La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Andrea Rompianesi

 

Andrea Rompianesi è nato nel 1963 a Modena. Formatosi all’Università di Bologna, è da anni impegnato per l’organizzazione culturale e l’attività di ricerca. Risiede attualmente in provincia di Novara. Nel 1998 ha fondato Scrittura Creativa Edizioni, per la valorizzazione della critica stilistica in particolare sul fronte della poesia contemporanea. La sua produzione letteraria, iniziata nel 1979, ha ottenuto numerosi riscontri dalla critica. Dei suoi libri si sono occupate le più significative riviste del settore, dipartimenti d’i talianistica, istituti di cultura, in Italia e all’estero. Ha pubblicato, in poesia: Orione (1986), Vascello da Occidente (1992), Punti cardinali (1993), Scendevi lungo la strada (1994), Momenti minimi (1994, 1999), Apparenze in siti di trame (1996), I giorni di Orta (1996), La quercia alta del buon consiglio (1999), Scritti e frammenti (1999), Ratio (2001), Versi civili (2003), Metrò: Madeleine (2004), Gustav von Aschenbach (2006), Rimbaud Larme (2007), Il grido (2008), Fides (2009); in prosa: Il pane quotidiano (1990), Quella dei Beati Angeli (1994), Il killer (1995, 2000), Venti e lune (1995), In odore di terre (1998), La notte dei grandi ladri (2003), Strada di pausa e di viaggio (2012).


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da “Ratio”(2001)

 

I                 (o del possibile freno)

 

ogni testo soave a virgulto ti dice imbarazzo

ti copre ad avere un possibile freno del dire del fare

del potere cullare il rivolto meccano che a mente

si torce avvilendo l’estuario l’annata o meglio

confidenziale il sapersi evirare al tocco di tiepida veste

m’assale il fradicio flusso coprente missione ingiuriosa

e vestale apodittica a frotte la linea stavolta del

mare

                                                            (...a tratti come onda

                                                              il mare quasi sempre

                                                              da dire...)

 

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II             (o del vissuto domestico)

 

è trappola sita e ritrita il ceppo di sottobosco

che aronne calcasti ficesti fides dicevi neologos

o già vissuto domestico incombe la chiusa e

poi separata topaia a morirne l’eccesso che fu

novecento

 

                                            (...eccesso di verbo

                                                in verbo a sedurmi

                                                l’oltraggio...)

 

 

 

da “Versi civili” (2003)

 

 

come foglio di carta bagnata in odore di piombo

i titoli dei quotidiani ancora sui giudici che

non si toccano dicono i democratici non sono

uomini uguali ma elfi o spiriti aviti e giusti

in pace con essi con le botteghe che li hanno

forgiati togati e oscuri e allora finiamola

 

 

 

il trafficante dei valori

getta la toga mutilata

sale sul colle nei minuti

 

poi dice

 

piccole mani ipocrite

 

la voce

 

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verso civile significa parte e prendere parte

dire una scelta scegliere limita ma un’epoché

a volte non vale la pena talvolta parole e suoni

di pietra e di voce cultura di passo di avviato né

fantasmi per ora anoressici ignavi e cannibali ma

una pagina tecnica allora un significante ad aprirsi

a vedere chi scrive una scelta e sai vicinanza

per prosa Manganelli Bufalino Consolo Romano

Baricco Tabucchi Longo Tassinari Manzoni Serafini

Genovese in questa italica vasta dopo i versi e i poeti

acuti Sereni Fortini dai Sanguineti Sanesi Cara Pennati

nei nomi per Conte Ruffilli Scrignòli Bettini Magrelli

Bettarini Infelise che a tecnica dicesi sanno la penna

nel muoversi adulto i virtuosi segnali in Carpi Merlini

Milani Scaravaggi a scegliere oggi in aperta visione civile

per ora e quindi citarli gli autori sì dirli ancora pionieri

di cogliere l’attimo buono del gesto che arriva alle volte

 

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che colore ha il respiro dell’affanno

il suono degli spari in ogni notte

sopra la ferita aperta nei passaggi

quale sapore l’odio coltivato dai

supplizi le nostre parole di poeti

che colore hanno gli occhi dei mille

straziati assassinati dai massacri poi

il furore silenzioso nel silenzio delle stragi

che colore...

 

 

 

 

 

 

da “Metrò: Madeleine ” (2004)

 

 

-Rue Saint-Martin

 

                                                (...lo sguardo nella sale

                                                    a ricorrere le tele...)

 

Le luxe” (Matisse)

 

sono donne accucciate o che corrono

il golfo è ampio

 

le solite bandiere tovaglia alla Dufy

 

ma “L’algérienne” 1909

 

ancora lui disegna una

mascella ampia la prosperosa dama

 

di Chagall “Le mort”

è un pugno nero

 

ci sono è vero i pesci rossi nel boccale

il rosso contrasta il blu di sfondo (Matisse)

la porta-finestra è oscura e ferma

notte nera

 

 

(...hai affondato le mani nella

tenebra e hai rapito l’amico

alla tua luce...)

 

l’albero verde pino alto ma è il

centro azzurro in tondo e punte

gialle e rosse (Kandinsky)

 

e rosso e blu di nuovo come quando

è l’uomo che corre ma come fermo

ci sono spade segni (Malevitch) direi

segnali irti divini i colli lunghi

di Modigliani il “Bleu I, II, III” di

Mirò dove tutto è cielo crepuscolo

o vuoto d’aria

 

(...eh sì aggirarsi tra le cornici

muovendo eburnei i bei piedini

pensando alla lingua sulla punta del

membro monopoli moderna quanti dico

sono gli ammazzati dal potere dalla

indifferenza nei secoli seculorum del tuo

latino d’imperium necandi di fottuta

baldanza elettorale di gente schiacciata

dall’arroganza è la pianta del piede in

faccia “capitano oh mio capitano” morire

spezzone di una noia vitale d’oltremare

di fiacca stagione razziale irrazionale

s’inventa di notte la totalità cortese...)

 

Le magasin de Ben Vautier”

come una scatola ossessiva sputa

dice monta muove spacca la piccola

scena e un laboratorio cede dove

ci si ripete troppo

 

(...i volti che credi di vedere

sono sempre quelli amati...)

 

Vuos avez été servi par Fabienne”

 

 

 

da “Gustav von Aschenbach” (2006)

 

 

motus animi continuus Gustav di nuovo

non giunge il sonno ristoratore allora guardi

poiché altra è la stagione e l’inizio di maggio

conduce passaggi su fughe sorrette a mancanze

appena persiste il sentire un calore poi dopo il

tè via uscita all’aperto la passeggiata nell’

afoso afrore ornato di fronde sull’Englische

Garten viatico accenno alla serata feconda

 

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il solitario pensare a quella inquietudine

ti spinge alla pagina assorbe le forze gli stimoli

poi poterli ordinare su spazi in altro equilibrio

inesprimibile ora costretto a cedere quindi bisogna

sospendere un attimo anche se l’imbrunire già ti

consiglia il ritorno intanto sei dietro alle siepi

dei marmisti in attesa del tram immerso nel vuoto

sei solo ma all’improvviso appare imprevisto l’uomo

di pelo rosso e naso camuso con occhi feroci così

dominante da farti arretrare ma qualcosa è avvenuto

l’attesa il nuovo straniero l’enigma o semplicemente il

bisogno sensuale inaspettato la voglia sì di viaggiare

 

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quasi attacco di febbre fulminea in desiderio

ad occhi aperti visione percepita distante ma

capace di passione veggente che riecheggia un battello

ebbro forse e tu immagini paludi tropicali rari

rossori schema umido in lagune acquitrini di vapori

groviglio di piante e viluppo di felci affondano radici

fiori acquatici uccelli esotici a salire dalle superfici

il bisogno represso riaffiorante ora come un tremore

l’immagine dissolta poi ti lascia frastornato il

tram si avvicina lento sulla Ungererstrasse pensi

nella serata studierai carte geografiche e percorsi

 

 

da “Rimbaud Larme” (2007)

 

 

...assenza di vento poi calmo moto

ondoso striato fermo guado molo

intransigente il gesto entrante come

apostasia solenne ma altra è brezza

di sicomoro vasto poi limite vaghezza

mite porsi e darsi in alto i glutei

rivolti all’epicentro endiadi foschi

erronei urlati discorso attracco in

poi piacere di contorto e vile

immagine verde rame affranto nesso

iperboreo acquatico saettante rostro

folle labile braccato aspro inutile

ridente ironico cispo segaligno oltre

prolisso orlato avviabile sellare

scivola denuda distinguibile nuca

e arenaria pomeridiana in solitaria

attorto quasi commosso alzarsi a

bavero collo di tuo vergante il taglio

femmineo dolo e accusato maschietto...

 

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...colocasia forse fiore a imbuto teso

tendente a tono in cuneo dove più punge

e brucia compatta lama a scorticare

fininterre e accolite in tributo limine

ogniqualvolta calice transumanza in erbe

aromatiche cuspide trabeazione aritmica

opposto furtivo vedico aerato facile

notturno impresso violato raso cute

ma io ti raso imprime l’arcuato nome

desueto sciocco in ciò la fuga il glicine

di tradimento esperto modificò l’illune...

 

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...rossa luce nera notte viottolo

selciato porta parete finestra chiusa

insegna porfido ombra squarcio di luna

oscurità franta da faro giallo notte...

 

 

da “Il grido” (2008)

 

 

chiuso astice a stile

fosso rampicante in acqua

in certa cloaca esangue

o ripa in alterco in odio

come patto viscerale a sfida

tu sai trita e ritrita e

nuova la goccia cadere a

lato chioma come assioma

 

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la turca madama batte

i tuoi denti sono coste

rive ghiacce nella laquale

straziata anoressica blatta

l’orrore dei muri a fucile

fucilati divelti i messi

posti e riposti cosa vedere

l’attonito vuoto ammasso

 

 

 

 

 

 

 

 

questa volta devi lasciarmi parlare poiché il grido

viene da dentro si estende a guardare le toniche

date in primis non importa niente a nessuno se

un rischio ti espone intanto ti giunge l’immagine

la bionda scende le scale cadendo una figura nera

la raggiunge come fosse un libro di Woolrich un

noir americano perché l’istinto è ciò che conduce

una battaglia soltanto diviene la guida sudata

 

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sì potrei variare così a piacere sostituire anche i

termini varianti strido strillo bercio clamore

invocazione lacerante implorazione incazzatura ma

è comunque preferibile l’incombere gravoso e

militato dell’estenuante esponibile tortura che

a un dipresso s’insinua alla progetto di curva e

populista campagna pubblicitaria chissà perché mi

viene in mente Woody Allen con quell’amico che

sta continuamente a telefonare dicendo il numero

dove si trova (era “Provaci ancora Sam”?) la moglie

poi bacia l’occhialuto per pietà ma nella caotica

confusione peripatetica lui dice io non sono Bogart

 

 

 

 

 

 

 

da “Fides” (2009)

 

 

 

in principio

il verbo...

come il vento

il verbo...

come noi...

 

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sentire...

non più

sarà sera

ma rosa

l’aperto

orizzonte...

né fiaccola

o face...

ma luce

di voce

in dono...

 

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ancillare pertugio ove agreste s’arriccia

l’affannoso dono eticamente addiaccia

finanche uomo nel deserto grida

non fosse che per annuncio in vita

dove cercate non sapevate ora

riordinate reti coniugando cima

 

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se di lembo affievolisse il tratto

compiuto in quadro radente

                                        il ciglio

                (quale ascolto)

                esattamente

                linea

                posta

                a intercalare

                riva e mare

dove andremo...

                        (le tue parole)