La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Ilde Arcelli


 

Ilde Arcelli (Perugia 1935–2011) si è laureata alla "Sapienza" di Roma con una tesi su Garcia Lorca ed ha insegnato materie letterarie. Ha pubblicato le raccolte di liriche: Perplessità (Umbria Editrice, 1983), D'amore e d'altro (Rebellato, 1985), Postille al necessario (Phonema, 1988), La Casa di Lide (Phonema, 1990), Fedeltà del sogno (Ed. Del Leone, 1994), Ogni esilio (Archinto, 1999), By-Pass (Guerra, 2001), Meno male (Guerra, 2011), Brevi parole ancora (Fioroni, 2011), Poesie scelte (LietoColle, Faloppio, 2013). Ha scritto anche narrativa per ragazzi, saggi critici pubblicati su riviste specializzate e contributi in atti di convegni. È stata fondatrice e Presidente dell'associazione culturale "II Merendacolo", gruppo di studio di alto profilo culturale che si occupava di poesia del '900 a livello critico e di laboratorio e che per più di vent’anni ha organizzato (con il patrocinio del Comune di Perugia) incontri pubblici alla presenza dei maggiori poeti italiani, con l’intento di diffondere, soprattutto tra i giovani, l'interesse e l'amore per la poesia


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POESIE

 

 

 

da “Perplessità”

 

 

 

INQUIETUDINE

 

 

Troverò un quieta landa

            dove posare finalmente il cuore,

            errante falco inassuefatto

            ai deserti di livida arenaria:

            dal madido profondo allora

            ti parlerò di me, della ricerca mia

            ostinata e dei prati d’astri

            sfiorati nel lungo andare solitario.

 

Troverà un senso infine

            la mia presenza umana tra miliardi

            sotto le fredde stelle inaccessibili,

            quando mi specchierò appagata

            nel piccolo fondo d’un bicchiere

            che intera conterrà la mia inquietudine

            placata da un amore senza fine.

 

 

 

 

LA FOLLIA

  

 

Libero va, consegnato all’ignoto,

            il pensiero sinuoso

            per giochi alienanti

            tra bianchi fogli da riempire

            ed agavi riemerse dall’inconscio.

 

C’è forse una speranza che resiste

            a quest’oltraggio estremo:

            qualche ombra di un’età sconfitta

            stampata sul muro del ricordo

            come un glicine riverso

            sulla ringhiera di ferro arrugginito.

 

 

 

 

 

da “D’amore e d’altro”

 

 

 

PARTIGIANO 

 

 

Per noi

fu d’improvviso giorno

quando dal vischio uscimmo

della vergogna;

tu scendevi la notte

partigiano

alla casa sicura di cibo

ed io, bambina,

stropicciandomi gli occhi

oscuramente

ti sentivo padre

della mia libertà.

 

Risalivi in collina

col mitra portando

piccole lotte sognate,

velleità di vecchi e ragazzi:

altro non chiedevamo, allora,

che ritrovarci lassù

quando il gallo

frantumando la notte

altre attese brevi porgeva

e nell’aria

allegre andavano canzoni.

 

 

 

 

 

IL BRIVIDO

  

 

Luce di marzo

che gioca su di te,

strade di luce

calpestate dal sole

ed io impotente appendice

presa dall’ombra.

            Nel lago mansueto dei tuoi occhi

            si specchiano mille ipotesi d’amore,

            preludi di parole indugiate

            al brivido breve che mi coglie

            sapendo che addosso ho solo

            la povertà di me stessa.

 

 

 

 

UTOPIA

 

  

Nell’allucinato plenilunio

            la mia gazzella muove

            leggera

            per dirupati anfratti

            a sterrare speranze sepolte

            in cui morire.

Ma quell’utopia suicida

            è sale della terra,

            è tremolante torcia

            che illumina la storia

            ben sapendone

            il cieco disamore.

 

 

 

 

 

LA QUIETA COLPA

 

 

Angoli acuti, spigoli,

asettici fonemi,

occhi che fuggono

su labbra sibilanti,

paura di specchiarsi

nella gemella freddezza

da obitorio

del vicino.

 

Proibito ridere di niente,

leccarsi le ferite

apertamente,

proibito essere veri

nella lebbra scura

del conformismo.

 

La mia quieta colpa

è la difformità

dell’innocenza.

 

 

 

 

 

da “Postille al necessario”

 

 

 

FOSSILI

  

 

Un fossile chiuso dentro l’ambra,

la nenia dei secoli

era vita, la sua, lanceolata,

e adesso è pietra —

la luce liquida perduta

per tutto quel tempo — lunghissimo, nero —

che t’ha salvato, fossile buono

                    (anche un po’ fortunato)

al riparo dall’acqua

che cresceva nei pozzi

L’ho dentro

il tuo odore di aria remota,

letizia scampata all’inferno:

                    tu - fatto pietra -

ora duri per sempre

                    io quale impronta

di me nemmeno una foglia

Io nei secoli senza mai rivedermi

 

 

 

 

 

 

LA MIA CITTÀ


 

Pronta di pietre

alte in tramontana

                    (un balzo - quasi – e spazio)

cuore rupestre del vento roditore

e poi lampioni rari

- stelle fanè in vetrina -

e dita d’erbe/d’aria

che sulle case ricamano sudari;

il sole si ricerca nei cortili

sopra il muschio dei pozzi scardinati

tra gente che quieta tesse vita

e pianamente parla - in ironia -

 

L’anima vecchia della mia città

                    (confine e verde e vita)

con le sue mura sapide, con gli archi

- ventagli stretti al cielo -

lega l’ossame etrusco ai nostri giochi

                    (acqua passata per le sue fontane)

e nei vicoli occhiuti di balconi

tra i grilli addormentati sui gerani

le mie corse rubate al primo bacio

Poi tutto vola - sai - ma lei traspare

e di noi vibra, della nostra vita

                    (le occhiaie della storia, che ferita)

 

 

 

 

 

 

NOTTURNO

 

 

«... e ci saranno strofe d’amore

che già sanno

a memoria le case»

(F. Garcìa Lorca)

 

 

 

Già si spensero i vetri affocati

del tramonto 

nelle stradette brevi della città

ritorta verso un cielo in salita

con esili braccia di pietra

e il suo volto fasciato di silenzi

prepara asfodeli di riso notturno

tra rari lampioni e antiche ombre

Sulla fragilità del marciapiede

risuona il passo mio vagante

dietro immagini sepolte

all’arco del tempo incorruttibile: 

mi perdo in questo gioco estenuante

che sempre cede il posto alle domande

(dove vita s’annida batte ora 

un pipistrello cieco

come pensiero inquieto ed assonnato)

 

 

 

 

 

NON CHIEDETEMI MAI

 

 

Respingo pregiudizi secolari,
ricevo visite, lavoro e faccio spesa,
sorsi di tenerezza dono all’albero ricco
del mio sangue e intanto fino in fondo
vivo questa morte nata con me
                    (nel continuo mutamento sempre me stessa
                    con le cose che amo creo la bellezza,
                    con quelle in cui credo libertà)

Ma la sera una teoria di pietrose tastiere
è bersaglio dolente per me sola
mentre un’ala di gabbiano canuto
oltre le sartie ferme del tempo
mi germina infinite dimensioni
scavando guance dal gemito roco
                    (non chiedetemi mai perché le scriva
                    queste cose totali dissepolte
                    ai margini dell’umana solitudine)

Poi il vento che scava finestre
riaccende un fumido faro
per chi — come me — rimane
                                        alla soglia

 

 

 

 

 

 

OGNI ESILIO

 

 

Nei tuoi occhi s’arrotolano gridi
ombre mobili di plenilunio ghiacciato
alberi secchi e mutilati fiori:
tu stai alle regole del gioco
e fingi d’esplorare ancora

ma altro tempo — felice —
frastorna la memoria
e già ogni esilio s’innerva
nel tuo sguardo, ogni paura antica

 

 

 

 

 

da “La casa di Lide”

 

 

 

 

 

 

 

«…il punto tra memoria e desiderio

si sposta, è alla deriva di un gorgo…»


(Mario Luzi)

 

 

 

E nel quasi-svegliarsi
nella non-consistenza
al di qua della soglia
giovane ancora pensarsi
con l’oro il riso la voglia
                non capire nel grigio
                confuso se è giorno di già
                o speranza di alba
                che neghi
                quest’altra reale
                barbarica età

 

 


 

 

 

 

 

«Ecco, qualcuno ci dice: sì, tu

mi entri nel sangue...

Che giova, egli non può trattenerci,

noi svaniamo in lui e intorno a lui...»

(Rainer Maria Rilke)

 

 

Per una volta entrare nell’altro
che adesso in mezzo alla strada
mi parla
                    — scambiare il mio sé col tuo io
                        i ricordi la pelle la bocca —

vedere le cose diverse
amarmi da fuori di fronte
però chissà se il tuo io mi va stretto
se l’occhio s’è accorto
del glicine timido sulla ringhiera
                — un universo tra plastiche stanche —

di un gatto che passa col rosso
di me che tremo per lui
                    che semino idee sull’asfalto
                    consumo parole nell’aria
                    facendo l’amore col vento…
Ma almeno una volta più bello sarebbe
scambiare la vita aprire una porta
di un altro il sorriso sapere
                    — di un’altra pietà —

 

 

 

 

 

 

LA LUCE

«… e sorprendo il mutevole e il durevole
strettamente mischiati alla sorgente… »


(Mario Luzi)

 

 

C’è una dolcezza nella luce

per scolpire la gioia

e i momenti perfetti

c’è un infinito vuoto nella luce

Nell’intoccabile brina

cerco le forme 

il limite senza più peso

ma dove — dove mi chiami

voce della luce 

a dirmi piano

che nel tuo fiume assente

tutto torna alla fonte

che nulla si cancella o muta

per quel minimo d’ombra

che io sono

 

 

 

 

 

da “Fedeltà del sogno”

 

 

 

*

Ecco - già il magro istante invecchia

e il successivo cova la sua fine –

ogni forma rapida si disfa 

e sottoterra s’aprono caverne: 

eppure il pesco puntuale 

a marzo gemma dalle sue radici

mentre gli uccelli alti di palude

pur nella melma 

muovono le ali - si amano 

cantando senza tempo 

se la ninfèa fiorisce nella gora

e in questo balenare d’insolvenze

può perdersi ogni cuore - 

può impigliarsi...

 

 

 

 

 

 

 

Ti porta dritta al cuore 

delle cose — questa quercia improvvisa

verdissima di maggio 

dopo l’afona ruggine di ieri: 

nella luce che giace verticale 

s’è vestita per ultima di nidi 

come una piazza pronta per la festa.

Sembra eterna e non è - ma se 

corsàra tra i suoi rami cola la luna

dilaga il sogno - si liquefa la sera

con tutto quello che dovrà poi 

morire senza onore 

e resta solo questa pura essenza 

il suo essere albero per sempre 

- infinito e per sempre. 

                            Troppo facile amarti - bella

                            non mi lasciare nell’oscuro

                            cuore - tu così vita

                            così creatura inabissata

                            e oblio

 

 

 

 

 

 

Dunque la luce penetra

le cose e le rischiara:

ma se il pensiero è luce

come mai tanto buio

tante nere pareti verticali

tutt’intorno - che per saltarle

divento cavalletta

 

 

 

 

 

E se una voce 

nel perimetro verde del prato 

via se la porta il vento 

se una cicala tace di colpo 

col solleone - allora 

il silenzio delle cose si fa vivo 

nelle fessure un’ansia 

come di quiete 

un appetito strano 

di fine - in piena estate 

il brivido del disamore imploso 

che ingoia tutto 

- piano - rubando ostaggi 

neri alla terra. 

                            Dimmi ti prego dunque 

                            qualcosa - questa pace

                            finta d’acquario come assorda

 

 

 

 

da “Ogni esilio”

 

 

 

 

LA DISSENNATA ASSENZA

 

 

Le ali vischiose dei ricordi

le loro dita di gelo e cenere

e mille idee 

ferme sul foglio bianco: 

ti pare poco dilapidare qui

le tue memorie — la dissennata

assenza che ti sfratta.

Lava questo presente dal ricordo

della lontana vita

troppo presto fuggita —

ora parvenza e sogno

di tutto quanto è stato.

 

È solo cosa tua

non l’ospita la storia — meglio 

allora come un vecchio cane

sciogliere il cappio molle

dei ricordi: vedi, le rondini

oggi svegliano il cielo

il sole cresce, scorre per casa

ancora qualche dolce cuore

entra uno sciame d’aria —

è la fiamma d’un giorno

un sorso lungo.

 

 

 

 

 

CREATURE

 

 

Sale ai ginocchi l’erba 

maculata dell’inverno 

mentre sotto la crosta 

già striscia marzo 

e l’oscura forza che affatica

la terra: lì crepita il bulbo,

si ramifica in figli 

che nasceranno deboli 

come quelli umani. 

Perduto nei millenni il cielo 

— il cielo che ogni cosa 

fa piccola quaggiù — 

solo la terra ha voce 

le sue creature storte 

un po’ contuse dentro: eppure 

qualcosa canta piano — adesso —

nel cuore che sa


 

 

 

 

REDI IN TE IPSUM

 

 

Una traccia iridata sopra i vetri

ridendo lentamente muore — 

la mia presenza non è necessaria

alla festa finale della pioggia 

ma dentro qualcosa che grida 

vuole uscire dal mite 

vortice d’ombra: tutto questo 

presente sparirà - tutto è 

e si disfa — come te anima mia 

che passi le vetrate 

per raspare il muro — 

ogni aria di ruggine o d’asfalto 

al delicato fiuto fatta vana. 

            Dov’è che vai — se tu stessa

            ritorni e non ti fermi 

            anima sempreviva, intenerita: 

            passeggia a lungo — dopo si vedrà

 

 


 

da “Meno male”

 

 

 

 

L’ASSENZA

 

 

multiforme l’assenza dona

incertezze, scava vuoti

di senso, moltiplica falsi

legami, corre, dio, come corre

la gente verso la calaverna

che brucia col gelo la terra

                    eppure è qui il nostro posto 

                    — ieri un amico mi ha detto —

                    il mondo ha tanto bisogno

                    dei resistenti dell’anima

 

 


 

LO SPECCHIO

 

 

lo specchio ingoia tutto fedelmente

non lo sapevi che non ha pietà: 

ti sei fatta cassa di risonanza

per ogni dolore, nodo dell’umanità

e adesso specchiarti non ti piace?

 

Quel filo d’aria fredda che t’insegue

negli anni t’ha reso un Amleto

un po’ triste un po’ rabbioso,

un’anima che cerca la sua anima

se fuori della porta latrano voci

 

 

 

 

 

QUASSÙ

 

 

la notte ha ormai lunghe dita

è tempo di pioggia e di vento,

nei cesti noci funghi castagne

quassù nelle case già s’accendono

fuochi e tutto muta o s’avvita

al sole sbiancato, luce di questa

stanchezza stranita dove niente

va perso, niente di lucida vita

 

 

 

 

 

GENESI

 

 

in noi una strana terra di nessuno

che protegge le idee, le emozioni: 

qui aspettano a lungo la parola bella

che le affranchi, ma quale lingua diversa,

misteriosa, lì si dipana o si aggruma,

quale respiro di libertà e di nascosto

fuoco dilaga all’improvviso...

 

Nasce un linguaggio nuovo,

inaspettato o forse addirittura altro

che per un attimo almeno

attinge alla tua umanità e ti porta

lontano dall’ottusa gravità

della materia, dell’avere, del tempo: 

tutto questo forse un giorno

si chiamerà poesia

 

 

 

 

 

NOI QUI

 

 

noi qui sepolti nel dubbio

davanti alla triste demenza

del male, qualcuno tenta

col mistero del Dio dell’amore

ma non vuol dire grazie

 

                                    unito alle voci infinite

                                    che al male dicono no,

                                    chiuse nel disperato pensiero

                                    ieri oggi sempre, nei secoli

                                    dei secoli...