La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Guido Oldani

Guido Oldani è nato nel 1947 a Melegnano (Milano, Italia), dove vive. Ha pubblicato sulle principali riviste letterarie, come "Alfabeta", "Paragone", "Il Belpaese". "Poesia". E’ del 1985 la sua raccolta "Stilnostro", introdotta da Giovanni Raboni. Ha contribuito alla riscoperta del poeta vociano Clemente Rebora (1885-1957), curando, nel 1986, il volume unico della rivista "Psichopatology", a lui dedicato. Il suo lavoro poetico si snoda essenzialmente attraverso gli annuari di poesia dell’editore Crocetti (1997-2000). E' presente in alcune antologie, "80 Poesia","Poeti d'inverno", "Poesia 89" , "Poesia italiana" (1952-1988), "La via lombarda". Negli anni novanta le riviste "Kamen" e "Block Notes" gli hanno dedicato l’intera sezione critica. Di lui hanno scritto, fra gli altri, Angelo Romanò, Mario Spinella, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Giancarlo Majorino, Tiziano Rossi, Giorgio Luzzi, Giuliano Gramigna e Roberto Sanesi. E’ stato invitato al festival internazionale "Milano Poesia" (1987) e nel 1988 vi ha presentato la delegazione dei poeti russi, ricevendo a sua volta l’invito per Mosca. Ha rappresentato l’Italia al convegno internazionale della Fondazione Vardo (Stoccolma – 1997). Ha fatto parte della delegazione dei poeti italiani a New York nel 1999. Collabora come critico letterario e conduttore di rubriche di poesia con il quotidiano "Avvenire". Fa parte del comitato scientifico del mensile "Luoghi dell’infinito".

 

 

 

Poesie da "Stilnostro" C. E. N. S. Ed – Milano, 1985

 

 

Stilnostro

 

 

Un po’ più sfatto

filo steso, questo

stagionale appassimento:

volontà (lucciola) appisola

negli incisivi persistenti:

amore

amaca mia pagliuzza

in fiamme, su questo

cioccolato mio pianeta

a degustare attendo

infaticato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Labirinto dire

 

 

Certe volte mi asciugo

di parole,

capitombolando mi slargo

nell’interstizio tessuto

e pocopoi

e doposecolo:

l’andirivieni collettivo

mai collocato in un lì

soltanto.

 

Minor paroliere e

si sculturano forme

crescibili.

Ma il miglior comprendimento

non è forse in fondo

o fuori?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiato

 

 

S’ascolta, alto quassù,

l’adagio fiato a striscio

il proprio colpettio

del petto, cauta diga.

Sia dunque questo

L’esito o il preludio?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Polonord

 

 

Sarà

un ben smerigliato

muto silenzio (si prevede)

un ghiaccio sgocciolante

Polonord cinto d’assedio.

Confluiscono lì

i dopomorti quasi vivi

consistendo il tutto

(senz’animali e vegetali)

in solo sé,

paradisino oh

paradisino calmo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corporale

 

 

Serpentelli, le radici

si smentiscono

(nostr’albero, nostr’albero);

coni d’ombra del petto

gentili tanto e onesti

e un meglio non osare.

Dondolanti a lungo

i desideri mentre

le stanti mummie corporali

medioevalissime osservanti

s’instiliscono.

Ah se non fosse per ieri

se non fosse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testi in rivista e inediti

 

 

 

 

 

 

 

Come una lente

 

 

si freme o traballa secondo

i passanti, il vetro nei bordi

abusati del stipite in legno

alla fiacca finestra sul viale

per timpano o un nervo civile

che sguarda il quanto si muove

di fuori; era un velo di sabbia

sottratta dal mare, manufatto

traspare. ed ora in rettangolo

è lente interposta, oculare

e ribalta il mondo da fuori

in mia stanza, e ‘sì vivo io

capovolto, diverso dal resto che campa

ben dritto nel tempo che avanza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il barbone

 

 

il cielo suo prezioso senza lune

si regge sugli asfalti intersecanti

intanando nei marsupi sotto i ponti

quasi in un volo in debito di ali

dove s’indugia il barbone deragliando

in contralto a chi ha stampato questi spalti

e regio, mai credendo gli altri tali

è perlustrante fra bucce promettenti,

la spersa spazzatura musicando

in suffragio di chi l’ha cresciuta tanta:

di noia ai consanguinei di sua piazza

comico è agli altri scrutanti d’altra razza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Muti

 

con la coltella un po’ piegata a un lato

gli raspa contro come a spalar neve

per erpicare le iridate squame

che scrostano collose via schizzando,

e il corpo a fuso, reso sanguinoso

si escoria adatto alla farina e al fritto;

diverso allo scuoiare del coniglio

che serba e mostra intatte le sue venerdì

poco sappiamo invece delle pene

che il primo è muto e l’altro fu colpito

e tacque pure il santo che finito

spellato fu da vivo e per la fede.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cucciolo

 

 

dimora alla mia vasca in provvisorio

un cucciolino che m’assegna il caso,

dispostagli con dentro altri conforti.

è lì che non è facile ‘l governo

del lumicino d’acqua che zampilla

e compensarla a quanta se n’evacua

e al fondo è come quasi sabbia e mare

per i suoi nuoti e trotti profluvianti

ma se si varia un poco il fiotto fioco

per mia l’assenza, cura ed imprevisto

secca la bestia e all’occhio dà disgusto

o gonfia d’acqua si dondola consunta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il saluto

 

 

se col saluto lascio,

andando, qualcheduno,

in profilo mi rivolgo

lontanando, mal sorvegliando

il passo verso avanti come pure

chi alle spalle mi si esclude;

partenza e meta, scontentando

intralcio nel percorso cui m’inoltro

e ignoro s’io consoli che ritorno,

col tentennante piede nel frattanto,

o tema non si muova a me

un rimpianto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia

 

 

s’infradicia e farcisce d’acqua fredda

nella fontana quasi ad affondare

un quotidiano piegato e senza scampo.

vi smunta lenta una grazia che sul set,

la faccia blu di chi che oggi conta

scompaginano cifre della borsa.

il nome invece d’altro che è in disgrazia

la lente d’acqua ancora più ingrandisce,

la pianta secca al bordo non stormisce

sporge la luna in presso a un pesce e a un sasso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sociale

 

 

dei mici, come a un nido d’avvoltoi

sanguisugano un avanzo sgocciolato

da un sacco fatto in plastica riempito

trasparente le sue merci confluenti.

Prossimo un bastardo coi canini

infierisce con digrigno sull’involto

nel cui dentro fra le melme alimentari

vi conquista quatto un ratto i propri averi

e a che un miagolo non desti un ringhio avverso

non squittisce compiacendosi fra sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il violino

 

 

la coda d’un cavallo messa in arco

tortura col solletico budella

ritolte e torcigliate d’altra bestia

sul cavo fatto in cuoia d’una pianta

cui forma sono i fianchi di una donna;

come segando ma non resti danno

disquama l’aria intorno che lamenta

e il dolorare suo, slanciato in eco,

per quello d’altri, se mano è quella accorta,

ottiene d’essergli felice lenimento,

le corde mentre al meglio le tormenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Graminacea

 

 

la pianticella di graminacea,

tolta la spiga e il piede, era una canna

sottile in cui soffiava un filo d’aria

e consumato questo uguale gioco

coglieva una libellula alla coda

ed ascoltatala a lungo ventilare

strettala appena fra i due polpastrelli

con l’erba l’impalava saraceno

e soddisfatto la guardava disperare

nel farsi largo con un volo fermo

delle alucce che approdavano alla morte,

come aquilone piccino e senza costo

del meschino compiaciuto a quella sorte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suicidio

 

 

si è disseminato come in braci

di colori d’un fuoco d’artificio

che a notte fanno a gara con le stelle,

coriandoli che pulsano di carne

sui binari luccicanti come denti.

il convoglio pare in colpa non procede

con chi dorme fra chi viaggia in ritardo

e l’intesa di due amanti nel momento

e i brandelli già per cibo nelle tane

ma qualcuno s’incantuccia in nostalgia

di sua casa spenta a fine trasmissione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tarlo

 

 

non ho mai visto un tarlo dritto in faccia

né altro so su la sua complessione

che spieghi come in così scarso corpo

sia un tale accumulare dallo scavo

e a notte lo si ode mentre rode;

basta una tosse o un lume ad impietrirlo

e garantito subito riprende

nei fori di perfetta geometria.

ferisce e dunque c’è ma non si espone

come anche accade nell’economia,

e tiranneggia il noce pur tenace

se i muscoli dei rami non gli oppone:

si espande e noi confusi in dove stia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il brodo

 

 

le recise zampe di gallina

che azionavo con un tendine sfilato

e gli artigli si chiudevano al comando

come gialle ruspe per la neve

o un transito di qualche dinosauro;

pari esito lo dava solo il becco

che aprivo per un ululo al pollaio,

di rito era dopo la cottura

succhiarle il teschio e roderle le dita

adesso che è mutato il tempo e il ceto

si cuoce solamente l’uovo sodo

il brodo mi obbedisce con un dado.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelico

 

 

quello che sta in caduta a più volteggi

in un nuotare svelto verticale

da verso il miscelare delle nubi

a in fondo nel dominio catastale,

è un muratore che ha svariato il passo

rispetto a quello delle travi in cielo

non ha il riflesso che possiede il gatto

che da ogni dove atterra sulle zampe

e senza dare sfogo al miagolare,

lui invece è anche maldestro nel finire

non sa neppure farlo silenzioso

si rompe e schizza intorno come un uovo

se l’ha, un ricordo, è dentro il massimale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La bicicletta

 

 

e come si usa, a un certo punto della vita

ridurla quasi a un volto che le diamo

per scorgerla da fuori e compatirla

io, tralasciando quanto sia in natura,

ricorro a un alter ego manufatto

probabilmente ad una bicicletta

che certo non compete a le volate

neppure sta nel gruppo condiviso,

magari è dentro un vicolo sterrato

e quando il troppo adagio la barcolla

per non cadere dà una pedalata

un breve sbando e seguita la corsa,

l’arrivo si confonde alla sortita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le vittime

 

 

le dita che le offersero carezze

sul collo si disegnano marcate

a lei con i colori del commiato,

invece stringe il boa con le sue spire

finché il torace vittima è una noce

spegnendogli il respiro come brace

ma l’edera che sale sempreverde,

il tronco avvolge intorno e gli si addice

e succhia tribolando pian piano

lo fa morire stanco ma felice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunione

 

 

le dita bianco gracili converse

in un indocile pinnacolo di mani

che chiudono conchiglia a fare eco

di quanto la particola bisbigli,

col crepitare di pane che si porge

a bocche di sardonici o devote

e alcune si compungono saziate

ma altre malefiziano le gote.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sotterrature

 

 

i cavi come in trecce di capelli

si danno alla corrente che li scorre

e frigge nel violarli incontrastata

e il lezzo del metano strangolato

si sfoga fuori dove brucia fiamma;

conducono in cemento invece il nero,

e pulsa al buio chiara l’acqua dentro

ai tubi e per l’arsura o che deterga

accanto a dei cunicoli infestanti.

li trancia mescolandoli una ruspa

o li calpesta ignaro chi per caso

è sopra poche spanne a questi intrighi

messi a dimora da dannati maghi,

storte interiora d’urbe senza cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papaveri

 

dai campi di grano diserbati

i papaveri oracoli di rosso

forsennato e d’un soffio paurosi,

vederli folti e tanti ad insediarsi

fra pietre lungo della massicciata

e lo sterro rugginoso dei binari.

acquartierati profughi reclusi

reclamano per sé quella stesura;

è un treno che sentendosi colposo

a ipotesi che alcuni d’essi muoia

si stringe a lato in solo una rotaia

e fatto ciclo ciondola confuso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terragno

 

 

ho io vissuto, e d’altro non capace,

da quasi conficcato nel profilo

del suolo di rottami del creato

come sa masticando il mio percorso,

invece che dall’alto è più opportuno.

è vero ho rovinato tatto e vista,

paziente intanto addestra mio l’olfatto

che affonda giù all’imbasso periscopio,

di un po’ del suo sapere priva il ratto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paese

 

 

battevano alle liti delle sagre

i pugni con le nocche sulle facce

perché col santo viene un po’ d’inferno

che s’incantuccia a fianco dell’acqua santa.

al sud i visi erano tagliati

in simili evenienze d’occasioni,

in altro distanziare il mio paese

avendo modo di varcare il mare

recidono le gole e con l’onore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Specie

 

le oche scongelate poste a fianco

coi colli nudi e i becchi come astucci

quasi in preghiera rivolte per la sorte

prostrate ma il destino è già assegnato.

le guardano da fuori la vetrina

due cani che non sono alimentari

e quello che è metà dell’altra è un maschio

e cerca d’aggrapparsi o almeno prova,

lei gli conficca a sangue i denti ai fianchi

lui trova la sua pace nell’alcova.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’impuro

 

 

scrollare penne secche

per scuotere l’impuro

o il pelo polveroso

madido di liquame.

come se il levigato della mano

sia da spulciare intanto lentamente;

centrifughi gli schizzi

dalle barbe e squame

ed epiteli laschi, peli di troppo

caduti e persistenti, melme sui denti mestrui

soffiando dagli anfratti

i resti ignominosi, le lacrime

bavose, perché graffiando forte un incerare

per un momento vero occhieggi il cielo raro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La piuma

 

e tanto batter d’ali per un volo

lascia cadere una piuma disegnante

lungo l’aria il profilo che ha lui solo;

fiocco che varia e all’anima sollievo

se è di un cherubino la reliquia,

rabbrivida la luce a farsi gelo,

se anticipa un malocchio di malizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rinfusa

 

ci sono nell’armadio sui ripiani

scarpe con deformati tacchi obliqui

e calze dai rammendi o i fori tondi,

pattine a cerchi come gli ombelichi

giornali a plichi e sparsi anche dei tappi;

come se queste fossero le armi

di guerre a torte in faccia e senza scuse,

e i feretri o i loro decimali

sono gli stessi arnesi della pugna

che al suono delle trombe giudiziali

risorgeranno un giorno coi beati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul tetto

 

 

accostano le teste promettenti

come due suore scure in controluce

o guerrieri in armature sagomate.

fino a un volume gonfiano le piume

doppio del corpo che vi adagia dentro.

allora le si accoppia e sbatte le ali

e galleggiando la sfiora solo dove

a dare il giusto via perché le uova

nel modo di una coppia che è fedele.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Folla

 

li sento che si urtano fra loro

dentro l’aria i respiri della folla,

ben più di quanta già non mi esiliasse

col suo addossarsi dove sono nato

fra quei che neanche dico quali tipi.

nel mentre sono ignavi i nostri grembi

ricolma qui di genti in modo vario;

starei per darmi a un eremo di nubi

cedendo il suolo giusto per due piedi

ma sono troppo bianco per il sole,

mi accoglie il verde di un documentario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stradario

 

 

l’ombrello spiegazzato è aperto tondo

e dai suoi buchi proclamano le stelle,

gli stracci dei cespugli e delle fronde

s’inzuppano nel piscio della pioggia

su d’una cartolina in cui il quartiere.

è dentro allo stradario a coordinate

che sono i viali e i corsi tratteggiati

inclusi quando i nati e i deceduti

e il tram da cui se è sorte io ti scorgo

lamenta in questo cardo urbanizzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agreste

 

 

è nel pollaio che cala a notte fatta

il ratto per sottrarre del mangime

alle suorine ovaiole da lessare

e a tracci lascia feci e quel che manca.

scivola, una volta, nel bacile

la cui parete è liscia e non risale

e sfugge il ferro più volte quel mattino

ma poi centrato lo preme a trapassarlo

torce la coda ed alita spavento

poi muore senza il dio del contadino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mela

 

 

protende e si esibisce

la mela dentro al palmo

sfiorata con dovizia

sulla sua curva polpa.

il rosso o giallo e acerbo

inarca e corrisponde

al suo nevoso interno

che ottunde in una parte.

è il marcio e cova scuro

si svela se a scavarlo

e adultera fangoso

il sagrato del palato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il marcio

 

 

il marcio inseparato si nasconde

e non c’è modo di levarlo in volo

disgusta già di sotto di una suola

compare in una smorfia nel suo troppo

e ha un raspo sordo che ingrama fermentando.

senza le mani adatte a discrostarlo,

e la foglia di pudore per coprirlo

allora sogni mutilarlo netto

o almeno abbia una veste di relitto:

ti avvezzi intanto al lento cronicario

mentre si fugge la grazia con delirio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due stanze

 

 

dove è finito il lungo filo spago

che ad ogni sonno univa ai suoi due estremi

l’alluce grosso del pascoli poeta

con quello lieve della sua sorella?

fra i due avvicendava a strappi i sogni

toccando il suolo solo quando quieti,

e a matassa, fra il primo e il quinto dito,

quell’altra mano, all’alba riavvolgeva.

poi il saluto scambiavano di fretta

fra le due stanze dentro un corridoio

in dove oggi lì i visitatori

di notte vige ancora la civetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dialoghetto

 

Il vento scricchiola alle imposte

con poco più di quanto sia un brusìo

invece la pioggia guasta il tetto

di quegli antipatici qui accanto,

se litigano loro io li sento

se russo, per gli altri non c’è scampo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Loro

 

 

ha strappato con i denti,

come i nonni la sicura della bomba,

l’anello d’alluminio di lattina

che contiene la bevuta americana.

poi rutta forte contro il mondo intero

nemico come un russo o un africano.

schianta la tolla come un calcio vero

e mescola del fumo e fa lo scemo.

intanto lancia i vuoti alla fontana

su cui si posa un passero oleoso,

per loro magri, uno solo è obeso,

fra un po’ incomincia il giorno è più noioso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La frusta

 

 

un colpo seco all’improvviso

dato in là e che si blocca pronto

dove deve a misura sua precisa;

ed è un sibilo e uno schiocco

d’insulto come schiaffo dentro al vuoto

che non lamenta, col gemito, ferita;

e il braccio è tratto e l’aria si dirada,

non era solo un do di petto ignoto

scaturito lì come si sia

ma un abile spettacolo violento

che è vanto per la modica abulia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quell’ora

 

era uno scoppiettìo rinchiuso,

in crescendo lento e poi interrotto

dalla ripresa veloce della moto.

veniva dalla strada situa in alto

di gara della taranto milano

ma a quell’ora di nessuno nell’agosto

non c’è alcuno testimone di sentimenti.

e il braccio di ferro estenuante

del sole assurdo contro il verde santo

dava stento al bimbo nella stanza

con chiuse le sue palpebre e le imposte,

sentiva che è così che il male avanza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’angelo

 

 

la mano nera con il palmo rosa

espone tre limoni gialli e un ramo

di verde del basilico in profumo.

l’acquario della vita grigia bigia

gli fa accostare un bianco a passo lento

con laurea a pieni voti senza impiego

contrattano un bel po’ le vitamine;

domanda un cherubino di passaggio

scendendo dal cavallo in dotazione

dei due quale sia più clandestino:

lassù dirà non sa quale sia peggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sacchetto

 

 

quello che mi rende queto il giorno

è un sacchetto impugnato in alto stretto

sul volgersi di carta che lo chiude,

colore sabbia come di un deserto.

ricolmo, si tondeggia sui suoi fianchi

e lascia indovinare a curve interne

dei pani che dispensano il fragrare

scaldando il mio palmo che ne ha cura.

quasi lo ostento oppure non resisto

e anche se visto uno lo divoro,

lo lascio sbriciolare per chi ha un nido

mi segue, pollicino, dove vado.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amore

 

il taglio nell’asfalto lungo il corso

è esile, prodotto in qualche modo,

sorriso del bitume pudibondo.

anche la mia scarpa si è crepata

a furia di flettere la suola

al passo di pedone intimorito.

è davvero del tutto casuale

che la bocca socchiusa sotto il piede

sormonti quella che è della corsia,

e a dirlo mammamia, si baciano

profuso, l’uno il sudore cola, o sale

qualche grasso della via,

entrambi al primo amore, che invece

quasi mai per noi succede.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le coppie

 

 

come due vocali poste accanto

si cercano a dare un solo suono,

è anche di concomitanti voglie,

incudine e martello per la forgia.

Sognerebbero idillii a ciglia lunghe

di fiabe non ancora immaginate

ma ognuno ha già un curriculum che abbonda.

è agenda di trascorsi il loro amore,

a una guida telefonica intrecciata

degli altrettanti superati amanti.

e con lo spaginare della festa

intenti ai rituali esenti prole

scorrono un tempo adatto per l’incanto,

per quelli giunti dopo è quel che resta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testi tradotti

 

 

 

Rovescio

 

 

in una rinunciata compostezza

di rosso viola carne, si bandiera

come una ferita tutt’intera

lo spaginato animale nel macello,

che una donna aperta

e a testa in giù del resto anche pendenti

eroi e dittatori che imprudenti

in fondo poco basta, perché questo:

un rovescio e un mutare di colore

e più non batte un battito che adagio,

le mosche stanno intorno come un fiore.

 

 

 

 

 

 

Reversal

 

 

In a relinquished sedateness

of red meat purple, it is labeled,

like a whole wound

the misplaced animal in the slaughterhouse

among the worst and the best

that an open woman

head hanging low, for that matter hanging

heroes too and dictators that imprudent

in the end barely suffice, because of this:

a reversal and a change of color

and a heart beats no more than slowly,

flies flutter around it like a flower

 

 

 

 

 

 

I modi

 

 

Fu visto che appendeva a sera un gatto

al muro che cingeva il cimitero

col filo della lenza per pescare,

la bestia dava strappi con furore

ad ogni mossa peggiorando il caso

lasciando con la vita anche l’urina

e lui studiava a scuola di latino

le chiocciole schiacciava sotto un treno

ma poi con l’affinare dei suoi modi

siede al senato del popolo italiano

 

 

 

 

 

 

The ways

 

 

he was seen one night hanging a cat

to the wall around the cemetery

with fishing line,

the beast clawed furiously

with each motion making matters worse

leaving behind his urine with his life

and he studied at the Latin school

he crushed snails under a train

but later as he refined his ways

he sat in the senate of the Italian people

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Profilattico

 

 

dai battiti dei cuori sovrapposti

tra frasi di lusinghe suscitate,

come impronta di grasso a un tovagliolo

è al suolo, fantasma d’un calore

e se unisse o divideva chi sa dire,

cerotto per un’anima o un bollore.

è un cipresso su di un viale rimembrante

forse meglio per ricordo di un amore,

né vi è certo chi lo intenda conservare:

gasteropode attardato sotto il sole

sarà un terzo che lo sgombera a pulire.

 

 

 

 

 

 

Condom

 

 

of heartbeats laid upon each other

among whispered phrases of flattery

like a grease spot on a napkin

it is on the ground, the trace of heat

and if it united or separeted, who can say,

bandage for a soul or a passion.

it is a cypress tree along a street of memories

perhaps better as a souvenir of love,

yes it’s not certain who would want to save it:

tardy gastropod beneath the sun

perhaps a third party cleaning up will take it away.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Globale

 

 

fu costola d’Europa la mia terra

da cui trarne consorte al continente

ma poi lasciata a mezzo l’intenzione

pende com’è, mammella ed è alla mano.

cosa io c’entri estraneo come sono

spartito niente col suo capitale:

si leccano l’un l’altro addosso il miele

compreso chi, qui emigra e a sforzo ottiene

in questo confortevole ospedale

come i miei, la coca cola nelle vene.

 

 

 

 

 

 

Global

 

my land was once the rib of Europe

from which to take a spouse for the continent

but then, left mid-promise,

it hangs as it is, a ready breast.

what have I do to with it, foreigner that Iam

sharing in none of its wealth:

they lick the honey off each other’s backs

including those who emigrate here and, with effort,

like my people, receive from this comfortable hospital

Coca-Cola pushed through their veins

 

 

 

 

 

 

(traduzioni di Tina Chiappetta)

 

 

 

(a cura di Luigi Cannillo)