Lucianna Argentino è nata nel 1962 a Roma, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Gli argini del tempo (Totem, 1991), Biografia a margine (Fermenti, 1994, con la prefazione di D. Bellezza e disegni di F. P. Delle Noci), Mutamento (Fermenti,1999, con la prefazione di M. Bettarini), Verso Penuel (Edizioni dell’Oleandro, 2003, con la prefazione di D. Mafia), Diario inverso (Manni, 2006, con la prefazione di M. Guzzi), la plaquette “Favola” (Lietocolle, 2009, con acquerelli di M. Sebastiani), L’ospite indocile (Passigli, 2012, con una nota di A. M. Farabbi), Abele (Progetto Cultura, 2015, con introduzione di Alessandro Zaccuri), Le stanze inquiete (La Vita Felice, 2016). Ha realizzato due e-book, uno nel 2008 con Pagina-Zero tratto dalla raccolta inedita Le stanze inquiete e nel 2011 Nomi con il blog “Le vie poetiche”. Il suo lavoro La vita in dissolvenza (quattro poemetti-monologhi) è stato musicato dal chitarrista S. Oliva e, dal marzo 2011, presentato in vari teatri e associazioni culturali. Sue poesie sono presenti in diverse antologie tra le quali Poesia ’90 (Il Ventaglio), Incontro di poesia (Rebellato, 1992), Poesia degli anni novanta (Poiesis), Poeti senza cielo, vol. 2° (Il Melograno), Unanimemente (Zona Editrice, 2011), Cuore di preda (Edizioni CFR, 2012), Le percezioni dell’invisibile (Edizioni L’Arca Felice, 2012) e in riviste quali “Poiesis”, “Origini”, “Gradiva”, “La Mosca”, “Italian Poetry Review”, “The world poets quarterly”, “Arenaria”, “Carte nel vento”. È presente in diversi blog di poesia, come “Lapoesiaelospirito”, “Imperfetta Ellisse”, “liberinversi”, “Isola Nera”, “Furioso Bene”, “Blanc de ta nuque” “Amigos de la urraka”, “La dimora del tempo sospeso” (Rebstein), “Nazione Indiana”, “Le vie “poetiche”. Fa parte della redazione del blog letterario collettivo “Viadellebelledonne”. È coautrice con Vincenzo Morra del libro Alessio Niceforo, il poeta della bontà (Viemme, 1990).

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POESIE

da GLI ARGINI DEL TEMPO

Come disincanti
Improvvisi disincanti all’equivoco
del vocabolo che fu
rassegnano il presente
come il volo del moscone
dal vetro della finestra
allo specchio che lo riflette.

L’azzurro è lo stesso che giaceva
alle spalle delle panchine del lungo mare
dove le parole masturbavano
la vanagloria annoiata dell’io
e prolungavano lo sciabordio delle onde
contro la chiglia trattenuta
dal pescatore che non vide
la curva sinuosa del monte
insidiare la verginità del cielo.

Avevo sparso fogli perché il suo silenzio
vi lasciasse segni a interrompere
il pendolare andare delle parole.
Ora, in un quadrilatero di respiro, stanno
accartocciati, ingialliti scricchiolano
sotto i miei passi indifesi.
Tento invano d’aprirli, lisciarli,
si graffia la mano indifesa e la penna
s’inceppa su pagine di carta vetrata.

Aritmia
Accanto a te s’adagia
la nostalgia della parola
oltre l’aspirazione a dire
sentimenti convergenti
sui quali accordarci
per questo tratto di strada.

Eppure a situazioni estreme
non sempre s’accordano
estreme soluzioni,
sintesi di reciproca latitanza
su questo teatro un po’ stantio.

L’aritmia del cammino
mantiene i nostri fianchi sconosciuti
e l’addio sarà il sopraggiungere
d’improvvisa stagione
lungo cui non ingannerò il destino
nel seppellire i reconditi antefatti
di quando non so più dove guardare
e confondo l’orizzonte con la mia mano.

Preludio
L’attimo serale
fiammeggiò l’attesa
e il desiderio si mostrò penombra
di parole in bilico
su sguardi clandestini
scambiati in un preludio
di quadro incompiuto
dove, approssimati per difetto,
siamo bianco su bianco.

da BIOGRAFIA A MARGINE

Mi attraversi e riluci
sei profumo di calicanto che vince
l’aria fredda dell’inverno
ma il tuo canto non scioglie
l’ordito intrecciato d’amaro assenzio.

Altro sapore trangugio
nella risacca dei giorni
aspettando che questo dolore
sia amore.

Solo il lume la sera
nello spazio tra la matita
e la sua ombra
rincuora l’intimità della parola.

Mi rotolano incontro foglie secche e cicche
parole riciclate stabilizzano il monologo
nell’illanguidire del tempo…
ma sulla panchina una donna
– all’oscuro di tutto –
ne sostiene il ritmo con il suo sciocco canto.

E’ settembre a rinfrancare
l’immota attesa
a reclinare lo sguardo
verso retrovie di perché
sorpresa della mia immagine
opaca sulle vetrine – sovrapposta
ai saldi di fine stagione –
mi pensavo altrove.

Si è scollato un lembo
della carta da parati
– quella fiorata un po’ ingiallita –
e ora lascia che si veda il muro
di un bianco insospettabile.
Ma vedrai basterà una mano di colla
perché tutto torni come prima.

Di noi non so cosa è rimasto indietro
né cosa sta proseguendo e verso dove.
Il pensiero è immobile ma muove la mente
ad un cauto ricordo fermo all’attimo prima
dell’avvenuto rinnegamento.
Così perdo la memoria china
sulla trama di visioni che districano
il senso dell’inganno mentre le mie parole
pendono come una ragnatela
abbandonata dal ragno.

Non so tacere il male – forse lieve
e innocente – di sassolini lanciati
contro una finestra (altro non sento
nelle tue parole) o ignorare
l’illusione riflessa di un cielo
in frantumi: stancato da originarie
stirpi d’ali ci richiama a consunte memorie.
Mi turba – di contrasto – il quieto
andare del cuore come cosa non mia.

Cos’è la vita?
Cosa è vivere?
E’ questi versi abitati dal dubbio?
Tracciati quasi per caso
in un tempo indefinito
rappreso nella postilla del giorno
a seguire il lieve passo d’ombra
della parola, a visitare il silenzio?
Ma se la crepa non è estranea al muro
perché mi trapassano risposte?

Quali lontananze arresta
la lunga fila di pioppi
rete pelagica nell’acquitrino notturno
dove l’erba tace il suo colore,
dove la luna ammutolita tradisce
la perfetta aderenza al canto della luce
e a me si nega l’esatta pronuncia del mio nome?
Quale ombra di purezza regola
la trasparenza del confine
tra il vuoto e la piena concretezza delle cose?

Diluita la domanda nel bianco tra le righe
rifluisce nel vagito di un mattino
cominciato già intorpidito.

Complicato questo frammento
di lapislazzuli e diaspro
(pietre inasprite dal tempo,
levigate dall’opaco stupore
di essere viva). Già te ne parlai,
ti confidai il disagio,
ma la femminile pronuncia
suonò estranea al tuo orecchio maschio:
come dire “il silenzio è la profondità
del vuoto e sorriderne
per non averne inteso il senso.
E io lo che il senso che ti manca è il mio
per questo la mia voce in te fa risacca
e si estingue come un’onda sulla spiaggia.

Mi domandi se la rosa un po’ appassita
nel vaso azzurro ha memoria del roseto,
se l’acqua del fiume ingrigita in città
ricorda la purezza della sorgente…
ma noi, noi quando smetteremo
di conservare i calchi di antiche orme,
di altri passi impressi nella mota dell’anima?

Sul giorno getta la sua ombra
la folta capigliatura della notte,
ma non è di questo buio corrivo che vivo
è della luce adusta del passo scellerato del mio tempo
che si richiude su un vuoto già colmato.

Se ci fossimo conservati
l’uno all’altra
uno spazio di consuetudini
per poterle poi rinnegare altrove
– preferendo vivere in un tempo apocrifo –
forse non avremmo appreso di noi
ciò che ora sappiamo
e che, inevitabilmente, ci divide.

In pochi abbiamo creduto
e a noi soli, che pure ignoriamo
su quali acque ora aleggi lo Spirito,
è stato concesso sentire
la montagna spostarsi e la speranza
– paralizzata dal disorientamento –
alzarsi e procedere a un nostro muto pensiero
verso un punto più chiaro.

da MUTAMENTO

Ho nel pugno una manciata di parole
non seminate il cui corpo avvizzito
è ostile materia, voce arrochita
dalla reticenza del tempo
a concedere privilegi a chi non sa
dell’osceno fragore del suo corso
ma – oppugnato da qualità ibridi –
veglia su ciò che ci somiglia.

Il già fatto e smarrito
dunque disfatto, un poco vinto
è nella radice raffermo
e induce alla parola di saliva e terra
non più corriva con quanto in noi è infermo
né parola che guarisca i mali ereditati
di tentazioni cui non cedemmo
ma ci ridia l’onestà della vista.

Darei la vita e altro a chi mi chiedesse con grazia e nel chiedere disvelasse se stesso a una risposta che abbia altrove la sua certezza. Non qui, in questa innata abitudine al tempo negata a chi si sperpera ed è sempre in eccesso, pronto alla caduta, al morso della verità attinente a quanto accade perché sia necessario il vizio di un dire senza destino, se il mio è quello di cavarmi dal cuore parole che cercano dubbi e sciolgono il disagio in una liquidità d’inchiostro che si fa pazienza, svelata disobbedienza al tradimento di Pietro.

E vincitrice m’arrendo a questo spazio compiuto nella libertà del gesto addossato alla pagina, del pensiero trafitto dalla penna, perché masticata da un poco d’ira e di benevolenza sento menzognero chi nega che il mio nome ora non sia solo un nomignolo in attesa di dire di me più di un respiro di consonanti e vocali. Ora che vivo di inediti e abito la parola il cui corpo è aratro sulla mia pelle e lascia solchi profondi dove germoglia l’attesa e la gramigna dell’assenza attecchisce ma non pregiudica la qualità del raccolto.

Inespugnato rimane l’ignoto rivale della mia buona fede perché è la lotta che mi fa viva – né nascondersi, fingersi altro o tacersi placa l’affamato. Allacciata all’attimo combatto perché sia pace in questa nostra turbata apparenza.

Dissipo i miei alibi, mi faccio smeriglio, setaccio sogni, incanti sopiti, coniugo gli opposti, ora levigo ora esaspero le asperità. Attraverso luoghi epurati dalla finzione, stabilisco nuovi confini e poi sconfino dove il dubbio s’inabissa in verità tramandate per prestare ascolto al mio disarticolato andare e supplire al contrastato silenzio: re e servo a dimora nella pagina.

Provami l’utilità del Bene
tu che mi hai voluta qui
senza chiedermi dove sono,
dov’è che sono veramente.
Dimmi chi è che può salvare
e chi essere salvato,
ma considera pure l’incapacità mia
di sentire altro che non sia
questa inadeguata sapienza.
Sappi che non so circuire la vita
perché drappelli di parole
ostinate alla distanza mi assediano,
ma so che tra passione e coscienza
l’abisso è colmabile
se Dio riprendesse la sua onnipotenza
dalle nostre mani.

Dileguami sulla pelle
che sono donna e già da molte vite
ne porto il senso di paura smerigliata
e senza nome come l’odore
di quanto resiste alla verità
perché sia meno vera e più dedita al caso.
Sentimi peso lieve, ricamo inutile,
tara nella misura di giorni
trovati all’allegria se una tua carezza
li svezza a nuovo canto, a nuova liturgia.

Abbiamo trattenuto a lungo gesti e parole
in giorni in cui il silenzio dilaga
incupito dal riflesso d’ombra
di cose inasprite nell’immobilità del presente.
Abbiamo tentato invano di indovinare il sole
dalla scolatura di luce sul muro al mattino.
Trema un orizzonte sotto le ciglia,
un pensiero lievita e preme come pane di cardo
a dire di noi l’esito ignoto.

Vado per luoghi dove la parola si smargina, il senso di qualcosa si prepara e colma la latitanza di Dio in noi vissuti di solo pane, nutriti dei nostri stessi avanzi e dei prolungati silenzi saccheggiati dall’imperizia di vivere: come onde che rinunciano al mare per estinguersi sulle sponde dell’approssimazione.

Il cammino tuttavia è oscuro per chi pratica rinunce non richieste perché conoscere il luogo e l’ora della resa non si addice a chi, chiamato alla perfezione, potrebbe sciogliere la sua forza e farsi temperante. Dubitare è l’unica scelta per noi cui non basta un’esistenza perché mille ce ne premono dentro e dall’abisso della nostra riluttanza ritroviamo l’innocenza vivendo l’amore e dunque perdendola perché l’amore non è innocente mai, ma da sé chiede la sua pena e la sconta fino in fondo. Un’essenza senza nome ci tiene serrati simile al crocevia tra mente e cuore dove sosta il desiderio imploso di noi che vorremmo già essere dove la vita si avvera, ma non tutto è nelle mani di chi tenta una verità più degna col passo dell’alfiere sviato da un segno muto con cui traccia il solco al dolore. Ed è silenzio impaurito che si fa nube, lui che era pioggia; fumo lui che era fuoco; certezza lui che era delirio. Per questo verso sera il mutamento si raccoglie attorno a una più acuta impazienza e indugia nella sutura del mio sillabare ipotesi e mozza il fiato come quando si è in bilico su un vuoto impossibile da colmare con il volo perché di corpo e sangue è la sua sola pienezza. Inutile, dunque, mentire, cercare il male minore se persa è la ragione per rifarsi delle offese e chi si astiene dal perdono si offre alla penuria perché per certe cose non c’è riparo né salvezza, resta solo il rimpianto che tormentandoci placa la nostra arroganza.

Dovevi chiarirmi la tua ritrosia
prima che il tempo fosse bonificato di noi
e non imitare la mia assenza a me
che già deglutii la sua e ne fiutai l’odore
incattivito nel chiuso del rimpianto.
Ora che sul foglio ti decanto
divengo un emistichio ardito
se tento Dio dicendogli che vado
dove Lucifero rinasce
alla sua originaria bellezza.

Tu, madre, occasione violata
mancata fatalità d’essere simili
perché diverso è il senso e imprevista
è la stagione lievitata in un’imprendibile
vicinanza dove non ci accorgiamo
della differenza resa sorella d’affinità.
Ed è per attitudine all’assenso
che escludo tutto ciò che non afferma
eppure nego il fondamento, rinnego il nome
cui non so adeguarmi e dileguo.
Spezzato il ramo m’innesto
dove la voce si trattiene genuflessa
inarcata in un silenzio che – acerbo acerbo –
a lei s’arrende.

Piace al mio canto il cammino sbadato
del tuo ritornarmi attraverso
notti nate nei tuoi occhi
puntati sulla via di Cana
su nozze cui non siamo invitati
noi ormai liberi dallo sguardo paterno –
e dunque esiliati in un destino incredulo
meno incredula io ora
che bevo un’acqua mutata in vino.

Sicuri della pace
ogni sera ci promettiamo il mattino,
noi mai temprati al martirio,
consolidati da maliziose paure
adeguate a sedare la vita. Domati
ma non ammansiti, portatori di talenti
inagrestiti ai margini dell’adempimento
siamo come ombra sotto le vigne,
come agrumeti a picco sulle sponde,
ma trasumanare è il fine, è domanda
che risponde, è approdare dove la voce di Dio
incagliata nel grido, si fa mare.

Abituata ad altro
questo che tu dici non lo intendo
né questo che tu sei:
io vivo dissipando la mia forza,
come Maria* mi scelgo la parte migliore
e detto da una donna vedi
somiglia alla luce quietata dall’ombra,
al giorno confinato in fondo alla notte,
ma ancora olio ho nella lampada
e posso vegliare sul foglio, sull’avida
pagina di friabile grana, su una lingua profana
cui testimonio il mio amore
perché anche lei possa amarmi
e di sé mi renda parte.

* da Luca 10,38
Schivo è il silenzio del poeta quando s’avvia verso la parola, quando posa il capo sul petto della creazione per ascoltarne le voci e tramandarle di fiato in fiato, come il primo respiro ferito dall’aria e dall’aria reso vivo.

Abitanti di profondità il cui volto di cera s’arrende alla sua mano, vigila su somiglianze inconciliabili altrove, preceduto da silenzi e deliri, da vuoti e pienezze, contrasti appena contenuti nello spumeggiare del foglio su cui schiude parole che, come gocce d’ambra, contengono i fossili del disamore verso ciò che ci hanno insegnato ad essere e che è diverso da quanto è custodito sotto il moggio e arde poi sulla carta. Perché sul lucerniere è il cuore a confortare il timore che le parole non abbiano luogo, riparo, né ombre, ma che, governate da una luce pietosa e tiranna, possano mostrarsi solo in ciò che si cela nel rovescio delle cose, nell’aldilà del senso che postula l’impossibile per dimostrare che la metafora – anima di ciò che il significato tace – può guarire dall’ossimoro della vita. Eterni convalescenti trasmigrano di morte in morte alla ricerca dell’unica resurrezione possibile che sia un risveglio nella terra di Babele: per poi dire del fuoco dopo averlo attraversato, leggere nello sguardo delle cose dove si perde la propria vita e si trova quella delle radici ignare del furore che travaglia le cime. Ma la linfa sa dell’intero percorso dei dubbi, degli acerbi pensieri che scorrono nelle vene, là dove la verità a volte confonde l’effetto con la causa e inventa ciò che non c’è, scopre quello che c’è, sventa l’equivoco.

Sa che per l’inchiostro colato sulla pagina c’è lo schianto di prima, c’è la parola incarnita, c’è la secchezza delle labbra e la lingua lecca le dita stanche che ancora non sanno qual è il potere di ciò che vanno tracciando e ignorano la risposta alla domanda se sia più grande la cosa o la parola che la dice.

E’ segno inequivocabile di disagio
quel sospendersi del pensiero
irretito nell’evento inconciliabile
con chi cerca occasione per mentire
quando la verità addosso è pungolo
e cilicio. Ma è solo pietà
che rinveniamo negli interstizi di noi:
tra i denti che hanno masticato obbedienza,
tra le dita da molto senza più presa,
sotto le unghie che hanno scavato
il perfettibile della nostra imperfezione.

Ed ora non abbiamo più bisogno di nemici
per provare la nostra forza, né di insorgere
per quel silenzio che dice la fedeltà alla parola,
ormai simili al taglialegna che prima di abbatterlo
chiede perdono all’albero.

Dall’essere coscienziosamente lontani
dalla sollecitudine per via di una nascita prematura,
ne viene l’inclinazione all’astinenza
piuttosto che un cedimento all’atto di fede.
Privi di primogenitura, di beni da moltiplicare,
cosa dare in cambio per quanto ancora da dire
e per il molto di là da venire? Cosa avanzerà di noi?
E dunque cosa raccoglieremo perché nulla vada perduto?

da VERSO PENUEL

Avrei dovuto imparare
dall’umile ritrarsi dell’ombra
al passo della luce,
prendere esempio dall’ombra lieta
dell’acqua, da quella mobile trasparenza
il vivere aderito all’obbedienza.
Ma somiglio a quell’istante in cui
anche un orologio fermo
segna l’ora esatta.
Per questo restano acerbi i peccati,
inagrestisce la coscienza nell’ovvietà
ma la necessità rincasa a dettarmi
d’un mondo sommerso
– pazienza su cui s’affila il verso.

Manco di un dolore profondo
di quelli che disincarnano l’anima
e la fanno sublime.
Fin qui gli anni sono stati un abbraccio forte
dato al buio, come di chi non sa parlare
e alle braccia cede quel potere.
Anni trascorsi con la scure alla radice,
anni di verità fallite, di gioie laciniate.
E’ dunque mio un dolore tutto intero,
già maturo, già presente nel pianto
insolente della nascita. Ne sento
il mormorio di mare, il moto di risacca
nelle viscere – salmastro respiro di lama
dentro m’incide l’evento che consola.

Baciata dall’attimo e da quel bacio all’attimo
consegnata sminuzzo la realtà per meglio amarla,
nell’ora in cui le rondini tornano
ad abitare le fessure di pietra e gli angoli
della stanza placano la loro aguzza forma.
Vorrei tornare a questa vita col privilegio
di chi non si è mai guardato in uno specchio
per darmi un’esitante certezza ora che esito soltanto.

Pietra d’inciampo è la quiddità del cuore
che s’apre al quasi della sua perfezione
in questo pomeriggio in cui settembre
resiste all’autunno ed io stento a trovare
altrettanta dedizione tra i miei maldestri simili.

Accusata stavo nello spazio
tra chi chiama e chi è chiamato
e lui, lieve, tracciava segni sul mio viso
– nessuno scagliò pietre, né io chiedevo perdono.
Ma per quanto indicibile sia il sacrificio
posso ora pregarlo: rinnovami
con la tua lingua d’issopo
chiamami alla santità
includimi nel conto delle tue dita
perché il due sia perfetto nell’Uno.

Il suo nome è un crepuscolo avventato
che mi scorre lungo la nuca fino ai lombi
e oltre dove la virtù si disfa in particole
di desiderio quando la sera è fossa in cui m’interro
il corpo suo. E vado via a ritroso – foglia
che torna sul ramo – morso d’anima a soffocare
l’urlo di me ribelle al suo Talitha kum*
perché è nella nostra morte che io voglio restare.

* Fanciulla, alzati! da Luca 8,54
Gli chiederei d’affidarmi la sua paura
se io stessa non temessi, avendone cura,
di renderla coraggio. Più giusto è
che rimanga sua e sia tregua alle certezze
sia disarmata volontà, imprevisto dubbio.
Placet per chi nell’incerto sta saldo
e mente al suo dolore e improvvisa aurore
perché germogli ardire nel cuore inzaccherato.

IL TALENTO DI PERSEFONE
Conservami il luogo in cui mi hai attesa
dammi l’odore della mia assenza
il sapore della tua impazienza.
Offrimi la misura della distanza e poi
colmala di diuturna presenza.
Cheta la fede indietreggiata
al tuo sguardo di chiesa sconsacrata
fanne scandalo alla mia cieca virtù.

Assolvimi da questa biografia infedele,
disincarnami da questo dolore, ridammi l’attitudine
alla costanza soffiata via come polvere dalle mani.
Non ho rigori e riposo dove l’ombra
morde la luce ovvia della verità
affinché tu, esercito e confine, lasci
che io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno.

Serviti della mia obbedienza,
dàlle un volto nuovo,
convincimi che non c’è altro
che è tutto qui ciò cui abbiamo rinunciato.
Confondi le linee della mia mano
rimuovi ogni traccia di destino
ma non correggermi se sbaglio
perché nessuna verità potrà smentire
il mio errore.

Assicurami il talento di Persefone
tu, mia ragione scoscesa a picco
sull’ubiquità di cui mi fai capace.
Muta in furtiva voce la vertigine
di essere riva al tuo destino
perché non si sconsacri il cuore
nel presagio della carestia
e sia divino questo nostro umano
tentare l’invisibile.

Comunicati in me
che io ti sia particola di grazia
e poi amami come un dubbio
e come un dubbio arrivami
attraverso distanze ribelli
alla mia pazienza fede. Sii per me stanza
convalescenza e quell’eterno
che diserto seguendo te.

***

Andare dove la luce dura l’infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
del fiato corto delle cose.
E’ tempo anche per me d’invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell’eternità
contro la chiglia di ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d’ombra, veste del mio nuziale esistere.

da DIARIO INVERSO

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva,
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono, senza implorare altro,
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.

***

Compiuto è l’anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell’onda che torna in alto mare

***

S’accende di luce nepente il genetliaco
benedetto da sant’Anna:
giorno di luce recisa, di grazia restia
giorno umile e teso immagina
la luce di un giorno senza morte.

***

Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.

***

Vedo la nuca del suo allontanarsi in un luogo
dietro me e la sua clavicola serrare il ritorno:
io concepita madre
lui da un’ottusa coerenza respinto
nella mia innocenza.

a Damiano
Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
– dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.

***

Sotto la lingua di muschio della notte
l’intimità del mattino è un abbraccio
senza il calore delle braccia
eppure tintinna e porta un tempo nuovo
a ciò che manda avanti il mondo
e al nonostante che ci fa belli.

***

Nessuno può negarmi la pace
e nulla può darmela
posso solo raccoglierla
all’imbrunire del canto
quando l’oscurità manda in frantumi la luce
e la stanchezza mi rende roca la voce…

***

Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest’avvenire senza presente.

***

Si somigliano il silenzio e il tempo
la domenica mattina quando i gerani stanno
pazienti contro il luccichio dei vetri
dove il senso dell’umano ristagna
e il concistoro di suoni e rumori
diviene un’unica voce…
Non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio da cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso.

da L’OSPITE INDOCILE

Sta in quel di più – visione delle madri
lei che parla senza staccare la lingua dal dolore
e continuamente lo rifà presenza
di se stessa e di quel che
del suo motivo le avanza.

***

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso esposto alla parola.

***

Sommale le storie, fanne cifre aguzze
come gli anni di quelli vissuti
sulla capocchia di uno spillo;
prendimi il fiato, la rincorsa;
trattienimi dentro silenzi
in ascolto delle radici,
del crescermi dell’anima
mentre scrivo per sapere cosa è natura
e cosa è sostanza e come fa a essere buono
un frutto o un uomo.

***

Prima il compito
il dovere
del sì detto d’incanto
e poi la prova
la misura
della visione
e della stonatura.

***

Prossimi al mio dire
quelli battezzati con la terra,
rivestiti della grazia delle zolle,
braccati nelle selve cittadine,
entro radure di pestilenze umane,
di ossa rotte, di fracassate speranze.
Prossimi al mio dire
quelli senza peso, senza giusta misura
predestinati all’indeterminazione,
cause efficienti della frazione del pane.

***

Arrivarono le campane
a siglare l’inizio di maggio
a scapicollare il nevischio
e le rondini appena giunte
e poi di nuovo la buona stagione
a sciorinare pistilli e spore
nei parchi allevati dall’infanzia
a ciuffi d’erba e pinoli
a sassolini e terra nelle scarpe
e formiche e luce tra i capelli.

***

Curva sul lavello stava la madre
le clavicole serrate, custodi di un pensiero
che dentro le faceva eco
ma come da un’altra voce.
E una pena da lei mi arrivava
simile a chi vuole limitare il male
rendendo sinottici il dolore e il gaudio.

°°°

Non risposero all’appello
ma la loro assenza
non provocò domande
semplicemente si stette
ad ascoltarne l’eco del nome
come davanti la lettura
di un testamento.

***

a Sergio Pistolesi
Le voci, chiede, avranno
un paradiso tutto loro?
un luogo dove, riposti gli strumenti,
tutte si raccolgono?
Le voci, dice, sai non le parole
che non sarà muto quell’altrove
ricamato di speranza
con fili logori e terreni.
Ma la voce, sai, quel suono
che non ce n’è uno uguale a un altro
dov’è che va?

***

La guerra finì
e loro che c’erano nati dentro
ne uscirono con vaghi ricordi
di allarmi e vermi nella minestra.
E nonna, quella di cui porto metà del nome,
presa nella continuità spazio temporale,
è malamente è malamente, ripensava
e quando le offrivano del vino
na cria diceva, una goccia, una lacrima.
No cry nonna no cry
passati ormai a un’altra storia
a un’altra guerra di tutto il lascito
ce ne resta na cria.

***

C’è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco – giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.

***

Il foglio è altare
su cui concelebro la vita
su cui consacro – questo è il mio corpo
questo è il mio sangue – la parola
in passaggio di sostanza
impasto particole
mi comunico.

***

Scrivo di nascosto da Dio
che nella bocca voglio parole mie
e niente niente
nel passaggio dalla fronte alla spalla
dal gomito alle dita alla punta della penna
al suo muoversi sul foglio
per mio sentire altro
per meditato silenzio e pulsare di tempie
per il mio stare accovacciata
presso lo scavo con l’angelo geometra
e la sua corda a misurare
quanta benedizione c’è sulla terra.