La Poesia italiana del secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century
Tommaso Ottonieri

mina d'angelo
(da Kerouac)
Angelo mio, che te ne stai tranquillo Angelo di alcun Dio
Angelo Latte, di cosa sei fatto Angelo, dalle Fratte
Angelo, incassa
Angelo che sfasci
Angelo, adesso, Gratta
Angelo che vinci Angelo
che t'avvinghi che mi
triti
(che sfumi, mini),
sfrangia il tuo gelo,
mischi
che
Angelo
(1999)
Memorie persiane
per Mario Persico
strappa velo estro disinnesca polveri dal bulbo della testa innesta lampi spenti niente ricordi niente zone luccicanti ma solo lame, lacci
su giù che vanno volano le cornee la bascula di vertebre rilascia ondate elastiche animelle d'ombre poi serpi mi trivellano la faccia
un condominio dentro che si muove organi e vani dalla mente flaccida ondeggia l'armatura di cartone e cuore e milza l'omicidio irraggia
cose io ho visto da stamparmi d'orme incancellabili dovunque. acqua solcata, le tracce che all'abisso tornano di orche in rotta su un gorgo di naufragi
infibulate dita, veli, forme che desiderio inerpicano, braccia flottando in lotta, io che tiro aste, corde, e i chador che in memoria mi si slacciano
parati di damasco. intime spore da masticarmi. sola. avvolta in fasce, dalla testa una mummia mi si srotola. poi vola in faccia ad una luna rancida
ché c'è un rinchiuso spirito che doma e strugge e arde la tigre che mi mangia schiocca la frusta dritto sull'embrione se quello parassita la mia pancia
formicolìo degli organi e lì intorno le retrattili pelli si schiamazzano pose e richiami da un profondo porno fantasime che provano a chiavarsi
gira la mano dall'interno corno questa lingua di vento che si orgasma mi tira a pera dentro del suo cono mi solarizza al fuoco della danza
i meccanismi rotti quando crollano d'una folla di pezzi che collassa: congegni morti per la gola rollano il tetris dei residui qui in bonaccia
(1999)
Cucina (a New Haven)
"an and yet, and yet, and yet -"
tu rovinosa quiete quotidiana scoscesa in palpebra, l'orbita spalanca lo sbattere di ciglia sulla tronca frana delle attese: e l'ora allarga, allaga
dalla quiete sospesa dell'istante
di questa quiete, ombra tu ti stagli
di stracca quiete lunga meridiana
la casa si spalanca, la palpebra è deserto
delle insonnie deglutite in un boccone delle ansie vomitate nel tepore d'un mezzo pollo crudo a ricavarne
cavarne fuori
spazi, vertigini di spazi, evìsceri
vertigini già pronte alla cottura
inforna queste fami nella dura
quiete vorace uscio del tuo cedere
cedere al polso del televisore battito cuore in gola in un boccone cedere spazio, fame nel pallore
cuore (di panna!) dentro cui t'assorbe lo spazio no la sola sua memoria la sete no la sola algida sfera che ti assale, la sera, se sei solo
... e tu disarmi - il cibo: il cibo, lo spazio, la fame, il cibo di fame il boccone ingoiato e spu- tato e via - io dove qui a disfarmi sfarmi al trangugiarmi pregno delle immagini argini
cuore-di-panna fame delle immagini e la soda; sprizzata; e poi il clangore di pluto freddie mickey, splatt, la notte le cauchemar le cocce schizze il cono il corno della notte rizzo sul margine questo margine di mar gine di (sùccuba, ìncuba) d'incubata notte la notte di soda si muore da soli di soda si muore di televisore
... buio, buio tubo a picco, a bocconi, bulbo starnazza ombre dal buio, dal tubo dal cibo dal limo dal fondo del tubo, e dal sonno, e dagli occhi del sonno e dalla mente esausta che stramazza viscere versa di fuori collassa incubi aeròfagi dalla soda al cono al tubo buco bulbo, falbo da cui si sversa si sfarina il suono
...
la luce
...
la mente allora il bulbo dico la buca:
la quiete:
buio dico buio tubo dico tubo buco la mente dal bulbo alle valvole alle ibernate fughe, (dico), buie, succose super- ghiotte ai romitaggi frigo- rìferi:
(1991)
Colla
c'è sempre qualcosa che tiene attaccato c'è sempre una colla che tiene distratto un filo tra i denti che incide lo strappo tra il tempo che vedi e il tempo del tatto
c'è sempre qualcosa che lega il tuo lato
c'è sempre qualcosa che lega al tuo lato qualcosa che lega dispone il tuo stato s'attacca alla bocca dal sonno ti stacca
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che ti si lega al lato
qualcosa che attacca su te la tua stasi
(1989)
Luci sull'asfalto
per Garbo
io che cammino parallelamente acclimatata imago a questo vetro luce la notte già fusa sul retro dell'afflosciarsi mio nebbioso, mentre, negli occhi, battono fanali la mente si consuma a farsi asfalto d'onda scoccata rasa arco è lo sguardo che mi riassorbe alla mia posa, radio, io, che rilascio in macchia la mia immagine cioè che risuono al fondo del comburio di metallica dimora più segreto motore che m'assimila al suo faro, fuoco, io che mi partivo dalla strada dritta verso motels a coltivare insonnie diviso basta adesso questo suono a non distrarmi mai dal giusto corso, ora che luce mi trapassa fitta da parte a parte trapanando il vetro cioè mi perfora dentro dal mio verso, ora che sono il fuoco della luce di questa luce ardo che in me verso così che a questa luce ora mi saldo, io che di me mi sfaldo, che mi sfaldo:
(1997)
Hotel Jugoslavia (i.e.: Nintendo War) da Hotel California by the Eagles
...Spesso cielo d'asfalto, s'arroventa negli occhi Vento grasso di fuochi, su dall'aria che danza E' una lama di luce, scava qui la distanza La mia testa è bitume, dal pulsante si sgancia...
Vita, scarica, in frantumi. La testata, si sgancia...
...Giù, a siluro, da Aviano: qui, all'Hotel Jugoslavia.
...Lei che in piedi sulla soglia, resta immota e mi fa cenno Che mi dice, - tu lo sai, che ogni cielo è ogni inferno, - Poi accendendosi candele, che non capisco come La sirena va in fusione, grida E' Umana Missione...
Che noi intrude Missione. Impossibile Missione.
...E' un incendio, la notte. Qui, all'Hotel Jugoslavia.
...Suoni in fondo al corridoio, ricomponendo un coro da smembrati cortei, metallici salmodiano Giù da una sala giochi, d'inabissato hotel Spingi forte sul joystick, che passerai il livello...
Ogni vita esaurita, risettando, rinsangua...
...Questo è il rogo. Nintendo. Dall'Hotel Jugoslavia.
Specchi invertono il soffitto, alcool spuma dai cubetti E mi trovo cablato nei miei stessi congegni Sulla Hall Jugoslavia, dalla palude emersa La simulo e non posso più ammazzare la bestia
Sull'Hotel Jugoslavia, negli scrocchi della festa Scaricando i miei alibi, per cumular tempesta Benvenuto all'Hotel, al livello finale Spara quanto ti pare, mai lo potrai lasciare
(1999)
da Elegia Sanremese (Bompiani 1998):
versi-chincaglierie riscavano la mente in cunicoli lunghi da non dire
rovista un poco, e tira le tue lire gettonali rigirami più inverso
*
sai per sai per sai per ché mi piaci è per i 24 e quattro mila baci che t'ho dati flautati acuminati da plastica e da stoffa soffocati, cioè dico in carne ed ossa, nella fossa che più non ti darò
giaci giaci giaci sull'asfalto il sangue ancora caldo m'estingue sul tuo corpo quando cado (vertigo!!) e a picco dal tuo corpo traggo il colpo più sordo che in te mi affonderò
giù per giù per giù per questa strada sterrata inerpicata scialbata mai palpata, dolorosa del mio orrore tremore & bugie meravigliose, vedrò quel gatto nero che volevo e non tenevo e che da te non ho
così che poi aspettando,
e tanto così tanto,
e manco con sgomento,
crudele quel dondon delle sirene del
tormento,
che adesso viene qua,
adesso viene qua, adesso viene
mo proprio che son stanco, che mi svengo,
io
ti sento-o,
ti sento
*
frusciano qui creature dal midollo pese suonando sotto della testa anime in lotta in mezzo al capo e al collo battono il campanello della festa chiedono a me dov'è che sta il controllo
ragionano profonde nella notte tutti soppesano i diritti e i torti cantan canzoni con ignoti accordi e sulle ossa il tempo a suon di botte
*
matto, matto, matto mi tira, il cuore, a strappo
rotto, guarda, sotto la pelle, il cuore, un botto
forte, proprio, forte s'eietta, il cuore, e parte
sbatte, e gira, batte l'idea, che il derma stacca
che quindi sbanda se il cuore spacca
che lenta spacca (il contatto)
si stacca:
*
c'è un motivo che mi sbatte nella testa, e non se ne va
è qualcosa che attacca tipo la lacca, e rimane là
tutto un senso di noia dentro la gola - è la felicità,
questa qua? oppure è il malessere che mi succhia dal plesso,
cioè andando giusto dalla testa, quando finita è la festa, la festa
che tutti se ne vanno tutto fuma nella mente, con la rabbia che stagna sulle cose: e resta a recidere l'aria
lo strazio funerario che trivella il mio cranio
in tempesta, scompare ogni traccia del senso, la musica sfuma, se pesta, da ossessa, il pensiero, il pensiero,
è in bonaccia
*
cioè: pensa al tuo stato minerale a queste pietre come fanno male alla tua zolla molla così molla pensa che preme quello che risale
pensa al tuo seme come sa di sale alle pietre che si piantano sul fianco, nel tuo fango, qualunque cosa fai, dovunque, se ti stai, sarà così, vedrai, alla ruspa che affonda per lo sbanco: così che tu sarai così molle; così stanco
*
forse un bel giorno basta, andare via
trovarsi in faccia il tutto come un nien-
te: e poi tuffarsi e non riemergere -
o sci-
volare, via, la mente, dalla ria
resistenza del Corpo, che ci tiene
(del Tempo, che ci perde)
forse un bel giorno uscirsene dal giorno,
via
dall'arpa canora che sul vento ci sfiora
(sulle ali del vento, spezzate dal vento,
in questo momento) adesso che sento
l'inanità del tempo, che implora
d'abbarbicarsi limaccioso all'ente
- e non
saper tenersi neanche un poco
quando la muffa scappa dalle unghie
che lievita le unghie dalla rumba
mi lievita, dunque, dall'unghie spuntandosi
m'allevia - io sciolgo l'arsura sonora,
per dire
ciao mentre scivolo
ciao mentre scivolo,
ciao
El Conquistador da Edgar Allan Poe
Ecco: è già notte di Gala Degli ultimi anni solìi! Ressa d'angeli ornati / Rissa soffice d'ali - ...Da' veli che grondano affanni... Dall'ima Platea per Plaudire La "pièce" di Paura & Desire - Se Orchestra di suoi spasmi espira celeste Armonica di Sfere -
o Musica di Mille Lire! Mimi:
Maschere del Dio: nell'Alto Biasciando la chioccia voce bassa - Svolacchiano entropica mobile massa - Non più che fantocci, che vengono e vanno Derive di vaste d'informi / deformi cose La scena trasmutano da un lato e dall'altro (inconsolate: erose) Scotendo lor ali di Condor cospargono Pene invisibili & ascoso Affanno
Pinte, accozzate, teatrali Pose! -
Mélo cangiante! Nulla Sarà per voi scordato: Il Fantasma fantoccio che la Folla Rincorre senza mica afferrarlo - Al mezzo d'un cerchio che sempre ritorna al- Lo stesso centro del Sé - e la Follia Che è molta, e ancor più è il Peccato - E Orrore che anima/muta la fola!
E' Orrore che smuove la mota Che traccia la rotta Che sfolla dal
Cerchio Che sfalsa i contorni! Orrore dei fondali adorni Orrore dei miei cupi giorni
Del Sole Nero de l'Etterno Rullo!
- Mira! - nel mezzo di mimica rissa
(e lubrìca)
Una forma s'intrude che striscia!
e struscia!
e si lombrìca!
Sanguisuga la Cosa / Che si dimena & insinua
Sul Deserto Sconcerto della Vuota Scena! -
Si torce! - e contorce! - di morte gli spasimi
- Fatti suo pasto i mimi -
Ed alle zanne bèstie singhiozzano i serafini
Pregne di sangue a grumi, globuli a bocconcini -
A litri l'infiasca tra Spire Ritorte: S'intrude alla Tresca di Forme già Morte:
Si spengono le luci - s'accendono le fauci E sul Brivido d'ogni Forma, casca Il sipario - funebre trama, & funesta - che tomba - insomma - Giù a rombo di tempesta - che rumba, che affonda Che gli angeli pallidi esausti che gli angeli rauchi Levandosi Esponendosi alla Persa Vista,
ANNUNCIANO:
Che "UOMO" ha nome la Tragica Farsa, E VERME è il suo Eroe, il Verme, sì, il Verme -
"E' il VERME che CONQUISTA!!"
(1994)
vapore, screenplay (cinque variazioni su un tema di "Elegia Sanremese", per Balletti & Mercandelli)
rotti nervi al calore d'un meriggiato ardore tutto-sibili sincope di vapore fra cigolìi d'automi, ferro, brividi un pugno di desiri troppo presto esauditi, senza limiti:
cornee affiorano in gore fitte al calore plastico dei liquidi squagliano nel colore gorgo petrolio da orifizi lividi spugna d'ogni sospiro senza peso assorbito, entro i miei rivi
lacero il mio calore fisso al lavacro di mucose rétine succubo d'ogni errore di qua del ronzio elettrico nell'iride orma di desiderio inverso al derma imprimi altre ferite
lacrima di vapore sfatta che d'acre rétina colliqui sformi ogni visione resa al ronzio al lattice dell'iride colla di desiderio in fondo al sonno instilli i tuoi colliri
un turbine di scorie in rotta in fondo a paralleli viali dal fumo del motore derma ustorio di muchi, scosse, fari sonno senza sollievo nel cellofan dei corpi senza velo
carne muta se irrori della vena che inonda dai suoi rivoli toccami del tuo ardore dal sibilo d'incendi di vescica coglimi nei respiri che si arrestano, tenui sulle vertebre
(1999)
post-scriptum, Kerouac, l'ultimo albergo
Ultimo albergo Di fronte, un muro, nero Ombra che vedo, stampata sul vetro, E lui che parla, che non m'interessa di che cosa, parla, ma soltanto che questo,
questo è l'ultimo albergo
L'ultimo albergo
Fantasmi nel letto
Sangue di vittime
L'ultimo albergo
(1999)