedi
ma sono troppo bianco per il sole,
mi accoglie il verde di un documentario.
Stradario
l’ombrello spiegazzato è aperto tondo
e dai suoi buchi proclamano le stelle,
gli stracci dei cespugli e delle fronde
s’inzuppano nel piscio della pioggia
su d’una cartolina in cui il quartiere.
è dentro allo stradario a coordinate
che sono i viali e i corsi tratteggiati
inclusi quando i nati e i deceduti
e il tram da cui se è sorte io ti scorgo
lamenta in questo cardo urbanizzato
Agreste
è nel pollaio che cala a notte fatta
il ratto per sottrarre del mangime
alle suorine ovaiole da lessare
e a tracci lascia feci e quel che manca.
scivola, una volta, nel bacile
la cui parete è liscia e non risale
e sfugge il ferro più volte quel mattino
ma poi centrato lo preme a trapassarlo
torce la coda ed alita spavento
poi muore senza il dio del contadino.
La mela
protende e si esibisce
la mela dentro al palmo
sfiorata con dovizia
sulla sua curva polpa.
il rosso o giallo e acerbo
inarca e corrisponde
al suo nevoso interno
che ottunde in una parte.
è il marcio e cova scuro
si svela se a scavarlo
e adultera fangoso
il sagrato del palato.
Il marcio
il marcio inseparato si nasconde
e non c’è modo di levarlo in volo
disgusta già di sotto di una suola
compare in una smorfia nel suo troppo
e ha un raspo sordo che ingrama fermentando.
senza le mani adatte a discrostarlo,
e la foglia di pudore per coprirlo
allora sogni mutilarlo netto
o almeno abbia una veste di relitto:
ti avvezzi intanto al lento cronicario
mentre si fugge la grazia con delirio
Due stanze
dove è finito il lungo filo spago
che ad ogni sonno univa ai suoi due estremi
l’alluce grosso del pascoli poeta
con quello lieve della sua sorella?
fra i due avvicendava a strappi i sogni
toccando il suolo solo quando quieti,
e a matassa, fra il primo e il quinto dito,
quell’altra mano, all’alba riavvolgeva.
poi il saluto scambiavano di fretta
fra le due stanze dentro un corridoio
in dove oggi lì i visitatori
di notte vige ancora la civetta.
Dialoghetto
Il vento scricchiola alle imposte
con poco più di quanto sia un brusìo
invece la pioggia guasta il tetto
di quegli antipatici qui accanto,
se litigano loro io li sento
se russo, per gli altri non c’è scampo.
Loro
ha strappato con i denti,
come i nonni la sicura della bomba,
l’anello d’alluminio di lattina
che contiene la bevuta americana.
poi rutta forte contro il mondo intero
nemico come un russo o un africano.
schianta la tolla come un calcio vero
e mescola del fumo e fa lo scemo.
intanto lancia i vuoti alla fontana
su cui si posa un passero oleoso,
per loro magri, uno solo è obeso,
fra un po’ incomincia il giorno è più noioso
La frusta
un colpo seco all’improvviso
dato in là e che si blocca pronto
dove deve a misura sua precisa;
ed è un sibilo e uno schiocco
d’insulto come schiaffo dentro al vuoto
che non lamenta, col gemito, ferita;
e il braccio è tratto e l’aria si dirada,
non era solo un do di petto ignoto
scaturito lì come si sia
ma un abile spettacolo violento
che è vanto per la modica abulia.
Quell’ora
era uno scoppiettìo rinchiuso,
in crescendo lento e poi interrotto
dalla ripresa veloce della moto.
veniva dalla strada situa in alto
di gara della taranto milano
ma a quell’ora di nessuno nell’agosto
non c’è alcuno testimone di sentimenti.
e il braccio di ferro estenuante
del sole assurdo contro il verde santo
dava stento al bimbo nella stanza
con chiuse le sue palpebre e le imposte,
sentiva che è così che il male avanza
L’angelo
la mano nera con il palmo rosa
espone tre limoni gialli e un ramo
di verde del basilico in profumo.
l’acquario della vita grigia bigia
gli fa accostare un bianco a passo lento
con laurea a pieni voti senza impiego
contrattano un bel po’ le vitamine;
domanda un cherubino di passaggio
scendendo dal cavallo in dotazione
dei due quale sia più clandestino:
lassù dirà non sa quale sia peggio.
Il sacchetto
quello che mi rende queto il giorno
è un sacchetto impugnato in alto stretto
sul volgersi di carta che lo chiude,
colore sabbia come di un deserto.
ricolmo, si tondeggia sui suoi fianchi
e lascia indovinare a curve interne
dei pani che dispensano il fragrare
scaldando il mio palmo che ne ha cura.
quasi lo ostento oppure non resisto
e anche se visto uno lo divoro,
lo lascio sbriciolare per chi ha un nido
mi segue, pollicino, dove vado.
Amore
il taglio nell’asfalto lungo il corso
è esile, prodotto in qualche modo,
sorriso del bitume pudibondo.
anche la mia scarpa si è crepata
a furia di flettere la suola
al passo di pedone intimorito.
è davvero del tutto casuale
che la bocca socchiusa sotto il piede
sormonti quella che è della corsia,
e a dirlo mammamia, si baciano
profuso, l’uno il sudore cola, o sale
qualche grasso della via,
entrambi al primo amore, che invece
quasi mai per noi succede.
Le coppie
come due vocali poste accanto
si cercano a dare un solo suono,
è anche di concomitanti voglie,
incudine e martello per la forgia.
Sognerebbero idillii a ciglia lunghe
di fiabe non ancora immaginate
ma ognuno ha già un curriculum che abbonda.
è agenda di trascorsi il loro amore,
a una guida telefonica intrecciata
degli altrettanti superati amanti.
e con lo spaginare della festa
intenti ai rituali esenti prole
scorrono un tempo adatto per l’incanto,
per quelli giunti dopo è quel che resta.
Testi tradotti
Rovescio
in una rinunciata compostezza
di rosso viola carne, si bandiera
come una ferita tutt’intera
lo spaginato animale nel macello,
che una donna aperta
e a testa in giù del resto anche pendenti
eroi e dittatori che imprudenti
in fondo poco basta, perché questo:
un rovescio e un mutare di colore
e più non batte un battito che adagio,
le mosche stanno intorno come un fiore.
Reversal
In a relinquished sedateness
of red meat purple, it is labeled,
like a whole wound
the misplaced animal in the slaughterhouse
among the worst and the best
that an open woman
head hanging low, for that matter hanging
heroes too and dictators that imprudent
in the end barely suffice, because of this:
a reversal and a change of color
and a heart beats no more than slowly,
flies flutter around it like a flower
I modi
Fu visto che appendeva a sera un gatto
al muro che cingeva il cimitero
col filo della lenza per pescare,
la bestia dava strappi con furore
ad ogni mossa peggiorando il caso
lasciando con la vita anche l’urina
e lui studiava a scuola di latino
le chiocciole schiacciava sotto un treno
ma poi con l’affinare dei suoi modi
siede al senato del popolo italiano
The ways
he was seen one night hanging a cat
to the wall around the cemetery
with fishing line,
the beast clawed furiously
with each motion making matters worse
leaving behind his urine with his life
and he studied at the Latin school
he crushed snails under a train
but later as he refined his ways
he sat in the senate of the Italian people
Profilattico
dai battiti dei cuori sovrapposti
tra frasi di lusinghe suscitate,
come impronta di grasso a un tovagliolo
è al suolo, fantasma d’un calore
e se unisse o divideva chi sa dire,
cerotto per un’anima o un bollore.
è un cipresso su di un viale rimembrante
forse meglio per ricordo di un amore,
né vi è certo chi lo intenda conservare:
gasteropode attardato sotto il sole
sarà un terzo che lo sgombera a pulire.
Condom
of heartbeats laid upon each other
among whispered phrases of flattery
like a grease spot on a napkin
it is on the ground, the trace of heat
and if it united or separeted, who can say,
bandage for a soul or a passion.
it is a cypress tree along a street of memories
perhaps better as a souvenir of love,
yes it’s not certain who would want to save it:
tardy gastropod beneath the sun
perhaps a third party cleaning up will take it away.
Globale
fu costola d’Europa la mia terra
da cui trarne consorte al continente
ma poi lasciata a mezzo l’intenzione
pende com’è, mammella ed è alla mano.
cosa io c’entri estraneo come sono
spartito niente col suo capitale:
si leccano l’un l’altro addosso il miele
compreso chi, qui emigra e a sforzo ottiene
in questo confortevole ospedale
come i miei, la coca cola nelle vene.
Global
my land was once the rib of Europe
from which to take a spouse for the continent
but then, left mid-promise,
it hangs as it is, a ready breast.
what have I do to with it, foreigner that Iam
sharing in none of its wealth:
they lick the honey off each other’s backs
including those who emigrate here and, with effort,
like my people, receive from this comfortable hospital
Coca-Cola pushed through their veins
(traduzioni di Tina Chiappetta)
(a cura di Luigi Cannillo)