La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Biancamaria Frabotta

Biancamaria Frabotta è nata a Roma nel 1946.Vive a Roma,dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università "La Sapienza".Negli anni Settanta ha partecipato al movimento femminista con ampia attività pubblicistica.Autrice di saggi e di varie opere di critica letteraria,ha scritto un romanzo (Velocità di fuga,Reverdito,Trento,1989),opere teatrali (Trittico dell’obbedienza,Palermo,Sellerio,1996) e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana dal dopoguerra a oggi,Donne in poesia,Savelli,Roma,1976 e l’antologia di saggi e di testi poetici,Poeti della malinconia,Donzelli,Roma,2001. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia :Affeminata,Geiger editore,Rivalba-Torino,1976 (con una Nota critica di Antonio Porta) ;Il rumore bianco,Feltrinelli,Milano,1982 (con Prefazione di Antonio Porta) ;Appunti di volo e altre poesie,La Cometa,Roma,1985 ;Controcanto al chiuso,Rossi § Spera Editori,Roma,1991 (con disegni e litografie di Solvejg Albeverio Manzoni) ;La viandanza,Mondadori,Milano,1995 (Premio Montale 1995) ;Ne resta uno,Il Ponte,Firenze,1996 (sedici haiku,con sei incisioni di Giulia Napoleone) ;Il messo,poesia in Sopravvivenza del bianco,edizioni di Vanni Scheiwiller,Milano,1997 (con sei maniere nere di Giulia Napoleone) ;High Tide,Poetry Ireland LTD.,Dublin,1998 (traduzioni di una scelta delle poesie de La viandanza) ;Terra contigua,Empiria,Roma,1999.

 

 

da Il rumore bianco :

La mela m’insegni è doppiare la metà di sé.

La vita mi insegni è gli spicchi della mela

la meta dell’incresciosa circostanza

lo specchio che doppia il capo della buona speranza

la testa sdoppiata da una nebbia passeggiatrice

due metà in una,la mela intera,una copula di cattivo gusto.

 

Erosione dell’utopia o rigore della pazienza ?

Rispondere è sostituire il bianco al nero.

Prova tu che ami il disordine

delle tinte,le onde morte dell’etere

léccane il nero di grassa dolce colla

e sulla lingua spergiura ti resterà neo nata

l’altra metà della domanda,l’inesprimibile bianco

(non la domanda ma la risposta è il nostro nobile privilegio)

essere leggibile per tutti e per me indecifrabile.

 

 

 

 

 

 

a adelaide

Come deve farsi esile,minuta la vita

nel filo scabro di un rigo di poesia,

non come una giovinetta tuffarsi

ma si assottiglia fino a sparirsi

a tradirsi,non il collo maudit

di Ade che ride sotto il cappello

ma un’ode minore,minima,un soffio

eppure una bara per le tue movenze

di felino domestico,pulcino danzante,elegante

non chiedermi più,accontentati

la metamorfosi delle tue forme leggiadre

mima,perdonami :è mimesis anch’io.

 

Ho un buco nel mezzo della testa

che non basta la bussola

per il vento che ci fischia.

Ieri avrei detto :è la croce dei venti

il nido cilestrino dei monsoni.

Oggi certo me l’ha sparato un amico

un cecchino che pratica l’arte del rattoppo.

Chi ha aperto questa falla nello scafo ?

Aria e acqua fanno a gara.

Più cedevole agnella non c’è per la tua pasqua.

 

E io mi compro gli stivaletti

neri come la notte e con alti tacchi

per mettere la testa fuori dalle nuvole

per svelta correre nella pioggia del natale

e le raffiche di questa maladolescenza.

E io ti mostro gli stivaletti

attillati per scendere dalle sublimi vendette

dalle mobili scale del metrò e tu già ridi

di questi stivaletti

che mi portano dritta all’inferno giù fino a Dio.

 

 

 

 

 

da La viandanza :

 

Appunti di volo,III

Dell’allarme pur sempre possibile

ma poco probabile nell’ora

che curva inchina il fianco

a più mitigate speranze di quiete

intendo solo il tremito

di chi mi resta a lato nonostante

anche il sibilo sia poco credibile

così perso in un rigo d’aria sbilenco

e un’alba così finta

e flebile da svanire

nel ventre sterile del grifo.

Soltanto il decollo aumenta i nostri battiti.

Volendo,potremmo,volando,toccarci i gomiti.

 

Post coitum test

Perfino un voto e intorno a me il vuoto

ma nulla valse a scalfirlo

quello splendido utero senza costrutto

quel cavo oscuro imbuto che così

strenuamente tenne testa

al capitombolo innamorato del tuo codino

pavoneggiante.

Eiaculato limpido,viscosità normale.

Soltanto la reazione si dimostrò alcalina

ma la vitalità spenta in quell’ora dura

risorse e ancora dura...

E dire :sarebbe nato un così bel bambino.

E invece :nemmeno fosse un serpente

da addomesticare

un sibilo lungo di vento confuse nei mari mossi

del grembo il tuo biondo vanto di generare.

 

Miopia

Mi presti i tuoi occhi per guardarti ?

A chi negheresti una lente nitida sul mondo ?

Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale

il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio

sotto la gronda una rissa di colombe native.

Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.

 

 

 

da :La vita sedentaria

La sogliola

Greve asimmetria che mostri all’alto

un solo fianco e la portentosa migrazione

entrambi gli occhi sulla stessa banda schiaccia

e con ardua compressione

il mare ti lavora ai fianchi

la coda ti si accorcia e il muso

maestro agli interminabili agguati

alle sinistre ore del riposo

e alle stente nuotate,ora che

l’onda ti costringe

a strisciare adulta lungo il fondo

ricordi le ore beate della larva

la perfetta simmetria di un tempo

e la grazia del nuoto,vuoto

affiorante in superficie ?

 

La viandanza

E un’inezia in veste di gala terge

la risacca,un’inerzia,pròdiga,mamma

vermiglia di vortici sei falsa calma

come l’onda lunga della riconoscenza.

Riconoscersi o congedo questa improvvida sosta

di sole che affoga ? Làtita

il senso lontano dalla terra ferma

e tu dormi sul filo di lana

come lo stranito starsene dei non umani

oltre le curve dove ci pedina il tempo

e sull’orlo del campo anonimi frulli di freddo

e panico che abbagli i divieti,i binari.

Così recalcitra la fame degli erbivori.

E’ lo spavento dei passeri poveri quello

lo sgomento delle nubi al macero.Fra poco

ci staranno addosso in tanti i polipi

della città fantasma

con tentacoli e raggiri e tu,ora lesta

a provocarli,col guizzo circasso

dell’occhio,a patirli,sordida

giòvale,giovane Civitavecchia

sgarbata bilancia fra apocalisse e paese

 

 

 

 

 

 

smaniosa pazienza è la felicità che

incendia in lei troppe parole o nessuna.

Preda di insana genìa,Eugenia

nata De Falchi,o insensatezza

di un nome rapace o insensatezza

di un nome ben nato

e se il volo non fosse un voto paterno

ma una nomade svendita di senno

e un’azzurra (che vegeto caos in questa

stazione) provvida grazia di rimozione ?

O fu soltanto pigrizia la coincidenza mancata ?

Il paranoico estro di disastri all’attesa

comparti e defence

custodi e silence

it’s forbidden,non leggi ?

de stationner sur la passerelle

e à l’occurance

togliere il piombo

ruotare il vetro

premere il pulsante,ma bada

sarà severamente punito

l’abuso dei tuoi sontuosi capricci

futuri nutriti sui lidi di Caravani

di parche cartate di cozze

primizia del nuoto di secca

di granchi traversi la svogliata trafila

spiando tra le valve ora salse

di salmonella ricordi la misericordia dell’orto ?

l’intemperanza della madreroccia

e nl grembo femmina il riccio

morte certa del mare (è la legge !)

brulicante d’uova arancia,e limoni ?

la misticanza invisa all’orgia pagana

di vergini lische,scorfani

e sparnocchie ancora in vita risenti

come torpida marciava alle narici l’alga

e la brama dell’altro,con inversa

ala d’ascesa,murata baldoria d’un istante

fu l’ardore di chi ti corresse

- Non si dice salisco,ma salgo

e tu che non soffri cavezza,coraggio fuggendo

oltre il Villaggio del Fanciullo

la Repubblica dei Ragazzi

e Marangone

fogna a cielo aperto

 

 

 

 

 

levata al cenno delle cento

macerie d’acqua in cui nacque

l’ultima cella foriera d’anfore e rancori

dove fanno il nido le murene

e luccicano le orecchie di Venere

e intendono chi non dicendo

abbastanza ha già detto troppo

e con esorbitante assedio di giubilo smura

le labbra avare di racconti

e se nell’afa sfuma

la ciminiera più alta d’Europa

neppure tu le cerchi più le lapidi labite

dal liquame della Fiumaretta

necropoli di vivi incrementi

al fabbisogno di Roma

e non avrebbe meritato l’indulto

la pena commutata nella guazza serena

di una tomba non inquinata

chi placò gli insulti della mia tosse convulsa

e divampa in cenere l’ombra

di una carrozzella in corsa

verso la rada di Sant’Agostino

dove montava la luna della buona pesca

ai polipi e spirava lo jodio sull’indomito

falò amico ai naviganti

che un vezzoso odio eclissò e ora lo smog

amico ai benestanti ? E ora

nostra cocente storia convulsa

nostra avulsa radice le tombe

fra gli escrementi navigano

con la stessa indocile fretta

che sulla fusta leggera

ti induce al fasto saraceno

di crescerti la vita d’un anno.

E che spasimo per un diffidente volatile

una sorte pellegrina nel padule ! e che vandala

quando tu i sandali di pena scalzando

e di corda intrecciata nella mano sudata

stringevi la merendina di Santa Costanza

scorbutica novizia della Piazza Calamatta

fluivano scalze le pozzolane sulla Scaletta

con le prime notizie della paranza e senza

che sorpresa smarrirsi nei meandri

della Piazza Leandra dove

i morti restituiti

 

 

 

 

 

all’ebete gioco del tempo ma non tu

rapita al Pirgo di corsa e che affanno

sul tuo sandalino che fila

verso il Borgo Odescalchi

dove rabida nobiltà di veli,paglie e corde

si spegne nel vuoto delle cabile

Santa Fermìna al martirio

palma alla dritta,galera a sinistra

ti insidia ora un tenente

un serpente in piedi,la corona in testa

e nel petto smilzo timida alla sbarra

quella notte fosti tu la più bella

tra le svelte acque della Ficoncella

e le tronfie in lungo a libare

succo di viti tedesche,o vita

vita tua sottile

che il gerarca corrotto cinse di raro

vanto di provinciale grazia e ritroso

non per coscienza ma per innocenza di classe

millenovecentodiciassette

riarse un rigoglio cremisi sul fianco

il fiocco,le maniche a sbuffo

e perfetto ruotava sopra il ginocchio

il taffetà tagliato a teletti

a scorno delle ricche Guglielmi

Giovannelli

d’Ardìa Caracciolo

o Rodano Cinciari

oh come vagano semplici in mente

i nomi dei tuoi primi tormenti

oh come risalta nella prossima notte

la torcia del tuo eretico orgoglio !

Poi l’Ottimo Consiglio

del millenovecentoquaranta

non portò i suoi figli in salvo

sui monti della Tolfa,ma

canicola,canizie,canile

e stillicidio di polveri

croste,ghetti e l’inverno

che inferno affacciarsi

sulla mole del Lazzaretto Vecchio !

Là i vincitori (giurarono i vinti)

giocando a palla,venivano a galla

i teschi dei frati tra le bombe

miste alla pioggia e di salso prodigio

 

 

 

 

 

tutte le notti smontava la luna

della Buona Morte ai polipi e agli òmeri mozzi.

Oh cimitero disperso fra le vasche

di sterile letame,annegato

nell’olio,nell’oblìo che

una petroliera dispensa dal largo

troppo fondo al porto lo scafo

troppo tagliente la chiglia

e che lago melmoso questo scavo

senza bisogni,questa vetrosa fronte

del treno che ci trascina

oltre le argille della Ripa Alba

e tutto è da imparare ormai

a danno,mamma,e se ne vanno

nella cavità dell’aria che grave

ora rimuove

i fumi di un’infanzia ormai appena visibile

come nei polmoni l’ombra di una trascurata influenza.

 

da Terra contigua :

 

Il gomito di Majakovskij

Passava a frotte la spenta gente stanca.

Nessuno ti sapeva più.Nemmeno una reliquia

in quella casa che dà le spalle alla Lubianka.

E ancora bruciano le stelle,anche le più restie alla ressa

nella fosca festa dei tuoi occhi.E sopra,un raro cranio

vestito a zero perché la Storia non vi trovasse inciampo.

Cadeva neve sopra altra neve assente

e la Moskova accanto,come vasta acqua affranta.

Vari passanti stupivi.Radi borghesi.E colombi.

Trovando non voluta requie,e poco altro infine.

Il poco del bene disperso dall’uso perverso.

E non la tua candida propagansa.Non il candore delle genti.

Impietristi dal gomito alle stelle.Ma se cuore di poeta

batte nella pietra,svegliatevi cuori di pietra !

Bimbe baccanti fate a brani la sua blusa gialla !

 

 

 

 

 

 

All’officio dei pii,all’odio degli ignavi

(ad altri tolse lena la neve più recente)

levasti il pugno d’anni che ti perse.

Oh come pesa il peso sulle nostre spalle

ché piena luce poca luce aggrava.E noi

patémi ed elettroencefalogramma piatto.

Fortuna che venni tardi al crollo

e più non volli fiutare la tua ora

come cane che in macerie raspa.

Ora scivolo in te come in un sogno

d’erbe alte e verdi dove legge

d’amore è andare,leggeri di speranze

e leggerti all’ombra d’una folta schiera.

Batte il sole una pietra senza tempo.

I poeti muoiono sempre in tempo.

 

Cose chiare

Mio marito ha un cuore generoso

come il dio che dona il primo verso.

La notte non tira le coperte

sul petto non pungono i suoi peli

e la mattina vorrebbe unirsi al coro

anonimo che sole e fame assilla.

Mio marito diffida delle ore scure

e al suo cospetto io mi vergogno e anche

di vergognarmi mi vergogno.

Mio marito diffida delle cose oscure.

Così per amor suo io cambierò stile

e per lui terrò in serbo cose chiare.

 

 

 

 

 

Traduzioni in inglese :

 

da Il rumore bianco,1982 :

The apple you teach me is to double the half of self.

Life you teach me is the slices of the apple

the ambition of the regrettable circumstance

the mirror which doubles the head of good hope

the head split in two by a fog walking by

two halves in one,the complete apple,copulation of poor taste.

(trad.di C.O’Brien,Italian Women Poets,Dublin,1996)

 

Erosion of utopia or rigor of patience ?

To answer is to put white in the place of black.

Try,you who love the confusion

of colors,the dead waves of ether

lick its black of greasy sweet glue

and on your perjured tongue there will remain newly born

the other half of the question,the inexpressible white

(not the question but the answer is our noble privilege)

to be legible for all and for me indecipherable.

(trad.di C.Sartini Blum e L.Trubowitz,Contemporary

Italian Women Poets,New York,2001)

 

You enlarge on near and distant

pasts to shade

my anguish.You crush

violets and cyclamens.If there were any.

Undistinguishable even to you,who

from a select if inconvenient knoll

wield binoculars to scrutinize me,

the sides which play and

change sides,the uneasiness

of the group which disbands,the caucus

of the not comfortable which meets

on Tuesdays to study

historical family forms.

We arrange to flee downtown’s black grime.

The bone and bronze horn resounds.

It pays homage to the old poetry.

I am about to promise you,love,

an absolute absence of Sunday repose.

(trad. di K.J.Jewell,The Defiant Muse,New York,1986)

 

 

Flight Notes,III

Of the alarm somehow always possible

but little probable in the curved hour

that bends its flank

toward softer hopes of quiet

I undestand only the trembling

of who stays nevertheless by my side

even the hissing isn’t very credible

so lost in a skewed line of air

and a dawn so false

that doesn’t unfold

in the sterile paunch of the snout.

Only the take-off increases our heartbeats.

Wanting,we might,while flyng,to touch elbows.

(trad.di P.Vangelisti,The Promised Land,Los Angeles,1999)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

There is a hole in the middle of my head

and the compass is not strong enough

to ricognise the wind that whistles through.

Yesterday I would have said :it is the wind-cross

the pale blue nest of monsoons.

Today certainly a friend opened it up

a sniper who practise the art of patching.

Who opened up this breach in the hull ?

Air and water are competing.

There is no more pliable lamb for your Easter.

(trad.di C.Sartini Blum e L.Trubowitz,Contemporary

Italian Women Poets,New York,2001)