La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Giuseppe Conte


 

Giuseppe Conte è nato a Porto Maurizio, in provincia di Imperia, nel 1945 e vive a Sanremo. Nel 1995 ha contribuito a fondare il Mitomodernismo con Tomaso Kemeny e Stefano Zecchi. Ha pubblicato le raccolte di poesia: L'ultimo aprile bianco (Guanda, 1979), L'oceano e il ragazzo (Guanda, 1983), Le stagioni (BUR, 1988), Dialogo del poeta e del messaggero (Mondadori, 1992), Canto d'oriente e d'occidente (Mondadori, 1997), La complicità del pane (Manni, 1998), Nuovi canti (San Marco dei Giustiniani, 2001), Lettera ai disperati sulla primavera (Ponte alle Grazie, 2002), Ferite e rifioriture (Mondadori, 2006, Premio Viareggio). Di narrativa ha pubblicato: Primavera incendiata (Feltrinelli, 1980), Equinozio d'autunno (Rizzoli, 1987), I giorni della nuvola (Rizzoli, 1990), Fedeli d'amore (Rizzoli, 1993), L'impero e l'incanto (Rizzoli, 1995), Il ragazzo che parla col sole (Longanesi, 1997), Il terzo ufficiale (Longanesi, 2002), La casa delle onde (Longanesi, 2005), L'adultera (Longanesi, 2008). Di saggistica: La metafora barocca: saggio sulle poetiche del Seicento (Mursia, 1972), Metafora (Feltrinelli, 1980), La lirica d'occidente, antologia ( Guanda, 1990), Terre del mito, Milano (Mondadori, 1991), Manuale di poesia (Guanda, 1995), Il sonno degli dèi: la fine dei tempi nei miti delle grandi civiltà (Rizzoli, 1999), Il passaggio di Ermes: riflessione sul mito (Ponte alle Grazie, 1999). Ha collaborato e collabora a riviste come “Il Verri”, “Nuova corrente”, “Sigma” e ai quotidiani “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Secolo XIX”.


Sito Web Ufficiale: http://www.giuseppeconte.eu/

 

Un giorno se mi leggerà


Un giorno se mi leggerà il lettore del


terzo millennio, saprà che c’erano gli
alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli
eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le


rose: chi non voleva più soffrire, e chi
voleva amare tutto, chi di se
stesso faceva dono e dei poemi
violenti e lontani erano, semplice e
deboli.



Partigiano della pace


Ho patito la guerra

nell’anima e sin quasi

nella carne: mi serra

lo stomaco e la gola

la morte per fuoco che cola

su Baghdad degli innocenti

l’urlo dei superstiti

intorno al mercato sventrato

il sorriso rubato

falciato dei bambini

che ora hanno moncherini

al posto della braccia.

Di pietà non c’è traccia

per la bellezza di ieri

per gli angeli dei Sumeri

per i libri scritti alle origini

su Gilgamesh e su Noè.

Contano i generali

i danni collaterali.

Morti lasciati alle mosche,

piccoli uccisi a un check-point,

bare che tornano a casa

avvolte dalle bandiere.

Poi arriveranno calme

le petroliere?



Il poeta


Non sapevo che cosa è un poeta

quando guidavo alla guerra i carri

e il cavallo Xanto mi parlava.

Ma è passata come una cometa

l’età ragazza di Ettore e di Achille:

non sono diventato altro che un uomo:

la mia anima si cerca ora nelle acque

e nel fuoco, nelle mille

famiglie dei fiori e degli alberi

negli eroi che io non sono

nei giardini dove tutta la pena

di nascere e morire è così leggera.

Forse il poeta è un uomo che ha in sé

la crudele pietà di ogni primavera.



Le stagioni della terra


Ci pensi, non ho mai piantato un albero,

non ho mai avuto un figlio.

Tanto assomiglio al mare,

solitario, sterile.

Né un crespo cipresso, né un salice

umido e lento, né un’euforbia

diramata a delta, né un pesco

né un susino né un melo

ho mai fatto crescere, né un ramo

rosa o candido a marzo, né un piccolo

di uomo.

Come l’onda percuote la riva

senza fecondarla, senza lasciarvi

altro che alghe e consunte radici

così –non lo dici ?- io percuoto

la vita.

Eppure l’ho amata, la

terra, ti ho amata.


Da Le stagioni, BUR, 1988



Essere collettivo


Secondo il Socrate di Valéry ciascun

uomo nasce plurimo e muore uno.

Goethe invece divenne invecchiando un

essere collettivo.

Ho traversato età, malattia, gioia,

libri, dolore, amore ,mari.

Non sono ancora vecchio, né più

giovane, anche se del ‘62

conservo i silenzi e i desideri.

Chi sono stato? Chi sono?

Giusepe Conte, il bambino

bravo in matematica, in italiano,

debole al gioco del calcio, pieno di sogni,

l’adolescente sprezzante che baciò

Norma, che navigò da Le Havre

a Southampton nella tempesta?

Il marito che resta fedele

alla carne della sposa, il figlio

che vede il padre spegnersi, finire,

l’amico tumultuante, l’amante

freddo, retrattile, il viaggiatore

che conosce vulcani, deserti, oceani.

Coetaneo di Paride e di Elena

di Agamennone e di Clitennestra

di Omero, Hafis, Mohammed, Goethe e

Borges, chi sarò alla fine, in quanti

moriremo?



Tutta la meraviglia del mondo


E’ come dici tu, dovrei ripartire.

Non sono mai stato felice in una casa.

Non sono mai stato felice in famiglia.

Non ho mai avuto nostalgia, quando ero

solo e lontano. Tutta la meraviglia

del mondo per me era la passeggiata

alta sul mare quando, i libri di scuola

in una cartella, a passo veloce

andavo, e inspiravo il vento

colore del salino e delle agavi

e fingevo di avere una ragazza

per mano:la meraviglia, la razza

forte dei sogni, i libri, il cinema,

i lunghi viaggi i treno,

le lunghe traversate dell’anima

ma mai i muri di una casa, mai.


Da Dialogo del poeta e del messaggero, Mondadori 1992



Sono qui seduto su un tappeto


Sono qui seduto su un tappeto

di foglie e fiori di primavera

e il mio silenzio è una preghiera

ed ho con me la coppa e il vino.

Se la mia Amata fosse vicino

se la sua bocca lucente fosse qui.

Il profumo dei suoi baci

è più dolce del gelsomino.

Dicono che sono saggio perché

conosco tutte le parole di Dio

e so che il suo volto non si vede

ma a tutti i roseti concede

la sua porpora e il suo fuoco.

Ma io sono saggio perché bevo ,gioco

canto mentre il tempo ci rapina.

Quante rose si apriranno stamattina

e quante ne cadranno domani

o sotto le raffiche degli uragani

avvizziranno. Il tempo ci affratella

noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.

Non è la stessa per noi tutti quella

luna che sembra una melagrana

staccata lentamente dal suo ramo?

Ma io sono saggio perché amo


Da Canti d’Oriente e d’Occidente, Mondadori 1997



Atto di adorazione per la giovinezza


Credevi di andartene, giovinezza

come un ospite ingrato

che esce da una casa senza salutare

come scompare la brina da un prato

di montagna col passare del mattino.

Invece ti ho ancora vicino.

Credevi di fare al furba , di fottermi

dopo avermi tanto piagato

con la tua nevrastenia torbida

con il tuo desiderio inappagato

con la tua timidezza vergine

che sempre mi storceva la bocca.

Invece sei ancora qui, nonostante

i capelli, i peli che appassiscono

le unghie che si sfarinano e cadono

le ossa che faticano, ti tocca

restare ancora con me.

Ramo d’ulivo, stelo di papavero

sei mistero, anima ,sorpresa

sei la bellezza vagabonda ,illusa,

piazze di una città sconosciuta

percorse all’alba in fretta senza meta.

Credevi di andartene, ma io

ti ospito troppo bene in un cuore

feroce e ragazzo, che niente ha domato,

che conosce troppo bene la tua carezza

e come rinasci fenice dalle tue ceneri.

Resta qui , che io ti veneri.



Il cellulare lasciato sul copriletto


Sibila il cellulare

lasciato sul copriletto

nella mia camera d’albergo

simile ad un insetto

levigato, ingigantito.

Mi risveglio e lo prendo.

E’ la voce che attendo.

Ti dico grazie, vita.

Domenica mattina

e tu mi sei vicina

da un mare all’altro mare

va chiara la tua voce.

Forse tu mi vuoi ancora.

Miracolo che continua.

Luce di un’altra aurora.



Salmo


Ad Yves Bonnefoy

Oso invocarti in questa Europa cieca

sfiancata da calura e siccità

corrosa da diluvi e frane,

continente di cenere e liquami

dove sono sovrani incontestati

Nulla ed Ipermercati.

Oso invocarti e sperare, oh Poesia.

Senza essere né Davide né Salomone

senza possedere né Betsabea né la Sunemita

e senza conoscere il linguaggio

degli sparvieri e delle formiche

io ti invoco, ritorna

ritorna come un maggio

luminoso-selvaggio

e come il primo raggio

soffiante –biancheggiante

dell’alba.

Ritorna, ritorna.

Ritorna foreste, anime, cattedrali.

Ritorna azzurri giardini orientali.

Ritorna , ritorna

Vergine, Venere , Africa.

Non sarai più la stessa

migrerai, muterai

e noi non ti vedremo come non vide

Mosé la Terra Promessa.

Ma ritorna, ritorna, oh Poesia.

Oso invocarti e sperare.

Seduto su una sponda del torrente in secca ad aspettare.

E ancora tra le rovine a cantare.


Nizza, ottobre 2003


Da Ferite e rifioriture, Mondadori 2006