La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century
Roberto Pazzi
Poeta, narratore e giornalista italiano, vive a Ferrara. Tradotto in ventidue lingue (spagnolo, catalano, francese, inglese, inglese (USA), tedesco, olandese, finlandese, danese, ceco, slovacco, polacco, russo, rumeno, sloveno, croato, turco, greco, portoghese, portoghese (del Brasile), estone, arabo) , ha esordito in poesia con una silloge apparsa sulla rivista "Arte e poesia" nel 1970, prefata da Vittorio Sereni; tra le raccolte di versi Calma di vento (Garzanti, premio internazionale E. Montale 1987), Il filo delle bugie (Corbo, 1994), La gravità dei corpi (Palomar, 1998) e Talismani (Marietti 2003). Il suo esordio narrativo avviene nel 1985 con Cercando l'Imperatore, prefato da Giovanni Raboni (Marietti 1985, Garzanti 1988, Tea 1997, Marietti 2004, premio Bergamo, premio Hemingway, premio Selezione Campiello 1985) "storia di un reggimento russo disperso in Siberia, durante la Rivoluzione Russa, in cerca dell'Imperatore", dalla critica concordemente collocato sulla linea fantastico-visionaria della nostra narrativa, quella meno frequentata nel Novecento italiano. Seguono poi alcuni romanzi, dove la storia si fa pretesto di reinvenzione fantastica su una linea di pensiero antistoricistica: La principessa e il drago (Garzanti 1986, finalista premio Strega 1986), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, superpremio Grinzane Cavour 1990, ristampato da Baldini&Castoldi nel 1999), La stanza sull'acqua (Garzanti 1991). Con Le città del dottor Malaguti (Garzanti 1993) la narrativa di R.P., pur rimanendo di ispirazione visionaria, approda al presente, alla cronaca italiana di questi anni, alla città dove il narratore vive, Ferrara. Ecco allora i romanzi successivi, Incerti di viaggio (Longanesi 1996, premio Selezione Campiello, superpremio Penne-Mosca 1996), Domani sarò re (Longanesi 1997), La città volante (Baldini & Castoldi 1999, finalista al Premio Strega, presentato da Dario Fo e Sebastiano Vassalli), Conclave (Frassinelli 2001,Premio Scanno, Premio SuperFlaiano, Premio Comisso, Premio Stresa, Premio Zerilli Marimò della New York University, Premio Rapolano Terme, finalista Premio Bigiaretti ), L'erede (Frassinelli 2002, Premio Maria Cristina 2004) e Il Signore degli occhi (Frassinelli 2004).
Nel maggio del 1999 ha ideato
e diretto a Ferrara un convegno letterario internazionale su L'Immaginario Contemporaneo
(i cui Atti sono stati pubblicati dall'editore Olschki nel 2000), che ha coinvolto,
fra gli altri, Yves Bonnefoy, James Hillman, Alain Robbe-Grillet , Tzvetan Todorov,
Tahar Ben Jelloun, Assia Djebar, Ben Okri, Viviane Forrester, Avraham Yehoshua
e Dario Fo. Ha diretto Ferrara Letteratura e, Dopo dodici anni di collaborazione
esclusiva al Corriere della Sera, scrive sulle pagine culturali di diversi quotidiani
italiani oggi collabora, in Italia, a Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno
e, all'estero, al The New York Times
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Nota di Vittorio Sereni a Le ultime notizie e altre poesie, dalla rivista letteraria "Arte e Poesia", De Luca, Roma, 1969 n. 4-5-6.
Prefazione a Versi occidentali di Giorgio Barberi Squarotti, Rebellato 1976.
Articolo di Walter Moretti a proposito de Il re, le parole, Lacaita 1980, comparso su "La Pianura", Ferrara 1980.
Recensione di Antonio Porta a Calma di vento, da Garzanti 1987, apparsa sulla terza pagina de "Il Corriere della sera" , 16 giugno 1987.
Articolo di Alberto Bertoni su Calma di vento, da "Luci della città", Ferrara, giugno 1987.


INEDITIA Fiore
Non sono ancora arrivato
e già soffro gli orizzonti
delle montagne che chiudono
la mia ansia di varcarle,
ma ogni volta superata una catena
eccone subito un'altra.
Molti compagni di viaggio sono già caduti,
e se ogni notte mi pare di riaverli con me
al risveglio dal sogno cresce la vergogna
di portare dentro un segreto tesoro
che non so più a chi affidare.
Ma ieri uno sconosciuto
mi ha guardato e mi ha detto
"nessuno è più ricco di te".
Alla luce di quel lampo,
dall'alto ho visto un paesaggio
infinito senza più montagne.
Forse ero arrivato, forse ero salvo ?
M'è sembrato di colpo d'essere
sollevato in cielo fra gli dei.
Perché carni, volti, nomi
oggi sono la sostanza dei sogni
offerti come gli antichi sacrifici
il cui profumo si perdeva in alto nei cieli,
cercando il favore degli dei.
Il mio nienteOggi verrei a casa tua,
farei questo lungo viaggio
solo per infilare questi versi
nella fessura sotto la porta,
non potrei rompere
il divieto di rivederci.
Niente, vorrei dirti,
solo questo niente.
Fu detto già tutto.
Da quando ci siamo separati
sopravviviamo,
siamo la rovina di quel tempo.
Ma questo mio niente dopo di te
mi sostiene e si rafforza,
cresce bene con gli anni,
si fa grande, muta la voce,
non vuole più stare con me,
esce sempre più spesso
a cercare altro niente,
inutilmente bello come fui.
I nostri occhi han fissato il sole,
non guardano più,
ricordano di aver visto.
A che servirebbe rivederti ?
Perderei il mio niente.
Di tutte le cose che potevo fare
ho sempre scelto una sola,
monco di troppe vite non fatte
tu sei il Niente che mi ha scelto.
E ti appartengo sempre.
La costruzione della vitaOrmai anche l'ala nord è finita,
il palazzo si mostra nella forma intera.
E la facciata innalzata per prima
più di mezzo secolo fa,
inizia ad invecchiare,
il suo stile è superato,
non è più di moda,
criticano l'architetto manierista,
oggi l'avrebbero disegnata più severa,
meno ricca di marmi colorati,
come una vecchia fortezza medievale,
pronta a resistere ai pirati del mare.
Per giocare l'usura del tempo,
salva le forme partorirle già antiche,
la strategia sarebbe quella dell'animale
che si finge morto,
per non essere divorato.
Mi perdo a fantasticare
come avrebbe potuto apparire
l'animale mia vita in altre forme,
fiuto la trappola in cui sono caduto
scegliendo il mio stile di poeta.
E invece nemmeno più leggono le parole,
aprono un libro se ricco di immagini,
non sanno più cantare la cosa
ad occhi chiusi.
L'eretico
Non ero nato per vivere nell'ombra,
ho dovuto subirla,
ma di quali doni ricompensa
splendere nell'oscurità !
La gioia della meraviglia
se qualcuno mi scopre
e si prende il merito della scoperta,
il sollievo di aver già in partenza
deposto l'affanno di salire,
la risorsa di uno spreco delle ore
da gran signore del tempo,
la libertà di camminar fra chi corre,
la leggerezza di saltare corsia
non appena scorgo la fila
del buon senso,
lo spettacolo della vita
da fuori campo, fuori linea,
eretico da niente,
che gioca coi segnali delle parole,
e inaugura mondi
con gli alberi dalla chioma
sotto terra e le radici per aria,
a prendere confidenza
con gli errori del vecchio Dio,
che non ci vede più bene
e si lascia suggerire
dal diavolo le forme che non vede,
( il diavolo sono io ).
MutamentiOggi sono quel che potrei essere,
un foglietto bianco
caduto per terra
nella sala d'attesa della stazione.
Quanto manca ?
la domanda è mutata in
Quanto ho fatto ?
Imito la clessidra,
so capovolgere dritto e rovescio,
vuoto e pieno,
bianco e nero,
perdo peso,
sono diventato più leggero.
Nevicata dal treno sulla pianura padanaSotto la terra bianca come il cielo
c'è il mio pane della gratitudine
per la via percorsa, per i temuti pericoli,
le paure e le lunghe attese che svanirono
consumate tutte a poco a poco,
le carte del mazzo tenute nelle mani,
ormai già tutte in ordine sul tavolo,
una mano già nuda.
Quel paesaggio sono io,
assaporo la panoramica dall'alto
di me così piccolo diventato grande,
restano solo poche stazioni,
posso guardarmi attorno con calma,
perdere tempo, ne ho vissuto tanto,
a ripensare tutto quel bianco
che oggi mi abbacina gli occhi:
il mondo con la mia vita dentro
mi aspettava a occhi chiusi.
E chiudendoli così s'assapora
d'un nuovo amore il bacio,
da una bocca bella e tremante.
Ritorno al mareIl tuo tempo è diventato
il va e vieni del prigioniero nella cella,
l'attesa del pendolare
che ogni giorno spia la fuga
nell'orologio grande
allo stesso marciapiede.
Ritorna sui numeri dei binari
un'antica matematica di arrivi e partenze,
è ancora un gioco
contare i minuti per le coincidenze,
da bambino sempre sognavi di fuggire
da Ferrara per tornare al mare.
Era la via della felicità
il viale della stazione.
Nato sull'acqua
oggi ti parrebbe di tornare laggiù
ma non sai se i ritardi
siano fame di arrivare
o paura di scoprire
che tutto quell'azzurro è evaporato
e il mare non c'è più.
Specchi e specchiereSempre mi tremano le mani
quando curo la barba allo specchio.
Non solo per la difficoltà di guardarmi
capovolto e spingere le forbici
a medicare il cedimento all'informe
oltre i luoghi possibili,
dove non sarò mai,
ma per il gesto che di nuovo mi tradirà,
perché la guancia che a destra m'appare
la ritroverò con la barba curata a sinistra.
Allo specchio non serve la memoria,
si cura di un altro volto
che non è più questo.
Il viso che fu amato per sempre una volta
lui lo sa, lui lo è,
e non lo rivelerà,
in ogni luogo della terra
porta male romperlo.
La sua strenue fedeltà prepara la mente
all'ultimo ritratto,
dolce vendetta delle specchiere
- avran mutato sesso intanto quegli specchi
per meglio amare il volto amato -
Vecchi e nuovi specchiSpecchi dove non mi stanco
di guardarmi sono
le stazioni di provincia,
i vagoni di seconda classe,
i vecchi che trascinano sporte a rotelle,
i depositi di biciclette incatenate a pali,
la gente che aspetta in coda un autobus
e intanto scruta lontano
e non vede nessuno arrivare.
Ma a volte mi sorprendo a guardarmi
in specchi diversi e più antichi
quando rileggo un verso
che mi folgorava trent'anni fa,
"Felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama"
Ecco, a cinquantasette anni
la vecchia voglia d'incanto mi riprende
di chiamare e dirteli quei versi
che mi fanno ancora tremare,
ma sarebbe lo stesso errore
anche con te,
non aver ancora imparato
che fugge la gioia dal tuo nome
e non si cattura la tua ombra.
Vecchio DioDio, oggi non ho nessuna voglia
di sentirti scorrere nel sangue,
e faccio di tutto per non sentire
come pulsi alle orecchie,
vecchio sangue del mio Dio che s'attempa,
e si fa sempre più stanco e lento
finché un giorno cadremo insieme.
Levarsi la mattina e levarti con me,
accudirti, rivestirti, profumarti,
questi gesti di antica confidenza
di carcerati in così poco spazio,
lisi come abiti, frusti come parole
d'auguri ai compleanni,
le stesse che useremo capovolte
come stoffe per condoglianze,
che fatica si fa a tenerti in piedi,
mio vecchio Dio incolpevole, viziato,
capriccioso, sempre più sordo,
che non s'accorge di ripetersi
o forse finge e a volte riesce
a farsi credere unico e fedele,
deciso a restarmi accanto
per amore solo per amore,
e non perché non sa dove andare.
Ma intanto mi lasci qui a ricordare
il giovane Dio che eri,
che non aveva caldo né sete
e pattinava leggero sul ghiaccio
del Nulla cantando senz'ombra,
senza colpe da temere,
né premi da attendere,
il bel niente che eri
senza eco di me,
immune da questa leucemia
dell'eternità che mi beve il sangue.
Sei la mia subdola malattia, Dio mio,
febbre e nebbia che sale
dall'argine consumato del mio tempo.
Versi sul MaleDel Male fa bene la lucidità,
la coscienza eroica
di tentare un'azione
parallela alla vita, scelta da noi,
contro natura e contro corrente,
terra esclusa dalla carte geografiche,
tutta solo nostra.
Quel che illumina del Male
è il lampo d'eternità del nostro sì,
lo so che cosa sei,
non mi sbaglio, anzi,
ti voglio perché ti riconosco.
E' così che del Bene si compie
una strana e più vasta libertà,
quando lo si riscopre come
nostalgia di un'altra Itaca,
che dalle braccia tenere di Circe,
sospinge verso il mare aperto,
a evadere dalla terra del Male.
DA L'ESPERIENZA ANTERIORE, I DISPARI, MILANO 1973
Da un belvedere della val di Magra
Una volta, io lo so,
qui c'è stata la gioia.
L'aria ne trema ancora.
Ancora non si è spento lo stupore
della valle
a vedersela un giorno andar via.
DA VERSI OCCIDENTALI (1976)
La visita
Quando venivi a casa mia
dimenticavi spesso qualcosa
- un pettine degli orecchini due anelli -
Ma mi mentivi sempre,
la tua non era volontà di rimanere:
tu volevi andartene sì,
ma tenendomi nel giro del tuo corpo.
Eri eterna allora.
Se aprivo un cassetto
o spostavo una sedia
Mi volevi circondato dalle tue apparenze.
Solo così potevi correre dall'altro,
dirgli "amo solo te".
Fu così che la tua menzogna
santificò questa casa,
perché ora che sei come morta
tutto cambia,
tu che mentivi ora sei
quella che ha sempre detto la verità:
per gli oggetti si passa da questo mondo
al nulla, a colui che ora
porta alle dita i tuoi anelli,
che ha nei capelli il tuo pettine
ai lobi i tuoi orecchini spaiati.
Giocavo poco fa coi tuoi oggetti:
stavano in una mano,
non hai più altezza misura
non sanno più dire dove sei.
Per loro saresti l'aria il vuoto
se non ci fossi io a tradirne la fiducia
per trafugare un giorno
la sua immagine per te.
Perché tu allora romperai
l'incantesimo,
restituirai te stessa
agli oggetti a questa casa a me.
Da IL RE, LE PAROLE, MANDURIA, LACAITA (1980)
Il filo delle bugie
A me la mia vita non piace
e non posso cambiarla.
Mi sforzo allora di farmela piacere
e qualche volta mi dimentico,
dico che la vita è bella.
Ma la vita degli altri
mi sta sempre davanti
e mi viene una gran malinconia
perché nessuno riesce a mentire
davanti ame che so mentire qualche volta
così bene da dimenticare
che mi sto inventando la vita.
Andrà a finire che perderò
il filo delle bugie, delle verità
e una cosa nascerà simile
alla necessità di odiare qualcuno che amo
nella speranza che male e bene
non mentano più e smettano
di sembrare diversi.
La coperta del letto
Il mio amico Bruno se n'andava
da bambino in bicicletta cantando
in una lingua che non c'è.
Gli piaceva che la gente che passava
lo credesse sempre uno straniero.
Io, con la gran coperta del letto dei miei
sulle spalle, da bambino mi credevo re,
in cucina ricevevo personaggi,
decidevo le guerre e le paci,
facevo politica mondiale.
Questa storia è andata a finir bene
perché non è finita: non abbiamo
più smesso di giocare.
L'acqua
Quando ho sete faccio scorrere
a lungo l'acqua, vorrei poterla
bere più fresca, sempre più fresca.
Mi è capitato di non potermi decidere
e rimanere col bicchiere vuoto in mano,
pensando all'acqua che berrei
se attendessi ancora un po'.
E' una differenza così leggera,
da riempire il mare nell'attesa:
c'è qualcosa di così mortale
nell'acqua, che ieri ho tremato
sentendo un bambino dire "ho sete".
La cella
Signore - se credessi in Dio direi -
Signore, fammi il mondo
una cella così perfetta
che possa starci solo
la mia anima.
Signore, allarga la mia anima
al mondo,
fa ch'io ne esca solo il giorno
in cui non potrò
più incontrare altri che te.
Signore, prendi il mio sesso,
fa che né femmina né maschio
possa più capire,
nascondimi, fammi solo
parola di Dio.
I capelli
A sera a me la barba
è diventata dura e nera,
i tuoi capelli di zucchero filato
invece non si sono mossi,
non li spettina il vento,
chi sei?
Poeti e peccati
Tante sono le lingue del mondo,
solo il silenzio non c'è;
tu sai che poeti e peccati
saranno rimessi,
sono io, aprimi!
"Dio non parla"
Dio non parla,
è un poco divino
dimenticare una lingua.
Da CALMA DI VENTO, Garzanti 1987, premio internazionale "Eugenio Montale" '87, tradotto in francese da Monique Baccelli per "Les Editions de la Différence", Paris 1992, col titolo Calme de vent .
Folle
Pane. Chiamami pane,
pane, pane, molte volte
dimmi pane.
Perché tu sia a folle in me
la moltiplicazione
dei pani.
Astrologica
Se fossi donna non amerei che me stessa
nell'acqua,
se fossi uomo non amerei che la donna
che si ama nell'acqua,
se fossi acqua sarei l'acqua dlla donna
che si ama.
Ma l'uomo è fuoco e soffre,
non è amare d'acqua il suo che basti,
non è l'Oceano che abbraccia la Terra,
alito delle foglie marcite
che nutre le foglie vive.
La donna saprebbe non morire,
non può compiere la sua volontà
perché l'uomo la vide bagnarsi
con le sue compagne, scherzare,
non aver fretta, non percepire il tempo,
non aver bisogno di niente,
non chiedere altro che quello che ha;
e l'uomo fu sbranato dai cani
per averla vista nuda giocare
un giorno sull'acqua.
Perché l'occhio che guarda e s'interroga?
L'uomo è un intruso,
venne con lui il desiderio,
l'acqua e la terra non lo sapevano
quando venne sul vento il fuoco.
L'anima
Alcune volte ho pensato all'anima
che trattengo come la sabbia
nel risvolto dei pantaloni,
come la terra che non si stacca
dalla suola delle scarpe,
come una macchia di frutta
di stagione: la fragola
nonva più via, nemmeno le ciliegie,
ma la più terribile è la pesca.
Anche i cachi, le mele e le pere
facevano impazzire mia madre,
ma solo l'erba era come la pesca.
Ci si può macchiare anche di pioggia, rimane l'ombra dell'acqua,
una piccola zona più scura.
Dei colori solo l'acqua
diventa odore di muffa:
le stagioni non laciano odore.
Ho cercato d'immaginare
quale parte fdel viso porteremo,
come sarà ftta l'anima,
se avrà un naso, degli occhi, una bocca.
A che serviranno gli altri sensi,
se restano solo colori?
I nomi
Metteva nome Stanley a fiumi
che nessuno conosceva.
E sulle carte vergini dell'Africa
città e cascate apparivano
evocate da quell'esperto di nomi.
L'esploratore non rivelò mai
la formula delle sue evocazioni,
ma a volte, alzando il capo
in città a leggere i nomi
delle vie, in me rivive
quell'amore per gli sconociuti
prigionieri nel sonno delle pietre,
nell'incoerenza dell'acqua.
Sono qui, Signore, qui
Sono qui, Signore, qui,
mi troverà il tuo coltello?
Gli occhi
Gli occhi invecchiano
prima delle mani,
le ambizioni dinastiche
dei sensi cedono
alla signoria della notte
come se materia e forma
trovassero l'araldica
conciliazione di uno stemma.
Così negli occhi Dio governa
il mondo, motore immobile,
tregua fra oppositori e fedeli
alla signoria di Amore,
alto sulla vetta
dei corpi che vanno già
vestiti di cenere.
L'eleganza
Gli stili delle epoche, i sovrani
che non mutano nome ma numero
nella successione al trono,
sono gli anni del corpo.
Le prove del sarto ritagliano,
su stoffe che non copriranno
per sempre, il disegno d'una
figura incapace di pose
per l'artigiano severo
che fascia e cuce e rammenda
i guasti del tempo.
C'è, dentro quell'irrequietezza
davanti allo specchio, il sogno di un'eleganza
definitiva,
liberata dalla civetteria
della storia.
Il ritardo (Premio Lorici Pea 1986)
Per otto anni il mio orologio
ritardava un minuto e mezzo
ogni sette giorni.
Poi una mano lo aprì, e ora
anticipa di un minuto e mezzo
ogni sette giorni.
Risanato cammino, operato
invece che al cuore, al tempo.
E' una convalescenza da tutti
i ritardi sommati nelle mie arterie,
gli antipodi forse camminano così.
Si è spostato l'asse celeste del
cervello, di qualche grado in meno
inclinato sul piano della morte,
gioca con orbite di stelle più lontane.
Per fare i conti di quanto
debbo restituire di anni rubati,
scrivo queste operazioni.
Le stanze
Quanti sonni consumati
in queste stanze...
Poi un giorno le stanze
passeranno, ne costruiranno
altre, ma solo i sogni resteranno.
Il ciliegio giapponese
C'è il mandorlo,
l'albero che fiorisce
appena qualche giorno
e poi si spoglia del colore
per i frutti,
come tutti gli amori mortali.
C'è l'albero del fico
che non mette mai fiore,
è subito frutto,
come la madre di Dio.
C'è il ciliegio giapponese
che quasi non conosce frutto, è solo fiore,
come l'amore di Dio.
Il canto
Quando canti sento il mondo
Tutto aperto entrarmi dentro:
minacciato da un dolcissimo male
si rifugia intero nel mio corpo.
"Vattene, vattene via..."
gridano gli anni,
ma è tardi, il canto è entrato
dentro fino al cuore.
L'amore fiore
Tu sei i miei occhi,
io sono la tua voce,
oscura è la storia dei corpi
fioco rumore di anime
sfogliate come pagine,
non successivi capitoli d'una leggenda
di giorni nell'orbita
del sole e della luna,
ch'io non sono ancora
e che più tu non sei,
nomi di lingue morte e spente letterature,
voci di pastori d'Asia e di angeli
in lotta nell'oscurità per venire alla luce
della mia e della tua volontà
di stringersi a questo tempo
nell'attimo in cui lo sguardo del sole
e della luna in eclisse
si amarono e irruppe ladra
la morte sulla pelle
per il nostro vagabondaggio
in questo giardino dove nessuno
coglierà frutti, amore fiore,
desiderio perpetuo
di Adamo che dorme e Dio lo guarda
e pensa alla donna.
Lettera da Ferrara a un amico romano
Mi hai chiesto al telefono
perché non vengo ad abitare a Roma,
che ci sto a fare qui.
Ma qui si guarisce più in fretta,
si vede la vita calare a vista d'occhio.
Sapessi come occorre poco, un niente,
per una così lunga malattia,
sapessi come passa presto una giornata di nulla
davanti a un cortile dove non passa mai nessuno,
con le acacie i colombi i camini le statue ...
(vivere è superare un esame,
accumulare giorni bianchi,
le prove dell'innocenza).
(tratto da Roberto Pazzi, Il filo delle bugie, Poesie edite e inedite 1966/1994, Gabriele Corbo Editore, Ferrara-Roma 1994).
DA LA GRAVITA' DEI CORPI di ROBERTO PAZZI, Palomar 1998,
Prefazione di Claudio Marabini, Postfazione di Insel Marty
Silenzio
Santo santo santo è il silenzio
amore tre volte purificato
dal fuoco dal vento,
frutto del deserto
maturato dalle tenebre
per mani chiuse in cerca dell'alba.
Gli orologi di Ferrara
Due orologi battono dalle torri
le stesse ore a prudente distanza.
L'inutile ripetizione cerca
l'orecchio più duro
per convincerlo che il tempo
passa davvero
o è l'orecchio
che distorce il tempo e ripete
l'ora nella camera vuota della mente?
La mattina
La mattina non è ingrata,
difficile è la sera
addormentarsi senza qualcuno
che racconti e negli occhi
risusciti il risveglio
della mattina.
La voglia
E questa voglia antica
che mai si spegne
col passare degli anni,
come farò come farò domani?
Chi di un vecchio ancora ragazzo
perdonerà l'antica brama?
Il fiume
E nasce un tempo nuovo
Di quest'amore nascosto
come un pesce sotto i ciottoll
nelle pozze d'acqua fino a sparire.
Là sotto la voglia di tradirti
è solo la forza di saltare
da una pozza d'acqua
a un'altra, verso la perduta
corrente, nel fiume grande
dove c'eravamo trovati.
Paura del mare
Potessi risalire la corrente
riuscire a una sorgente...
Sono un pesce di fiume
che teme di perdersi nel mare
e ne ode lontanissimo il destino.
In volo verso la Sicilia
O vita mia che ti vuoi restituita
Solo a forze consumate,
vita che mi conduci veloce al finale,
alla rovina del mio corpo,
vita che mi hai chiuso in questa carne,
ti guardo da questi occhi,
nel mio odore di uomo
che occupa un'aria leggera
e lasxcia nel vuoto la forma
di un desiderio.
Passo dove passarono i corpi
Che formano quel vuoto,
aspiro l'aria che fu loro,
sono io, ora, il loro deposito
da consegnare
a chi non conoscerò.
Così intimo è il contatto,
così impudica la successione
negli atti, testamento mai scritto
di beni che non rimarranno
a nessuno. Perché alla fine
nessuno mi erediterà, nessuno
avrà i beni del primo
di questa catena di lasciti,
tutto ritornerà al primo possessore.
Siano rese grazie agli dèi
Che mi vollero sterile,
ma brucia la volontà di consistenza,
la fame di porti e di ospitalità
in enciclopedie dove i nomi
scorrono in successione diversa,
come re di Francia spossessati
del nome per un numero,
come l'aria che si sposta
al mio passaggio, ma non mi tiene,
non mi lega, non mi stringe,
mi lascia al male e al bene
del mio svanire.
La stretta
Impara da me, così veloce
A catturare la preda;
vivi due volte,
il sogno della cosa
e il gesto della presa
- all'atto di stringere però,
avrai già un principio
di affanno, lasciala... -
Al risveglio
Mi sveglio e dall'altra parte
del mondo se ne vanno a dormire.
C'è sempre qualcuno in viaggio
per entrare dove sto uscendo,
come la compagnia di musicanti
che ho sognato, dal Nord
in cammino verso il Sud.
Appena li ho salutati
la dolcezza della lingua
mi ha tradito:
ero il paese dov'erano
felici di svegliarsi
insieme a tutti i paesi
addormentati di questa
metà del mondo.
Sono una cava di sogni
ancora da sfruttare
per i lavoratori della notte,
un campo di grano
per chi questa notte
ha fatto il pane.
Alla morte
Se la morte fosse la mano gentile
che chiude gli occhi,
la coperta che avvolge un corpo
e lo protegge dal freddo,
un gesto rubato di assenso,
un sì lasciato cadere
a una muta domanda,
un patto privato, un passaggio
segreto, una tregua
rinnovata di anno in anno
fino a dimenticare l'esattore
distratto che non s'accorge
se convenga risvegliare la creatura
che gli si era affidata,
se la morte fosse un visita,
un viaggio, una vacanza,
traditi da un'amnesia
delle parole per tornare a casa,
un passaporto scaduto,
un'autorità che non firma
permessi, né rinnova visti
per una rivoluzione che ha sospeso
la legge, se la morte non fosse
cattiva, se fosse buona,
la morte?
Il campanello suona
Chi mi cerc, chi?
Corro su e giù verso la porta
Ma non c'è nessuno.
Eppure suona ancora,
lascio che si tradisca
in una voce, non mi muovo.
Chi sei?
Avevo paura di saperti
Di là dalla parete sveglio,
a spiarmi, da bambino.
Oggi sono io quel che eri tu,
mi sono messo una barba
bianca al collo,
un bambino truccato da vecchio
ti aspetta,
ma non resta molto tempo,
spegni il mio orgoglio.
Ho passato la vita a sognare
L'incontro che la spezza in due,
ecco che suoni ancora alla porta,
cosa faccio?
Se ti corro incontro non ci sei,
se attendo qui fermo
non ti accorgi di me,
Dio, apri la porta,
non tardare
(tanto so che sei tu)
Roma, giugno 1997.
Le ali
Mi mancano le ali
eppure l'ansia di riaprirle
m'accompagna notte e giorno.
M'insidia il desiderio,
mi cattura sul ramo più basso
dove matura la mia vista.
Sogno il nido laggiù,
l'uscita, il varci, il ritorno.
Le parole sono piume disperse,
antiche prove di volo,
invidia delle creature terrestri.
Qualcuno le spaventò,
disse che il canto le caccerà
non appena mi riscresceranno
le mie ali.
L'osso del numero
Ho nostalgia dei numeri dimenticati
nei conti minuti della spesa
da conservare nelle tombe dei vivi,
delicati deperibili segnali,
meridiani e paralleli della sete,
geografie della fame,
proiezioni di Mercatore
e linee di data del caldo,
fine del freddo,
calcoli di sonno e veglia,
temperature di febbre,
metrica di accenti e sillabe
da togliere alla carne
per darla al numero,
osso spolpato che rimane
ma posso dimenticare
il suo colore degli occhi,
il suo timbro della voce,
lassù in alto
dove i capelli scherzavano
al vento sulla testa.
Roma '97.
L'allegria della fine
Se la vita sta finendo
è una strana allegria
che mi cattura,
le cose da fare saranno
ancora per oggi infinite,
già domani si conteranno,
poi, dopo domani verrà
dato l'orario delle partenze.
L'ansia di fare la valigia
la conosco dalgli inizi
del viaggio, quando si partiva
per il mare,
combacia la valva che s'aprì
col coperchio solo un poco consumato,
e forse troverò due parole
in rima per chiudere la mia vita.
Ah, preziosa calma
di questi giorni,
ci si può riposare
guardando la via percorsa
e far somme e sottrazioni
di anni, e godere
delle date misteriose stelle
di un cielo che ruotava
senza che sentissimo il vento
degli astri.
Girando con la terra,
senza sosta, occupati a riempire
la durata del viaggio,
non porgevamo orecchio
alla musica e al silenzio,
del cosmo non avevamo sentimento.
EDIZIONI STRANIERE DELL'OPERA IN VERSI DI ROBERTO PAZZI. VERSIONI TRADOTTE.
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