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LA POESIA DI ROBERTO CASATI

LA POESIA DI ROBERTO CASATI

La raccolta poetica di Roberto Casati, Come armonie disattese (Guido Miano Editore), costituisce in sostanza, tranne per alcuni aspetti della sezione Corrotti sguardi dedicata ad accadimenti e personaggi della vita sociale e storica, una continuazione ideale, tematica ed estetica della precedente opera Appunti e carte ritrovate (2020). E partiamo per l’analisi critica dalle “disarmonie” di Casati, poiché tali sono le “armonie disattese” che hanno subito una metamorfosi, come le dinamiche “illusioni-delusioni” di tanta letteratura romantica. Qui tuttavia occorre aggiungere che la sua poesia, per taluni risvolti, visita anche le regioni psicologiche di certo crepuscolarismo che, nel suo caso, possiamo considerare moderno nel linguaggio ed attuale nelle nostalgie memoriali, dal momento che lascia le porte aperte al futuro e alla speranza di nuovi eventi. Casati è un lirico che ama molto immergere il lettore in realtà rarefatte, impalpabili e sfumate, dove l’intuizione di chi legge può giocare un ruolo importante, creando così un filo diretto, un coinvolgimento intellettuale ed emotivo nelle dimensioni comunicative: pare essere questa la funzione principale che egli assegna alla poesia, anch’essa derivante dalla concezione pascoliana, ovvero da un poeta dell’irrazionale sensitivo e misterico del periodo della civiltà letteraria decadentistica, un grande alveo culturale sviluppatosi in Italia e in Europa tra fine Ottocento ed inizi Novecento.  Si sovrappongono inoltre a tutto ciò, nella poetica dell’autore, complessa e variamente articolata, taluni ermetismi, allusioni e metafore appartenenti come derivazione letteraria al Novecento analogico e sintetico, tipico della poesia sorta fra le due guerre mondiali e protrattasi oltre, come reazione ideale e formale ai toni ridondanti, retorici ed aggressivi del futurismo e del dannunzianesimo: affermazione dei valori fondamentali dell’uomo e della persona, sottesi talvolta ed espliciti altrove, nella concezione del nostro (vedi ad esempio la sezione Corrotti sguardi delle sue ‘disarmonie’). Nonostante che i pilastri fondamentali di Come armonie disattese siano costituiti dal rapporto con l’amore e con la natura – di per sé portatori di esigenze conoscitive e comunicative – si riscontrano nei testi del libro non poche allocuzioni in senso opposto, cioè riconducibili alle problematiche contemporanee dell’incomunicabilità, la cui lirica emblematica potrebbe essere individuata in Istante sospeso, dove il verso rivelatore è: «il rimpianto del non detto», ovvero il desiderio di ‘parlare’ e l’impossibilità di tradurlo in azione.  Abbondano dunque nel soliloquio poetico, nel viaggio per avventure interiori e geografiche, nelle oscillazioni sentimentali dell’amore vissuto e ricercato, negli sguardi addolorati sulle tragedie del nostro mondo, le incessanti auto-interrogazioni sul senso delle cose, delle memorie, del tempo che passa, dei messaggi del mare-mito e lezione per l’uomo navigante verso altri lidi ed approdi. Si tratta nel complesso di liriche aperte ad una ricerca di “passaggi a nordovest”, per utilizzare la terminologia marinara tanto cara all’autore, per la quale il viaggio non è mai finito, ma continua sempre anche in altre dimensioni. Il linguaggio raffinato, elegante, sottile, talvolta ricercato ma mai accademico, dalla fonetica spontaneamente e/o volutamente armonica e musicale, favorisce l’approccio, l’ingresso nel mondo interiore del poeta alla scoperta del suo ‘io’: le reiterazioni dei motivi, delle immagini, delle tematiche, posseggono le stesse caratteristiche delle anafore, quindi rafforzano il messaggio, ricordando al lettore la necessità di procedere in profondità più che in estensione.  Il libro è suddiviso in quattro parti, a cui l’autore ha assegnato titoli suggestivi ed accattivanti: Ho rubato i tuoi occhi (1), Corrotti sguardi (2), Rose nel vento (3), Scivola il tempo della luna (4). La poesia amorosa è presente soprattutto nella prima parte, ma ne troviamo traccia anche nella quarta. L’amore non ha spiegazioni è forse l’unica lirica dove si cerca una soluzione definitoria, ma che non viene trovata poiché esso è contraddizione ed antitesi: «L’amore non ha spiegazioni, / è vento sulle labbra, / è parola fragile scritta sul non detto, / è senza certezze, / è lentezza di passo appesa alla nudità, / è stanchezza quando non siamo noi. // L’amore è tutto e niente, / è voglia di vedere ancora / naufragare le vele oltre Capo Horn». Tutto l’altro è contemplazione di lei, a partire dagli sguardi: dentro ai suoi occhi la notte riapre il discorso; negli occhi del poeta lei troverà sempre intatto l’amore degli inizi; lui riconosce gli occhi di lei negli attimi di silenzio. Per continuare con il tempo dei ricordi nei momenti d’assenza, con la memoria di lei come la ragazza dei baci perduti, con il bruciore degli abbracci mancati. Per finire con le originali immagini del suo erotismo pudico: «… Nello stanco tepore di ceneri / parole disordinate / segnano la notte di vento. // Rivelando tracce / di intravista nudità a prima mattina» (Dentro stanche follie); «… Ciò che resta / sono semplici inseguimenti, / attimi svelati / dalla luna sul tuo seno» (Dilagano verso sud); «… così che io ti senta vicina / sulla linea dove combattono le tue gambe…». (Lascia aperta la porta).  La seconda parte, come già sottolineato in precedenza, contiene liriche che si discostano dai soliti motivi della poetica di Casati, e che la trasformano dunque in canto di testimonianza ed impegno civile, nonché in memoria storica e solidarietà verso vittime di calamità naturali o di responsabilità umane criminali, sia individuali che collettive. Tali sono le composizioni scritte nel periodo della pandemia (i «giorni strani e folli», «il senso, / il valore delle parole e degli abbracci» dimenticati, il vuoto dell’assenza e della distanza, la scoperta della fragilità…). Quelle sgorgate dall’anima in corrispondenza dell’invasione dell’Ucraina («… brucerà la notte e sarà / come fosse giorno, farà urlare / forte di dolore la madre colpita al cuore…» (Sbattono forte le persiane); le altre vergate in memoria di tutte le donne vittime di violenza e in particolare a Giulia Tramontano ed al suo piccolo che portava in grembo. Ed ancora rientrano in questo capitolo eventi come la strage neofascista alla stazione di Bologna; la morte di Masha Amini in Iran, colpevole di non indossare «correttamente l’hijab»; l’alluvione in Emilia Romagna; la strage di Ustica del giugno 1980 (a Rosa De Dominicis, assistente di volo); l’attentato al giudice Borsellino da parte della mafia siciliana (a Emanuela Loi componente della scorta). Le Rose nel vento (terza parte) profumano di momenti memoriali che poi ritroveremo sparsi anche in Scivola il tempo della luna (quarta parte). Sono rivisitazioni e nostalgie di varia natura che vanno dal ricordo di baci a ritorni verso casa; dagli affetti perduti alla dipartita dolorosa della madre, alla rievocazione dei giorni felici dei giochi d’infanzia, senza pensieri e senza solitudine (Quel cortile era un puzzle). I percorsi della memoria risvegliano riflessioni sul tempo: «… ciò che resta / è l’attimo ritrovato ieri. // Domani saremo già / così lontani da qui» (Così lentamente bianche). È un panta rei che tuttavia gonfia le tue vele se «…sei anima libera / nel mare sterminato del tempo» (Vorrei essere come te). Ma la legge degli opposti s’impone forte anche in queste dimensioni che sfiorano l’astratto, così ecco apparire alla vista del poeta un tempo disabitato, paesaggi desolati e un senso d’estraneità in un mondo forse sempre più incomprensibile (Forse domani ancora). Il poeta, fedele a se stesso, può concedersi ancora sogni e fantasie: c’è Dragut, corsaro ottomano del 1.400; Gibilterra e gli echi lontani dei mari del sud; il non visto che ancora attrae nonostante i percorsi senza meta; l’ultimo viaggio misterioso dove regna un agnosticismo senza sbocchi… e la compagnia delle lettere, forse più concreta, che s’incarna in Cesare Pavese, Pablo Neruda, Milan Kundera.  E lasciarsi catturare dalla contemplazione della natura, finché l’eternità del mare sarà dentro di noi.

Enzo Concardi

dalla Prefazione

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