La Poesia italiana del secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century

Tommaso Ottonieri

Tommaso Ottonieri (1958) ha pubblicato, in prosa narrativa e non, Dalle memorie di un piccolo ipertrofico (Feltrinelli, 1980), Coniugativo (Corpo10, 1984), Crema Acida (Lupetti-Manni, 1997), L’album crèmisi (Empirìa, 2000); in versi, Elegia Sanremese (Bompiani, 1998); e i sincretismi critici (intorno all’ultima scena letteraria in Italia) raccolti ne La Plastica della Lingua. Stili in fuga lungo una età postrema (Bollati Boringhieri, 2000).

 

 
                                      mina d'angelo 
                  (da Kerouac)
Angelo mio, che te ne stai tranquillo
Angelo di alcun Dio
		Angelo Latte, di cosa sei fatto
	Angelo, dalle Fratte
Angelo, incassa
                          Angelo che sfasci
Angelo, adesso, Gratta
		Angelo che vinci Angelo
	che t'avvinghi       che mi 
                                                 triti
                                                          (che sfumi, mini),
                                                                          sfrangia il tuo gelo,
                                         mischi
                              che
              Angelo
                                                                                           (1999)
 
 
 

         Memorie persiane
                                                 per Mario Persico
strappa velo estro disinnesca polveri
dal bulbo della testa innesta lampi
spenti niente ricordi niente zone
luccicanti ma solo lame, lacci
		su giù che vanno volano le cornee
		la bascula di vertebre rilascia
		ondate elastiche animelle d'ombre
		poi serpi mi trivellano la faccia
				un condominio dentro che si muove
				organi e vani dalla mente flaccida
				ondeggia l'armatura di cartone
				e cuore e milza l'omicidio irraggia 
						cose io ho visto da stamparmi d'orme
						incancellabili dovunque. acqua
						solcata, le tracce che all'abisso tornano
						di orche in rotta su un gorgo di naufragi
				infibulate dita, veli, forme
				che desiderio inerpicano, braccia
				flottando in lotta, io che tiro aste, corde,
				e i chador che in memoria mi si slacciano
		parati di damasco. intime spore
		da masticarmi. sola. avvolta in fasce,
		dalla testa una mummia mi si srotola.
		poi vola in faccia ad una luna rancida
ché c'è un rinchiuso spirito che doma
e strugge e arde la tigre che mi mangia
schiocca la frusta dritto sull'embrione
se quello parassita la mia pancia
		formicolìo degli organi e lì intorno
		le retrattili pelli si schiamazzano
		pose e richiami da un profondo porno
		fantasime che provano a chiavarsi
				gira la mano dall'interno corno
				questa lingua di vento che si orgasma
				mi tira a pera dentro del suo cono
				mi solarizza al fuoco della danza
						i meccanismi rotti quando crollano
						d'una folla di pezzi che collassa:
						congegni morti per la gola rollano
						il tetris dei residui qui in bonaccia
                                                                                                                (1999)




          Cucina (a New Haven)
                                                  "an and yet, and yet, and yet -"
tu rovinosa quiete quotidiana
scoscesa in palpebra, l'orbita spalanca
lo sbattere di ciglia sulla tronca
frana delle attese: e l'ora allarga, allaga
     	dalla quiete sospesa dell'istante
    	di questa quiete, ombra tu ti stagli
    	di stracca quiete lunga meridiana
    	la casa si spalanca, la palpebra è deserto
delle insonnie deglutite in un boccone
delle ansie vomitate nel tepore
d'un mezzo pollo crudo a ricavarne
cavarne fuori
    	spazi, vertigini di spazi, evìsceri
    	vertigini già pronte alla cottura
    	inforna queste fami nella dura
    	quiete vorace uscio del tuo cedere
cedere al polso del televisore
battito cuore in gola in un boccone
cedere spazio, fame nel pallore
	cuore (di panna!) dentro cui t'assorbe
	lo spazio no la sola sua memoria
	la sete no la sola algida sfera
	che ti assale, la sera, se sei solo
... e tu disarmi - 
			    il cibo: il
cibo, lo spazio, la fame, il cibo
di fame il boccone ingoiato e spu-
tato	e via - io dove qui a disfarmi
sfarmi
	  al trangugiarmi pregno delle immagini
argini
	cuore-di-panna fame delle immagini
	e la soda; sprizzata; e poi il clangore
	di pluto freddie mickey, splatt, la 
	notte le cauchemar le cocce schizze il cono
	il corno della notte rizzo sul
	margine questo margine di mar
	gine di 
	(sùccuba, ìncuba) d'incubata
	notte
	la notte
	di soda
	si muore
	da soli
	di soda
	si muore
	di televisore
... buio,
buio tubo a picco, a bocconi, bulbo
starnazza ombre dal buio, dal tubo
dal cibo dal limo dal fondo del
tubo, e dal sonno, e dagli occhi del sonno
e dalla mente esausta che stramazza 
viscere versa di fuori collassa
incubi aeròfagi dalla soda al cono al
tubo buco bulbo, falbo
da cui si sversa si sfarina il suono
	...
	la luce
	...
	la mente
	allora
	il bulbo
	dico
	la buca:
	la quiete:
buio dico buio
tubo dico tubo
buco la mente dal bulbo alle valvole
alle ibernate 
fughe, (dico), buie, succose super-
ghiotte ai 
romitaggi frigo-
rìferi:
                                                                 (1991)
 





	Colla
c'è sempre qualcosa che tiene attaccato
c'è sempre una colla che tiene distratto
un filo tra i denti che incide lo strappo
tra il tempo che vedi e il tempo del tatto
c'è sempre qualcosa che lega il tuo lato
c'è sempre qualcosa che lega al tuo lato
qualcosa che lega dispone il tuo stato
s'attacca alla bocca dal sonno ti stacca 
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che attacca su te la tua stasi
                                                                  (1989)
 
 



                       Luci sull'asfalto
                                                       per Garbo
	io che cammino parallelamente
	acclimatata imago a questo vetro
luce la notte già fusa sul retro
dell'afflosciarsi mio nebbioso,
	mentre, negli occhi, battono fanali
	la mente si consuma a farsi asfalto
d'onda scoccata rasa arco è lo sguardo  
che mi riassorbe alla mia posa, radio,
	io, che rilascio in macchia la mia immagine
	cioè che risuono al fondo del comburio
di metallica dimora più segreto
motore che m'assimila al suo faro,
			fuoco, io
	che mi partivo dalla strada dritta
	verso motels a coltivare insonnie
diviso basta adesso questo suono
a non distrarmi mai dal giusto corso,
	ora che luce mi trapassa fitta
	da parte a parte trapanando il vetro
cioè mi perfora dentro dal mio verso,
ora che sono il fuoco della luce
	di questa luce ardo che in me verso
	così che a questa luce ora mi saldo, io
		      che di me mi sfaldo,
		            che mi sfaldo:
                                                                       (1997)



 
 


Hotel Jugoslavia (i.e.: Nintendo War)
					da Hotel California by the Eagles
...Spesso cielo d'asfalto, s'arroventa negli occhi
Vento grasso di fuochi, su dall'aria che danza
	E' una lama di luce, scava qui la distanza
	La mia testa è bitume, dal pulsante si sgancia...
		Vita, scarica, in frantumi. La testata, si sgancia...
...Giù, a siluro, da Aviano: qui, all'Hotel Jugoslavia. 
...Lei che in piedi sulla soglia, resta immota e mi fa cenno
Che mi dice, - tu lo sai, che ogni cielo è ogni inferno, -
	Poi accendendosi candele, che non capisco come 
	La sirena va in fusione, grida E' Umana Missione...
		Che noi intrude Missione. Impossibile Missione.
			...E' un incendio, la notte. Qui, all'Hotel Jugoslavia.
...Suoni in fondo al corridoio, ricomponendo un coro
da smembrati cortei, metallici salmodiano
	Giù da una sala giochi, d'inabissato hotel
	Spingi forte sul joystick, che passerai il livello...
		Ogni vita esaurita, risettando, rinsangua...
			...Questo è il rogo. Nintendo. Dall'Hotel Jugoslavia.
Specchi invertono il soffitto, alcool spuma dai cubetti
E mi trovo cablato nei miei stessi congegni
	Sulla Hall Jugoslavia, dalla palude emersa
	La simulo e non posso più ammazzare la bestia
Sull'Hotel Jugoslavia, negli scrocchi della festa
Scaricando i miei alibi, per cumular tempesta
	Benvenuto all'Hotel, al livello finale
	Spara quanto ti pare, mai lo potrai lasciare
                                                                                          (1999)



 



                                         da   Elegia Sanremese   (Bompiani 1998):
versi-chincaglierie riscavano la mente
in cunicoli lunghi da non dire
rovista un poco, e tira le tue lire
gettonali rigirami più inverso

*

sai per sai per sai per
ché mi piaci
è per i 24
e quattro mila baci
che t'ho dati
flautati acuminati
da plastica e da stoffa
soffocati,
cioè dico in carne ed ossa, nella fossa
che più non ti darò
giaci giaci giaci 
sull'asfalto
il sangue ancora caldo
m'estingue sul tuo corpo
quando cado
(vertigo!!)
e a picco dal tuo corpo traggo il colpo
più sordo
che in te mi affonderò
giù per giù per giù per
questa strada
sterrata inerpicata
scialbata mai palpata, dolorosa
del mio orrore
tremore &
bugie meravigliose,
vedrò quel gatto nero che volevo
e non tenevo
e che da te non ho
così che poi aspettando,
e tanto così tanto,
e manco con sgomento,
crudele quel dondon delle sirene del
tormento,
che adesso viene qua,
adesso viene qua, adesso viene
mo proprio che son stanco, che mi svengo,
                                                                                          io
ti sento-o,
ti sento

*

frusciano qui creature dal midollo
pese suonando sotto della testa
anime in lotta in mezzo al capo e al collo
battono il campanello della festa
chiedono a me dov'è che sta il controllo
ragionano profonde nella notte
tutti soppesano i diritti e i torti
cantan canzoni con ignoti accordi
e sulle ossa il tempo a suon di botte


*


matto, matto, matto
mi tira, il cuore, a strappo
rotto, guarda, sotto
la pelle, il cuore, un botto
forte, proprio, forte
s'eietta, il cuore, e parte
sbatte, e gira, batte
l'idea, che il derma stacca
che quindi sbanda
se il cuore spacca
che lenta spacca
(il contatto)
si stacca:

*

c'è un motivo che mi sbatte nella testa,
e non se ne va
è qualcosa che attacca
tipo la lacca, e rimane là
tutto un senso di noia
dentro la gola - è la felicità,
questa qua? oppure è il malessere
che mi succhia dal plesso,
cioè andando giusto dalla testa, quando
finita è la festa, la festa
che tutti se ne vanno tutto fuma 
nella mente, con la rabbia
che stagna sulle cose: e resta
a recidere l'aria
lo strazio funerario
che trivella il mio cranio
in tempesta, scompare
ogni traccia
del senso, la musica
sfuma, se pesta, da ossessa, il pensiero,
il pensiero,
è in bonaccia

*
cioè: pensa al tuo stato minerale
a queste pietre come fanno male
alla tua zolla molla così molla
pensa che preme quello che risale
pensa al tuo seme come sa di sale
alle pietre che si piantano sul fianco,
nel tuo fango, qualunque cosa fai,
dovunque, se ti stai,
sarà così, vedrai,
alla ruspa che affonda per lo sbanco:
così che tu sarai così molle; così stanco

*
forse un bel giorno basta, andare via
trovarsi in faccia il tutto come un nien-
te: e poi tuffarsi e non riemergere -
                                                                        o sci-
volare, via, la mente, dalla ria
resistenza del Corpo, che ci tiene
			               (del Tempo, che ci perde)
forse un bel giorno uscirsene dal giorno,
                                                                                    via
dall'arpa canora che sul vento ci sfiora
		(sulle ali del vento, spezzate dal vento,
in questo momento) adesso che sento
l'inanità del tempo, che implora
d'abbarbicarsi limaccioso all'ente
                                                                        -  e non 
saper tenersi neanche un poco
quando la muffa scappa dalle unghie
che lievita le unghie dalla rumba
mi lievita, dunque, dall'unghie spuntandosi
m'allevia - io sciolgo l'arsura sonora,
                                                                                 per dire
ciao mentre scivolo
ciao mentre scivolo,
ciao







	El Conquistador
						da Edgar Allan Poe
Ecco: è già notte di Gala
	Degli ultimi anni solìi!
Ressa d'angeli ornati / Rissa soffice d'ali -
	...Da' veli che grondano affanni...
Dall'ima Platea per Plaudire
	La "pièce" di Paura & Desire -
Se Orchestra di suoi spasmi espira
	celeste Armonica di Sfere -
		o Musica di Mille Lire! Mimi:
Maschere del Dio: nell'Alto
	Biasciando la chioccia voce bassa -
Svolacchiano entropica mobile massa -
	Non più che fantocci, che vengono e vanno
Derive di vaste d'informi / 
				   deformi cose 
	La scena trasmutano da un lato e dall'altro
					(inconsolate: erose)
Scotendo lor ali di Condor cospargono
	Pene invisibili & ascoso Affanno
		Pinte, accozzate, teatrali Pose! -
Mélo  cangiante! Nulla
	Sarà per voi scordato:
Il Fantasma fantoccio che la Folla
	Rincorre senza mica afferrarlo -
Al mezzo d'un cerchio che sempre ritorna al-
	Lo stesso centro del Sé - 
						   e la Follia
Che è molta, e ancor più è il Peccato - 
	E Orrore che anima/muta la fola!
E' Orrore che smuove la mota Che traccia la rotta Che sfolla dal 
Cerchio Che sfalsa i contorni! Orrore dei fondali adorni Orrore dei miei cupi giorni 
Del Sole Nero de l'Etterno Rullo!
- Mira! - nel mezzo di mimica rissa
                                                   (e lubrìca)
        Una forma s'intrude che striscia!
                                                    e struscia!
	                                               e si lombrìca!
Sanguisuga la Cosa / Che si dimena & insinua
	Sul Deserto Sconcerto della Vuota Scena! -
Si torce! - e contorce! - di morte gli spasimi
	- Fatti suo pasto i mimi -
Ed alle zanne bèstie singhiozzano i serafini
	Pregne di sangue a grumi, globuli a bocconcini -
		A litri l'infiasca tra Spire Ritorte:
		S'intrude alla Tresca di Forme già Morte:
Si spengono le luci - s'accendono le fauci
	E sul Brivido d'ogni Forma, casca
Il sipario - funebre trama, & funesta - che tomba - insomma -
	Giù a rombo di tempesta - che rumba, che affonda
Che gli angeli pallidi esausti che gli angeli rauchi 
	Levandosi Esponendosi alla Persa Vista,
				                   ANNUNCIANO:
Che "UOMO" ha nome la Tragica Farsa,
	E VERME è il suo Eroe, il Verme, sì, il Verme -
		"E' il VERME che CONQUISTA!!"
                                                                                           (1994)
 
 

vapore, screenplay
(cinque variazioni su un tema di "Elegia Sanremese",
 per Balletti & Mercandelli)
rotti nervi al calore
d'un meriggiato ardore tutto-sibili
sincope di vapore
fra cigolìi d'automi, ferro, brividi
un pugno di desiri
troppo presto esauditi,
senza limiti:
cornee affiorano in gore
fitte al calore plastico dei liquidi
squagliano nel colore
gorgo petrolio da orifizi lividi
spugna d'ogni sospiro
senza peso assorbito,
entro i miei rivi
lacero il mio calore
fisso al lavacro di mucose rétine
succubo d'ogni errore
di qua del ronzio elettrico nell'iride
orma di desiderio
inverso al derma imprimi
altre ferite
lacrima di vapore
sfatta che d'acre rétina colliqui
sformi ogni visione
resa al ronzio al lattice dell'iride
colla di desiderio
in fondo al sonno instilli
i tuoi colliri
un turbine di scorie
in rotta in fondo a paralleli viali
dal fumo del motore
derma ustorio di muchi, scosse, fari
sonno senza sollievo
nel cellofan dei corpi
senza velo
carne muta se irrori
della vena che inonda dai suoi rivoli
toccami del tuo ardore
dal sibilo d'incendi di vescica
coglimi nei respiri
che si arrestano, tenui
sulle vertebre
                                                                                             (1999)
 
 

post-scriptum, Kerouac, l'ultimo albergo
	Ultimo albergo
	Di fronte, un muro, nero
	Ombra che vedo, stampata sul vetro,
	E lui che parla, che
	non m'interessa di che cosa, parla,
	ma soltanto che questo,
	questo è l'ultimo albergo
L'ultimo albergo
Fantasmi nel letto
Sangue di vittime
L'ultimo albergo
                                                           (1999)