La Poesia italiana del secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century

Roberto Deidier
Roberto Deidier è nato a Roma nel 1965. Ha esordito nel 1989 su "Tempo presente", presentato da Elio Pecora. Nello stesso anno ha fondato un piccolo semestrale di poesia, "Trame", uscito fino al 1995, del quale si è avviata una nuova serie con il titolo "Trame di letteratura comparata". Ha pubblicato su molte riviste, tra cui "lengua", "Poesia" (presentato da Biancamaria Frabotta), "Paragone", "Luceafarul", "Présages", "World Literature Today". Nel 1992 è presente con la silloge Tra il corpo e il giorno, introdotta da Gianni D'Elia, in Poesia contemporanea. Secondo quaderno italiano (Guerini e Associati). Nel 1995, con una prefazione di Antonio Prete, esce il suo primo libro, Il passo del giorno (Sestante, Premio Mondello opera prima).
Ha tradotto Chirurgo celeste e altre poesie di Robert Louis Stevenson (Via del Vento, 1997). Nel 1999 pubblica una seconda raccolta, Libro naturale (Edizioni dell'Ombra). Hanno scritto di lui, tra gli altri, Biancamaria Frabotta, Giorgio Manacorda, Renzo Paris, Franco Loi, Pier Luigi Bacchini, Franca Grisoni, Giose Rimanelli, Stefano Verdino, Giovanna Sicari, Antonella Anedda. Insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all'università di Palermo e Letterature comparate all'università di Cassino. Ha pubblicato uno studio su Calvino (Le forme del tempo, Guerini e Associati 1995), L'officina di Penna (Archinto, 1997), Stili della percezione. Spazio, tempo poesia (Marcos y Marcos, 1998), La poesia. Lettura e comprensione (Armando, 1998), Dall'alto, da lontano. Scritture dell'adolescenza, della fiaba, dello scorcio nel Novecento italiano (Editori Riuniti, 2000), La fondazione del moderno. Percorsi della poesia occidentale (Carocci 2001) e ha curato, oltre al carteggio Montale-Penna (Lettere e minute 1932-1938, Archinto 1995) e Saba-Penna (Lettere a Sandro Penna, Archinto, 1997), una ricerca sulla poesia degli anni Ottanta: Le regioni della poesia (Marcos y Marcos 1996).
LIBRO NATURALE
(1994 - 1996)
I
Dedica al fuoco
Con la legna di una casa abbattuta
Ti ravvivo per restarti accanto
Senza paura, perché adesso la mia
Fa cenere della tua forza
E insieme sfaldano stipiti, porte,
Vecchi infissi, un teatro di brace.
Al mattino sei il più piccolo fornello
Dove partono giornate disuguali:
Anche questa è la tua consuetudine
Di animale domato che si vendica.
Sacro e solitario, o domestico profano
Di un corpo di una stanza ti rivesti
E ogni perdita è certa. Non brucia come te
La calce dei nostri muri bassi.
Il territorio
So di vivere in luoghi che riconosco a stento
Quando ogni sera m'accosto allo stesso segnale
E qui al volante mi ricordo quale stagione
Vado vivendo per quanta luce mi riflette:
Sicure sono solo le sagome più strane
Parate d'improvviso lungo la corsia,
Ombre sulla retina di cani mal scampati
O guizzi di gatti e i loro campi di battaglia
Al cielo delle costellazioni e delle antenne.
Così il cervone sul passetto a mezzo agosto
Con la lingua alla ricerca di un più sano
oriente
E sopra Termini le capriole dei rondoni
A stormi incrociati sulle nostre migrazioni.
Le Pietre Strette
Queste impronte cercavo, non orme
O un sibilo nascosto,
Ma la traccia di qualcuno già passato,
La sua lenta geometria animale,
Movimento e battito
Sopra un suolo residuo di castagno,
Foglie cadute, il letto duro della roccia.
Pensai il paese che le pietre segnavano,
La metamorfosi annunciata del sentiero
Oltre la radura,
Mi coricai in un'altra intimità
Senza accorgermi, solo imparando.
La veranda
Oltre il vetro ancora una finestra,
Doppia soglia tra me e le gru a mezz’aria
E gridi di operai nel pomeriggio.
Sette piante crescono in veranda,
Ciascuna sta a un patto diverso,
Luce propria ad ogni grado del sole.
Si chiude l’arco delle ultime ore,
S’apre il pensiero. Oltre i vasi
Al davanzale si ascoltano rumori
Di cucina, voci piccole,
Guinzagli sul viale,
Resistono le piante.
Ma gioco di parte, e so l’amaro
Dei giorni disuguali, e quanto
Sia amaro anche un ritorno troppo amato;
Mentre cerco alla parole un’altra casa,
Più fragile e più vera,
Non ho quell’accordo, quell’attesa
Sicura.
Muro del suono
Il piede in cammino sotto il sole
Porta in sonno la congiura di un ritorno:
La fatica che passa i calendari
E' forse questa, o la spinta sul pedale
Mentre l'aria resiste anche in pianura
Ieri e oggi, sul tuo solo percorso.
Quale sia la tua velocità,
Ricorderai le insegne, i paesaggi,
I muri scrostati e le preghiere
Di chi ha messo tavola per te,
Il ghigno che accompagnò una sosta illecita:
Con lo sguardo di chi ha veduto piano
O la voce esausta del commesso viaggiatore,
Terrai tutto questo per difenderti a notte
O legherai un peso alla lingua,
Confonderai le carte che hai disposto,
Andrai a dormire chiudendo la porta.
Temporale
Non so se è per la notte o il temporale,
Ma l'abbraccio del sonno
E' una maschera del ghiaccio più duro
A mezzo inverno. Goccia sui balconi,
Ticchetta l'alluminio della veranda
Finché l'oscurità trova il suo ritmo
E batte un suono freddo agli occhi aperti.
Senza attesa di tuono è già alta la buriana,
Tra le coperte la morsa dell'aria
Stringe a vortice - al palato disfatto
Dice un sapore d'asfalto bagnato.
Altimetrie
per Giovanni Giudici
Pensando a Giona sepolto nello squalo
Mi nascondo d'essere in viaggio
Nell'istante che scrivo sotto una luce
Di servizio, fioca fiammella
Rimasta accesa al centro della corsia:
Fuori si stende una città
Addormentata sotto il volo notturno.
Guardo intorno facce stanche
Braccia piegate e assenti. Questo nascondo:
Sembriamo tanti e un solo numero
Di qua dalla diga del cielo ci tiene.
Mutano timbro i nostri affetti
Come scrolliamo di dosso i troppi fiati
Uguali urbani indifferenti
Di nomi inquieti che svaporano storie
E a testa bassa senza nome
Tornano o ripartono da case altrui.
Dentro l'ellittica cornice
Sopravviviamo imperdonate esistenze,
Forme strane di quanti affanni
Fra segnali di telefoni lanciati
A coprire i bassi fruscii
Di questa settimana lavorativa.
La nostra rincorsa sonora
Dal sottosuolo alla strada, fin quassù,
Il rombo che da solo ascolto
Senza forza né lamento sono veri.
Ecco quanto trovo fra il sonno
Dei vicini, fra le lamiere e il taccuino,
Mentre m'accorgo d'atterrare
E la terra è soltanto un grumo di luci
Sempre più vicine, laggiù
Hanno colori diversi, e il disegno
D'un segreto umano paesaggio.
L'acacia
Per quale memoria sopravvive, quale ascolto
Chiedo senza difesa tra pareti non mie,
Ed apro le braccia a liberare il mio teatro
Dove la siepe è intatta e l'estate indolente.
Quasi fosse un castigo alla pigrizia, la pioggia
Portò il lampo che le divise in due la vita.
O compagna del vuoto che sarà, tu non vedi:
Della casa non decido più, il prato è arso,
L'acacia sdoppiata è senza voce e non hai forza
Per richiamare il mondo impresso sulla mia pelle.
Ora restano la siepe, il tronco, la pigrizia
Così lontani ed è infedele anche il mio piede
Da quell'istante sceso a segnare un prima e un dopo:
Cadendo, con la faccia impastata nella ghiaia,
Voltandomi solo verso me stesso potendo
Infine, senza chiedere più nulla, pensare
La libertà di morire come un accidente.
La zanzara
Interrompeva il sonno, la zanzara
Ritrovata al ritorno. Adesso
Disfi borse davanti allo specchio,
Metti in ordine i pochi vestiti.
La mia stanchezza riflessa ti guarda
Distratta e non la puoi riporre.
Non sei solo, ma Roma è il suo fiume
Senza vita, questa sera
Che un altro tempo è venuto a chiederti
Di lasciarlo andare.
Il territorio, II
Il territorio rende i giusti tranquilli
Gli onesti che piantano pali
Come i denti del loro sorriso
A difesa. Ma
Di notte dove ha confine l'abitato
Alla scuola degli alberi che cambiano colore
Tra cielo e montagna è così forte il patto
Ed è una traccia aerea il costone.
Da un acro all'altro i fuochi stanno paralleli
E sopra è il cielo ancora:
Lo stesso ovunque e minaccia,
Minaccia fedeltà.
Due
Del numero che fummo sul costone
Non so più nulla, soltanto
Il tuo calpestio dietro il mio passo
Più cauto se anch'io rallentavo:
Tu conosci ogni tempo, il più introverso,
E del mio torni a decidere sempre.
Come gli ospiti alla fine di una festa
Al cadere di ogni prudenza
Soli nella stanza più grande ad osservare
Nella stanca felicità delle parole
La distruzione passata, il consumarsi
Di cibi e bevande; in una stessa
Complicità di gelo, oltre ogni mutamento,
Tu mi sottrai senza perdono
Lettere le più nascoste, vecchie foto,
Le pagine da dove ti affacciavi
Qualche volta per subito ritrarti,
Apri gli armadi che tenevo chiusi
Al riparo dalla tua più vera festa.
Come cercavo l'erba nuova
Dal sentiero allontanandomi -
Non c'era modo di non lasciare tracce -
Il tuo nome che ogni nome decompone
Ricordavo quei fili chiamando.
II
Ars poetica
Avessi avuto più costanza
Nel mettere su fogli l'esistenza
Della traccia lasciata calpestando
Le sterpaglie d'un prato riarso a fine estate;
Le compagnie dei viaggi, il carico
Dei libri da una casa all'altra,
Oggi saprei chiamare anche gli spazi vuoti,
Avrei forse il mio orizzonte degli eventi
Ma le perdite, i saluti e le partenze
Stretti ancora a un disagio senza nome.
Potrei giocare a rimestare quelle carte
Ogni volta lanciandole per aria,
Scrutare il caso nella loro gravità:
Sotto il loro rovescio l'acqua scroscia
E di mattina c'è qualcuno che canta,
L'ansia distratta di una donna,
La radio accesa sui cassetti aperti,
Una porta chiusa in fretta e il grido allegro
Di chi corre trascinando una cartella.
Genius loci
La rabbia di non darti un nome,
Di non trovare le parole per chiamarti
Basta a nutrire un secolo in fuga, e ancora
L'oppressione di cercarti nei respiri altrui
O nella quotidiana meteorologia,
Neanche fossi in un gesto del cielo;
Lo stupore d'intravederti in una pagina
Incollata o dietro i muri di una casa che
cresce,
Nella luce mutevole di un'amicizia...
Non un suono libero tu sei
Ma l'inchiostro del nulla, la sua storia
Sulla mia, una parete che divora l'eco.
Così persuasi allora camminiamo
Sul raggio del nostro recinto più esteso,
Quel poco sconfinando perché basti
Senza illuderci a sentire il tuo passaggio.
Città
C'è un motivetto allegro,
Oggi nella testa.
Mia città, questo sia l'ultimo ostacolo
Sul reticolo sordo delle tue strade.
Domani porterò con me
Un pensiero più scaltro,
Scarpe leggere e forse un padre
Che m'aspetta alla fine del viale,
Occhi accorti lungo il filo
Delle tante impalcature dove cresci.
Ma spogli, silenziosi come un cortile
A mezzo inverno, o un frullo
Fattosi volo e nessuno insegue
Arrancano già i compagni,
Ognuno stringe a sé il suo calendario.
Dove il mio, dove più?
E' un motivetto allegro,
Oggi, la testa.
La voce ottica
Era l’agitazione distratta dei lungofiume,
La fretta che accomuna i mezzogiorni:
Il tuo passo disegnava l’ombra
Di una falcata lunga sotto il sole.
Era un bisogno, quella meta,
Sopravvivenza o forse vanità.
Uscì l’uomo dei traslochi da un portone,
Il tuo sguardo inclinato lo seguiva
Nello specchio che portava sotto il braccio.
Rua del Ceraso
Sto costruendo una casa non mia,
Lustrando vecchi mobili, ascoltando
Nelle pause le voci del giardino;
Un giorno dopo l'altro alle pareti
Un'altra stampa e tende alle finestre,
Il rione a mezzacosta già imbastisce
Un gioco di silenzio e indifferenza
Mentre in sordina riscatta le attese
A luglio sconsolato d'afa e inerzia.
Prima Rua del Ceraso, poi via Roma
(La capitale presto scomodata
Per questi venti metri di salita)
Ora uno storico del posto:
Ma i muri abbattuti o rialzati
Non guardano più a noi, nomi o comparse,
E porto la mia ombra e l'illusione
Di voltarmi al ciliegio di una volta
O di arginare gli echi a questa porta
Di legno giovane e lastre riarse.
Così sono o non sono il padrone
Il nome non è scritto sul cancello:
Rua del Ceraso è una piastrella lesa,
Di via Roma non resta che la targa.
Sic vos non vobis
"Non divago non divago
Se i piccioni anche oggi hanno tardato
E briciole e croste al davanzale
Si consumano al sole più forte:
Giunti loro s'è esaurita primavera.
Altro verrà, sarà un istante o forse meno,
Incerto come ogni passaggio in cielo o in terra,
Un incrinarsi del giorno tutto intero
In un punto dove non si potrà parlare.
Non saranno per questo più curiosi
Questi custodi in coppia, queste iridi rosse:
Sarà loro tornaconto il suo silenzio.
Ripeterà d'avere visto più lontano
Di quel che gli occhi corrono a inventare,
Ma non tutto è verità, non mi credete,
Chi ha conosciuto case senza più pareti
Sa lo spazio che ogni bene
Stringe a sé - questa quinta di cucina
E' già ampia se lui volta le spalle".
Un ritorno
Sentendo mentre aprivo con la chiave
Tutte le morti passate e le lontane,
La solitudine del primo passo a entrare
Ero alla porta della casa in campagna
Cesura di un lutto non mio.
Lì dietro sono oggetti nei cassetti
E il disuso di un tempo sottrattogli,
L'intimità sospesa di vestiti
E libri, anche la polvere
Che discreta li ispessisce.
Un verso di cornacchia dava prossimo
Lo scivolo della pioggia sull'argilla.
Fonte viva
Ci sono isole che affiorano
Solo con la bassa marea,
Lavori che si svolgono in disparte,
Abitudini che non sanno
La luce del giorno.
Ma dietro le palpebre serrate
È solo schiuma lucida
Sullo specchio freddo dell'infanzia:
Così cade ogni immagine riflessa
Insieme al silenzio di trent'anni.
Ci sono amori che sfuggono al ricordo,
Fontane rimaste ormai senz'acqua
Per calmare la sete di un adulto,
Pietre che insistiamo a chiamare fontane.
Stretture
Come dormire soli in una casa vasta
E chiudersi alle spalle due mandate
Mettendo su quattro pareti più sicure
Perché l'ora piccola non porti risveglio;
Lasciare le altre stanze a quell'io
Che allo specchio speri di non incontrare
E ripensare la giornata da una macchia
Sui vestiti affidati alla spalliera:
Chi vede troppo non conosce tragedia.
Come attendere fuori dal lavoro
Un sé più vero, provare a chiamarlo:
Girare quindi sulle spalle per andare
Con falcata leggera, addestrandosi
A non conoscere più la vergogna:
Chi è andato in fondo non sa rinnegarsi.
Mi sono visto coricarmi quante volte,
La parola che mi risponde è sempre mia:
Così sto ai miei giorni, e loro a me,
Ma imparo la tragedia - e a discolparmi.
*
Sì, ringrazia la paura, non quella
Che dell'uguale fa scudo senza battaglia
E lentamente addomestica, e svanisce
Quando il risveglio è pieno e già distratto
(Penso quanto sforzo che costa un'abitudine,
L'aria davanti a un ingresso
Che ogni giorno si condensa in solitudine
E l'arte maestra del dolore
Come il passo s'appresta ad entrare):
Ma l'altra, più sicura - lei non mente
Se hai aperto alla pagina sbagliata.
L'autobus passa sopra il ponte
E vedi il Tevere come la prima volta.
*
Prendo sonno con il passo del giorno
Nella testa, la voce confusa
Di mille altre voci che chiamano
Al riparo dalla bestia scura,
Costretto dal suo fiato
A girare due volte la chiave
E non è ancora sera.
Vengo a te con il passo del giorno,
Con questo immedicabile respiro
Chiuso in un'attesa che non sa dire:
Eppure vengo, ogni volta ritorno,
Ogni volta sopravvivo a questo inganno.
Facile
Mio amore, questo è l'ultimo treno
Fra i tanti che abbiamo visto passare:
Gli scambi riposeranno fino a domani.
E io sento altri rumori, la notte,
Il battito difforme di una corsa
Lungo binari senza ferro e travi.
E' qualcuno che porta la mia vita
Sulle sue spalle, ma non mi somiglia.
Aggirerà cento semafori spenti,
Pensiline come isole deserte,
Altoparlanti di nessuna partenza
Da annunciare. Perché questo
E' l'ultimo treno, amore mio,
E nessuno verrà a dirti ciò che manca
Ai nostri giorni insieme.
Hospes comesque
Per la tua presunzione di durare
Sarai sola, e da sola subirai
Il bisbiglio che insieme scostavamo.
Nei giorni, nelle azioni, negli incontri
La tartaruga ha corso più di Achille
Mentre insisti a non volerti fermare:
Così lontana non ritroverai
Il luogo dove siamo partiti;
Quando ti verrà detto di cercarmi
Sarà soltanto tua quella fatica.
Non vedi come ogni sera accoglie la sera
Che l'ha preceduta, ma è diversa?
Tirreno
Ora non c’è nessun confine,
Perché ogni confine è stabilito;
Ora non s’avvia alcun viaggio
Che non somigli l’arrivo e la partenza.
La notte passa i suoi segnali sopra il polo
E le risponde il giorno,
Estremi di una curiosa proporzione:
Recita il sonno da una parte
Il breviario dell’altra, e tutte
In quell’unisono non sanno più ascoltarsi.
Sta piovendo oltre l’oblò, sull’ala buia:
Scorre nebbia, più e meno densa,
Mentre sotto un emisfero si agita,
S’affida forse a questo grumo di cielo
Che ha per flusso il rombo di un reattore.