La Poesia italiana del secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century
Vittorio Cozzoli

VITTORIO
COZZOLI, nato a Cremona, dove vive. Laurea all’Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano. Lasciato l’insegnamento nel 1999, si dedica allo
studio e alla scrittura. Come poeta ha pubblicato i seguenti volumi:
“POESIE”, con lettera di Carlo Betocchi
(Edizioni di Revisione - Roma 1976); “
Antologia
poetica di Vittorio Cozzoli
*
da
“LA SPLENDIDA LUCE” (Nardini
Editore 1992)
Nel
primo dei misteri gloriosi
avrei
un segreto da confidare,
ma
prova tu a scrivere queste cose,
prova
il rumore della luce
quando
brilla dalle stelle
e
piano piano discende fino al punto
in
cui sorge o risorge la vita.
Certo,
riferimenti a fatti concreti, dici,
come
quando piantò quella vigna,
come
chi leggendo il libro della vita,
perde
il segno. Dove eravamo rimasti?
*
Che
il fumo dei semi di anice verde,
bruciati
in un imbuto, guarisse la sordità,
che
il biancospino calmasse del cuore
le
inquiete improvvise palpitazioni
e
vincesse l’insonnia ostinata,
questo
si credeva al tempo dei tempi.
Ma
oggi? Oggi di troppi bisogni.
Oggi
per questo tanto più amato.
Altra
cosa è seminare certezze,
come
quando scrisse: Non abbiate timore,
perché
quanto ha di più bello il deserto
ha
rigermogliato.
*
Nel
terreno umido delle rive
il
salice grigio, tremulo,
il
pioppo ibrido, già bianco già nero,
e
più in là l’olmo minore,
l’acero
campestre e gelsi, cespugli.
E
più giù, di radice in radice,
giungo
alla radice di tutte le cose.
E
penso a come sacra è questa unione.
E
più sù un diffondersi vivo nell’aria,
un
guardare in posizione d’ascolto.
E,
ascoltando, con lei vado
che
fa brillare di quiete le cose,
che
fa tornare allo splendore
le
distrutte.
*
Ma
c’è un bianco dentro la luce
ancor
più misterioso
più
oscuro delle ombre
più
chiaro delle evidenze,
lo
so, lo so da molti anni,
mi
tiene per sé, lo tengo per me,
non
per egoismo, non per altro,
perché
questo è il mio colore.
Di
questo bianco parla Dante,
di
questo, non degli altri:
la
calce violenta dei muri,
la
pagine mai scritte,
i
fumi delle cose che non sono.
*
In
viaggio con le stagioni - il nome
del
santo invocato contro il fulmine,
la
grandine, gli spiriti maligni -
sempre
in viaggio tra la minima
e
la massima delle intelligenze,
dentro
la bontà dell’arcano silenzio,
ah
eccovi, piccoli e grandi doni,
pigne
di larice, licheni crostosi, muschi,
silenzi,
rocce, radici, respiri, sorrisi,
ah
come tutto semplice per voi,
messaggeri
della splendida luce,
mentre
lascio che lei si spieghi,
mentre
tutto è presente e siamo già qui.
*
Non
sono matto, non lascio
che
qualcosa faccia da padrone,
nemmeno
ci provo, sarebbe troppo.
In
mano ho solo una penna,
so
bene quello che posso scrivere.
Posso
distinguere il giorno dalla notte,
ciò
che è chiaro da ciò che è scuro,
scrutare
gli ultimi fuochi del tramonto,
le
prime luci dell’alba, guardare
le
anatrelle alzarsi in volo
tra
l’azzurro e il bianco delle nubi,
eppure,
se ci penso, a volte
come
in una nebbia vedo di più
e
sto di casa nella notte,
che
non è il buio.
*
Da
qualche tempo più spesso
comprendo
il mio tutto, il mio nulla,
qualcosa
della mia luce, del buio.
So
che per noi luce è il buio
della
sua luce, che il suo buio
per
noi è luce della sua luce.
Più
semplice diventa il desiderio.
Per
solo amore del suo amore
ardono
i resti della mente.
***************************************
da
“IL PURGATORIO DEL PARADISO” (Mobydick
1998)
*
I
tempi, lo vogliano o no, già stanno
cambiando.
Senti? Il cuculo improvviso
risuona
dal bosco dell’inverno.
Se
Dio vuole anche la notte finisce.
Già
vengono i tempi nuovi, i nostri.
E
tornano i santi della realtà.
E’
dall’infanzia che crescono i meli.
*
Le
anatre in volo, selvatiche
sopra
boschine e acque di pianura,
salutiamo
a lungo con lo sguardo.
Dove
vanno non so, e se anch’io
con
la mente volo è sopra le nubi.
Quello
che capisco è senza fondo.
Sì,
qualcosa che nessuno traduce.
Nel
vento è il silenzio del volo. Dopo,
solo
dopo vengono le parole.
*
“Sei
tu? – domandiamo – Proprio tu?”
Rispondono
in festa tutte le cose,
il
ginepro fenicio e l’elicriso,
l’oleastro
e il lentisco tra i graniti
e
le piccole silvie del cisteto,
i
pratini profumati di menta
tra
sabbie e sali, dove forte il vento
insiste
perché brillino le stelle.
Sì,
non puoi essere che tu, qui, per noi,
nella
luce di Caprera, la selvaggia.
*
Come
lepre impazzita d’amore,
nelle
radure, nei campi, nei boschi,
nelle
grotte, nelle altezze dei monti.
Chi
ti fermerà non ti vorrà bene
e
chi ti inseguirà per sorpassarti
sarà
perché tu per lui ti sorpassi.
Ma
che tu corra o sia ferma è lo stesso.
*
Come
i cicognni della cicogna
le
poesiole della poesia.
Certo,
questo è solo scritto, ma anche ora,
con
tutto il mio sapere, ne so meno
di
prima. Tutto è poco, tutto è molto.
Il
riassunto del paradiso
il
fiato corto del mondo e il vento di Dio.
E
i senza parole, frequenti nell’azzurro.
*
Non
invecchia la luce. Non invecchia.
Per
questo, senza togliere lo sguardo,
lascio
che sempre a me torni.
Non
mi chiama col nome di un altro
e
non cambia la forma delle cose.
Fissa
le ombre, solo un poco le muove.
Insegna,
torna e insegna. Non può stare
nascosta.
Non tace. La sua voce è
più
del canto degli uccelli nel bosco,
del
liquido miracolo dell’acqua,
del
silenzio dei santi traduttori.
*
Bianchi
di neve i monti all’orizzonte.
Senza
burroni è l’inverno della pianura.
Ma
chiamano, chiamano gli alti monti.
Ho
deciso, né compero né vendo.
Là
dove tu splendi, dal buio vedo
un
oro farsi, di oro chiaro. Andare,
salire.
Uno di gioia, uno di dolore.
Anche
la lingua lo dice, la lingua,
in
leggere filigrane scritta.
*
A
volte la quiete insorge, altissima.
Si
muove? E’ mossa? Chi può saperlo?
L’evidenza
è buona testimone:
un
cesto di sorbi, uno di lazzeruoli.
E
silenzi d’improvviso stupore.
Dico
che tutto è tutto, che niente è niente,
che
tutto è niente, che niente è tutto.
Ma
è dalla nascita che l’amore
mi
assedia. Lo so, se m’inganno
è
per dubbio. Se sbaglio, è per buona fede.
Se
vedo, intravedo.
**************************************
da
“COSI’ TU A ME” (Mobydick
2000)
*
Proprio
così hai detto:
“Via
Vittorio Cozzoli già via Dante”.
Mi
hai fatto ridere. Abbiamo riso insieme
in
una via traversa di questa Cremona.
Ma
veniamo al dunque. Lui, uscito
dai
piccoli perimetri dei verbi
attivi,
può dire: “Nobile è il limbo
ma
l’aggettivo del paradiso è
il
suo sostantivo”. Ed io: “Per ora
quelli
che con me viaggiano
dal
modo di piangere li riconosco,
dal
sofferente sorriso della nostalgia,
dall’incessante
ansia della gioia”.
*
“Già
non confondi il mezzo col fine,
più
chiare ti sono le differenze,
distingui
il bene dal male. Dunque? “
“Anche
un sasso nel miele resta del suo”.
“Cosa
lasci alle spalle?”. “Il secolo”.
“Davanti?”.
“Il fuoco dei serafini”.
E
ora?”. “Quella parte che resta del viaggio”.
“Mangia
mele e allegra frutta dell’inverno,
mangiala
con quelli che hanno fame”.
*
Leggo
una tempesta di neve, no,
non
sul libro. Domani l’azzurro
leggerà
il bianco. Il bianco l’azzurro.
Dici:
“Ancora adolescente è la realtà.
Un
poco di sogni vive, un poco d’attesa.
Ma
il presente è già qui, nella sua ora.
Dunque,
tieni ben fermi in terra i piedi”.
Perché,
ora, questo passaggio nel cielo
di
uno stormo di anatre selvatiche?
Perché
l’aria diventa vento?
*
Qui
non si gioca a testa o croce.
Dileguano
le ombre della paura,
solo
timori dicono, che non sono.
Nuova
è la notte, nuova. Dici: “Guarda
come
adora la luce delle stelle”.
Dunque,
un giorno Giobbe nella cenere
un
altro Davide saltellante,
ma
sempre, convenìtene poeti,
altra,
oltre questa, è la nostra lingua.
*
Un
haiku, del giapponese Kijo,
oggi,
d’aprile, leggo e rileggo.
“Nella
pioggerellina primaverile –
di
certo, è uscito
lo
spiritello della pietra”.
E
aggiungo: “Di chi è figlio,
di
chi, questo odore che profuma?
Da
dove viene? Dallo stesso luogo
dove,
qui e là, abita il mistero?”.
Mi
rispondi: “La sua forma, la tua,
è
quella che la luce dà al cuore”.
Le
scienze? Oscure, e sempre in ritardo.
*
Dall’aria
è giunto un seme, volando, qui.
Del
cardo? Dell’angelica? Di cosa?
Dal
prato del paradiso? Da dove?
Né
strega né indovina, l’anima,
povera,
ignorante, proprio non sa.
Vede
e non vede, pensa e non pensa.
Guarda
intorno, chiedere vorrebbe,
ma
nel silenzio dei fiori la luce
ride
di quel riso che ferma il tempo.
“Nobile
venticello, che volando vai,
fermati,
sta fermo, rispondi a me:
da
cosa conosco il tempo?” Volando
dici:
“Dall’eterno, è, dall’eterno”.
*
Del
ribes, dei frutti dell’uva spina,
ombre
cugine, forse gemelle.
Ma
altro è da pensare. Il problema?
Gridi
e gridi, ma il silenzio ti fissa,
paziente
ti attende. Te, nel punto d’oro.
Quello
che è stato sarà. Ora è in viaggio.
“La
donna ha ragione, comprendila.
Alza
la sua sintassi? Sèguila
nel
suo discorso, nella sorpresa. E se vola,
vola.
E se tace, taci. Di più, amala.
Dall’altra
sua parte, non più sola”.
*************************************
da
“ GLI UCCELLI” (Stamperia
dell’Arancio 2002)
*
Sirio
brilla nel sereno. E’ febbraio,
quasi
marzo. Del colore della sua luce
sono
le piccole stelle. Tutto torna.
Le
gemme dei salici? Eccitate,
come
bambini. Anitre e gallinelle?
Come
le bianche oche cercano l’acqua,
di
canali e piccoli stagni ombrosi.
Ma
facciamo due calcoli, uno subito
e
l’altro più in fretta. In precario
equilibrio
è la giustizia.
*
Anche
meglio vivrebbe, ma non può,
senza
storia la natura. Sègale
e
orzo quasi maturi, e nuvole,
bianche
come oche, nel cielo. Siepi
e
canneti e idilliche anatrelle. E se
degli
uccelli mai visti, l’urogallo,
la
bianca pernice, lo scricciolo,
non
puoi avere ricordo, confessa,
dell’araba
fenice, che risorge dal fuoco,
hai
nostalgia e senza farlo capire
resti
in attesa sulla linea dell’orizzonte.
*
Il
vento porta i suoi odori, mirto,
finocchio
selvatico, timo, e quell’altro,
marrone,
non secco. Liberi nell’aria.
L’incorruttibile
odore del suo presente.
Fuoco
e stelle meridionali. Nella sua notte
insegna
la storia. Dove sono, dove,
l’antica
Grecia, gli antri delle Ninfe?
E
Babilonia fatta di mattoni?
Dove
riposano gli Etruschi misteriosi
dei
loro tufi spogli? Sul ramo, nell’ombra,
oggi
riposano gli uccelli.
*
Cedi
al richiamo, vieni. Basta questo.
Il
buio che era davanti ora è dietro.
Come
un muro nascita e morte:
questa
e l’altra vita non divide.
Due
le porte, una la luce. Guarda.
E
ascolta il flautato rigògolo,
il
periferico cardellino, il tuffetto.
L’inverno
del merlo è nelle sua bacche.
Il
nostro nel parco dei frutti antichi:
l’amareno,
il cotogno, il corniolo.
*
Ha
consonanti questo pettirosso?
E
la cinciallegra, tutta vocali?
Quale
voce il vento per loro, io so.
Do
re mi fa sol la si , di nuovo do.
Abita
il cielo la segreta scala.
Gradino
dopo gradino il canto
non
trattiene. Perché discutere?
E’
cristallo. “Col saluto di Dio,
fino
alla settima generazione”,
risponde
l’angelo bambino.
*
Resta
nel tuo orto di neve, nera gazza,
lì
ti ha messa Monet, sul vecchio legno
del
cancello, nel pomeriggio d‘inverno.
Resta
dove ti ha messa, lui sa il perché.
Non
uscire dal senso del limite.
Ti
capisco, anch’io nel mio lo capisco.
E’
la pazienza dell’inverno, la neve,
l’amore
dell’alto e del basso,
il
mistero del suo corpo.
*
Come
un argento nell’età dell’oro
o
come un ferro in quella dell’argento.
E
già esulta la corte dei nani.
La
festa? Fanfare che scoppiano,
il
vecchio trionfo, e giù e giù e giù.
Disgraziato
presente, ancora non cerchi
il
tuo nuovo, l’oracolo della gioia.
Alza
gli occhi, rimettiti in cammino.
Vieni
anche tu, pispola golarossa,
così
grande è il cielo.
*********************************************
dalle
POESIE INEDITE
*
Cammino
nell’orto degli odori,
respiro
aneti e piccole mente.
Anch’io
qui bevo quanto basta,
l’acqua
del suo vero. Qui tutto nasce.
Non
conosco il segreto della Sfinge?
Che
importa, dove tutto nasce! Qui
il
giusto né aggiunge né toglie,
brilla
nel più sereno dei cieli,
nell’orlo
di luce delle tempeste.
Ma
che dolore, Italia, dirlo a te.
*
Respira
il fondo, respirano nel loro
Le
cose. Nel silenzio del principio.
Madre
delle Muse, che ricordano
i
nipoti se le figlie dimenticano?
Bacche
di ginepro, rametti di sorbo,
volo
d’anatre, nebbiette nei boschi.
Disse
bene infine: No, sorelle, no.
*
Certo,
farei qualcosa, anche da poeta,
per
l’Italia, e lo faccio. Ombre del vento
alle
spalle dell’inverno, dietro le siepi
già
ai primi fiori. La memoria, questa
occorre
al tuo risveglio. Così, oggi,
senza
timidezze, senza rossori,
a
te viene, Italia, questa parola,
a
te, che hai smesso di ricordare
il
lato destro di tutte le cose.
*
Anche
tardi, anche all’ultimo.
Tornano,
sono pochi, ma tornano.
Stelle
e stelle nel purissimo silenzio
della
notte. Se urge, chi la trattiene?
Sepolta
non giace. E come sa, risale,
dal
più profondo nasce: la risposta
migliore.
Sa che tutto può, crede.
Tremino
i potenti nel loro mondo.
Per
quale via non vanno, nel buio.
Ah
zirlìo di tordi! Che attesa, usignoli!
*
Notte
ancora, ma già è un muoversi
del
cielo. Lui chiama e loro scrivono.
Dal
cespuglio al fuoco che affina.
Virgilio
dall’antro della Sibilla,
Holan
dalla neve di mezzanotte,
Pound
dal lampo di tutte le cose.
La
neve, il fuoco della sua luce.
La
bianca, l’infinita presenza.
Ah
luce, che risorgi da te stessa.