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DI PALMO: BREVIARIO DELLE ROVINE di Rodolfo Zucco

DI PALMO: BREVIARIO DELLE ROVINE di Rodolfo Zucco

Fin dalla primavera scorsa, scrivendomi e parlandomi di questo suo libro, Breviario delle rovine (Medusa/MC Edizioni), Pasquale Di Palmo lo ha ripetutamente definito «antologia»; ma la convinzione che si trattasse d’altro mi si è venuta rafforzando ben prima che arrivassi alla fine della lettura del dattiloscritto. Sottoporrò subito al lettore due fatti. Il primo è offerto dal rapporto numerico tra i testi che compongono le singole sezioni e quelli contenuti nei libri a cui esse fanno riferimento, e da cui traggono il titolo. Degli ottanta titoli di Horror Lucis (1997) ne restano appena quattordici; Ritorno a Sovana (2003), che ha trentasette tra testi in versi e poèmes en prose, ne consegna al Breviario venti; Marine e altri sortilegi (2006) si riduce, passando a Da ‘Marine e sortilegi’, da cinquanta titoli a diciassette. Diversamente, Trittico del distacco (2015), che raccoglieva in origine trentacinque testi, ne perde solo sette (considerando che cinque di quelli conservati si leggono nella sezione Da ‘Ritorno a Sovana’); La carità (2018) fa cadere quattro titoli su trentadue; Vertebrae (2020) ne acquista uno, arrivando a sedici. Non è dunque da questo libro che il lettore potrà ricavare un giudizio attendibile sulla storia della scrittura poetica di Di Palmo; il quale ha dato corpo a un’opera nuova, che non compendia la sua produzione precedente ma vi si aggiunge. L’ha fatto prendendo come base la fase più recente del suo lavoro: e ad essa ha dato sviluppo guidato dalla sua posizione oggi, con un numero assai moderato di ponderati prelievi dai macrotesti più remoti nel tempo. Sulle sue decisioni avranno influito valutazioni di ordine sia estetico che tematico. Lascio le prime al lettore-studioso futuro; sulle seconde mi soffermerò distesamente più avanti, avvertendo subito che su ciò che ho appena esposto si basa l’interpretazione “sincronica” che del libro intendo dare nel prosieguo di queste pagine. Il secondo fatto che ci porta a negare un carattere antologico è il carattere formale “chiuso” di questo Breviario delle rovine, laddove l’antologia di un poeta in attività – anche qualora la selezione si debba all’autore stesso – ci si aspetta che si presenti come opera interlocutoria, aggettante sugli sviluppi editoriali futuri. No: Di Palmo pone a un capo del suo nuovo libro un titolo di potente pregnanza semantica, all’altro un segnale di chiusura forte – un unicum, formalmente – come la Canzone delle torri telemetriche. Essa costituisce un suggello testuale inequivocabile, tanto più che entro la terza stanza, in congiunzione sintagmatica con l’oggetto esposto nel titolo, vi si staglia la parola rovina: «Starsene qui, proprio qui, / perdersi in questo paesaggio di torri / telemetriche in rovina / o ridotte a povere abitazioni», con quel che segue. È un luogo, questo, sul quale agisce anche l’incipit di una poesia di poco precedente (è la terzultima della sezione Vertebrae), Riecheggia il silenzio, niente macchine: «Talora mi chiedo se la luce / abbia pietà delle rovine / che incombono tra erba e spazzatura / di questa campagna allucinata, / schiacciata da nuvole / temporalesche che avanzano / contro un solicello novembrino» (chi fosse curioso, a questo punto, di sapere quante volte compaia il lemma rovina entro il libro è subito accontentato: dopo il titolo, le occorrenze sono – significativamente, direi – otto; le altre sono in Elegie di Sovana, iii, Quarant’anni quarant’anni, Affiora un anfiteatro di rovine, Parlare ai sassi (due volte), Sotto le grandi nuvole di maggio, iii). La “chiusura” di un libro intitolato Breviario, del resto, non può sorprendere. La parola, qui, non significa, riduttivamente, ‘compendio, sommario’, ma allude senz’altro al «libro liturgico contenente l’intero Uffizio divino (ossia le Ore Canoniche), secondo il rito della Chiesa cattolica romana» (così nel Grande dizionario della lingua italiana della utet). Il termine, sinonimo, appunto, di Liturgia delle Ore, richiama perentoriamente l’idea di una compiuta organicità. La Liturgia delle Ore – leggo ora nel libretto con i Principi e norme che la regolano – «tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte». Breviario delle rovine è allora da ascriversi, per quel che viene veicolato dalla sua prima componente, a quelli che il Genette di Seuils (ma citerò dall’edizione italiana, Soglie. I dintorni del testo, Einaudi 1989) chiama titoli rematici (quelli che possono «senza grandi problemi essere qualificati formali», pp. 77-78) e, segnatamente, a quei titoli rematici particolarmente «lontani da qualsiasi qualifica generica», e che designano l’opera attraverso un tratto più puramente formale» (p. 86; l’esemplificazione relativa si apre, per esser chiari, con il Decameron e l’Eptamerone di Margherita d’Angoulême).

Su un’altra implicazione dell’elezione titolatoria di breviario mi soffermerò in conclusione. Occupiamoci, intanto, delle rovine. Continuando a seguire Genette, esse costituiscono una sicura indicazione tematica, tematici essendo definiti «i titoli indicanti, in un modo o nell’altro, il “contenuto” di un testo»: p. 77. Più specificamente, il sintagma «delle rovine» assegna il nostro titolo al «tipo metaforico» (p. 82: qui il primo esempio è quello di Sodome et Gomorrhe «per un racconto il cui tema centrale è l’omosessualità»). Ci chiederemo: qual è il verbum proprium a cui «rovine», metaforicamente, rinvia? E in che misura il termine metaforico copre l’effettivo «contenuto globale» (Leo H. Hoek, citato da Genette a p. 76) del testo? Risponderò alle due domande congiuntamente, così: l’adesione del titolo al testo è pressoché senza residui qualora si legga assumendo estensivamente la referenzialità macro-metaforica e appuntando lo sguardo, oltre che sulle emergenze tematiche, su un dato rilevabile al livello micro-retorico. Intenderemo qui rovina come condizione di “diminutio”, con riferimento a una “integrità” pregressa e/o ideale, e dunque come parola che figuratamente sta per abbandono, disfacimento, disgregazione, degradazione, dissoluzione, deprivazione, derelizione, vulnerazione ecc. Guardiamo a quelle che ho chiamato «emergenze tematiche»; ai luoghi fisici di questo libro, per cominciare. Esso si apre con una sequenza occasionata da una visita alle necropoli etrusche di Sovana (il tema si ripresenta in Nella Tomba dei Capitelli), che trovano presto una straniante continuità nelle immagini che riportano zone industriali («Nel cielo di un’emicrania si propaga / la sirena che fende il panorama / degli alberi rachitici che affiorano / dai calanchi della zona industriale»: Nel cielo di un’emicrania…), parchi suburbani (Portare la poesia in dono…), poveri campetti da calcio («Venivano chiamate canicole le partitelle a sette che si disputavano nei pomeriggi d’estate sui campetti spelacchiati di qualche oratorio»: Venivano chiamate…; immagini analoghe in In quella stessa chiesa… e in Sava), centri urbani in stato di abbandono o in condizione di vita dimidiata, periferie, quartieri di case popolari («Qui, dove sorgeva l’ospedale / Umberto I, passeggio ogni mattina. / Al posto dei padiglioni il vuoto / recintato di un cantiere / cadenzato da sbuffi di erbamatta»: Via Circonvallazione; e si veda anche Quando rideva…, Quando avrai la mia età…, Il cielo ti scaraventa negli occhi, Li vedi nei mattini ventosi, A marzo la città sembra un cantiere, Gescal, Scheggia di al-Fayyum), desolati paesaggi campestri e litoranei («un panorama di alberi scheletriti e cascinali» è ne La visita di Horus, altri simili in Il cielo di gennaio è come il calco, Se parlare alle nuvole, nel sole, Gabriele affonda e nella Canzone delle torri telemetriche, di cui ho citato sopra qualche verso pertinente al tema in oggetto). La stessa connotazione hanno le rappresentazioni degli interni, si tratti di un’abitazione («nell’ombra di questa casa / dove il vento mulina / chiome di spettri / nel gorgo vespertino degli specchi»: Hai denti di gelsomino»), di un ospedale («A malapena ti reggi // in piedi in questo dedalo di reparti / e corsie, tra uffici e mense / dove spettri di inservienti trascinano / come enormi testuggini i carrelli // dei medicinali, le carrozzine degli anziani»: Rispondi a monosillabi, non parli), di un ex manicomio («Frugano dita affilate di rami / sfuggite a olmi o platani / che intarsiano il giardino / i cassetti sventrati dei medicinali / impregnati di polvere e larve»: Visitando con M. una mostra…) o della vecchia sede delle Poste a Rialto (Il postino sorridente). Se si viene agli oggetti, ecco «un mucchio informe di capi / di vestiario, / di tute slabbrate» (Questo l’inventario dei tuoi beni), «montagne di scarpe sfondate» (Chissà se esiste ancora…), un vecchio pallone da calcio («Con il tempo le losanghe bianche e nere perdevano il loro colore originario e assumevano una tinta che sfumava dal grigio al marroncino, con infinitesimali striature giallastre»: Gli oratòri), «binari smantellati di treni merci» (Il colore dominante), «impalcature crollate» (Parlare ai sassi), «bassorilievi e statue» che «affiorano tra tombe dissestate» (Romanelli). La rovina non ha risparmiato gli esseri umani. Il libro, per questo aspetto, è popolato da figure dai tratti devastati o rivoltanti: («Franchino rovesciava all’indietro la testina rattrappita di tartaruga e apriva la bocca sdentata, emettendo un suono simile al lamento di un animale ferito anziché ad una manifestazione d’ilarità»: Quando rideva…; si veda anche Il cielo di gennaio è come il calco), artisti fisicamente o moralmente ripugnanti («Nessuno si ricorda più di lui, / Frankenstein dal volto butterato / che schizzava saliva a ogni parola»: Romanelli; «Non posso più chiederti / se hai conosciuto quest’artista / bizzarro, alcolizzato, che firmava / con un grande arabesco le sue tele»: Boldrini), vecchi e malati – tra i quali il padre – avviliti dall’età e dalle patologie («Li vedi nei mattini ventosi / raccogliere il tarassaco / ai bordi di via Paliaga, / questi vecchi abbruttiti / da una vita di purgatorio, / storti curvi magrissimi, / con gli occhietti a spillo / che scrutano fra le ortiche»: Li vedi nei mattini ventosi; «Ci torno a volte con mio padre / sempre più svogliato / e abbruttito dopo l’ictus»: Via Paleocapa; lascio al lettore recuperare i ritratti di Centro Alzheimer, Dal carapace della carrozzina, Dove saranno andati i tuoi compagni, Si addormentano sulla carrozzina, Come xe difissie portarte in giro, Ti sentivo gridare dal piazzale, Adesso che ti xe qua, Tu che non sapevi più camminare, Oggi in viale Garibaldi ho incontrato, Vertebrae; Ragni). È davvero sintomatico che Di Palmo abbia scelto di partecipare a un’antologia dedicata a Marilyn Monroe (Umana, troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe, Aragno 2016) con un Sonetto per Marilyn novantenne, qui nella sezione Da ‘La carità’. Ma ecco anche i compagni di gioventù male invecchiati (In quella stessa chiesa…), una lunga sfilata di minorati psichici, idioti, malati di mente (Oggi ho visto Abaddon, Hai denti di gelsomino, Chissà se esiste ancora…, Via Carducci, Il ferragosto di Roberto, Margherita, Muybridge), ragazzi con la sindrome di Down (Down; Higuain, accattoni e clochards (Danilo, La carità), un esule diventato marionettista di strada (Mattia), un’inavvicinabile gattara che si rispecchia in un paio di testi (Categoria juniores, La signora Nonsocomesichiama). Ancora, colpisce l’assiduità con cui Di Palmo riprende il tema della rovina della lingua. Nella maggior parte dei casi si tratta di notazioni che diramano dalla rappresentazione della demenza (del padre, spesso) o dell’idiozia. I testi a cui tornare, per questo aspetto, sono Down («Rispondono a monosillabi / – sì no, no sì – / l’esistenza ridotta / a una semplice opzione»), Rispondi a monosillabi, non parli, Dal carapace della carrozzina, Dove saranno andati i tuoi compagni («Rolando il Marinaio / che masticava bestemmie / con mollica e stracchino»), Papà, il nostro dialogo, Io, diventato padre di mio padre («Non articoli che poche / parole intelligibili / scandite in corone / di frasi senza senso. / Parole che somigliano al silenzio»), Questo l’inventario dei tuoi poveri beni, Come xe diffisie portarte in giro, Ti sentivo gridare dal piazzale, Adesso che ti xe qua, Oggi in viale Garibaldi ho incontrato, Il ferragosto di Roberto («Ma io non l’ho mai visto, non so / chi sia questo ritardato / forse quarantenne / che non si spiega, farfuglia, / facendomi indignare, inimicare il mondo»), Romanelli (vd. supra), Margherita, Vertebrae, Ragni («Guardano esasperati i tuoi compagni / tu che sbraiti e ti dimeni sul letto»). Ma il tema è posto, tempestivamente e con riferimento all’io, in Nella tomba dei Capitelli: «Nella Tomba dei Capitelli, / qui a Caere, hanno / nidificato le rondini. / Ore 9 del 26 agosto ’98: / lungo la via sepolcrale nessuno / e niente se non il ronzio / persistente di mosche / e mosconi. Perfino la lingua, / la tua lingua, sepolta / con il suo oro in un’urna»; e tocca, nella Canzone delle torri telemetriche, la lingua come espressione della comunità: «con il linguaggio / burocratico che impoverisce / ogni vita rubata: dal lockdown alla distanza / sociale agli effetti di una pandemia / che ha connotazioni metafisiche». Ma vediamo quanto si può raccogliere nell’esame delle metafore. Il segno della rovina può essere apportato dall’aggettivazione (le citazioni che seguono hanno corsivi miei; tralascio la sottolineatura di alcune rilevantissime insistenze): «nel bigio / paradiso di polvere» (Elegie di Sovana, ii), «un sole avviluppato al ghirigoro / di rami neri» (Oggi vorrei dormire sopra l’erba), «il nero feticcio del paesaggio» (Il sole barbuto di mezzogiorno), «un sole screziato / da un’acqua ormai catacombale» (Rasento mura altissime…), «tra i rami / folgorati di quel mandorlo / a cui pende, mano / mozzata, il tenero presagio delle gemme» (Guidare lentamente lungo il dedalo, dove è da far caso anche alla similitudine apposizionale), «contro il sole lebbroso delle due e quaranta» (A marzo la città sembra un cantiere; lo stesso sintagma è nell’incipit della poesia che segue), «tra chiome di cipressi nere / come mandibole di cani» (Gabriele affonda), «Nel sole azzurro si sfalda / la luce funerea del pomeriggio» (Nel sole azzurro si sfalda), «il fico calcinato a mezzogiorno» (ibidem), «nella luce ubriaca del primo pomeriggio» (Addio a Mirco), «lungo il traffico / patibolare di via Colombo» (Addio a Mirco, ibidem), «Il cielo ha un colore schiacciato, di decomposta aringa» (Via Circonvallazione), «sotto i cieli mutilati delle industrie» (Sava), «dissolverti in quel mutilo paesaggio» (Sotto le grandi nuvole di maggio, ii), «in questa luce agonizzante di San Francesco / della Vigna disertata dai turisti» (Maternità Dolfin), «[oci] fissài sui strassi / insenerìi [‘stracci inceneriti’] de tuto sto caìgo» (Muybridge), «Ha colori squillanti di vessillo / il sole scarnificato / che disegna corna controvento» (Ustione delle palpebre), «nel verde esangue degli inghiottitoi» (ibidem), «contro la facciata / distorta di San Giacomo dell’Orio» (Boldrini), «in questo mattino spietato / di febbraio» (La barena vista dalla polveriera). Meno frequentemente Di Palmo affida la figuralità al sintagma preposizionale («Cielo di carta moschicida sullo sfondo»: Mi dirigo con mia madre…; «riappacificati con questa luce / di naufragio»: Maternità Dolfin) o al verbo («il vento / che ti buttera il volto seminascosto / dal bavero del cappotto / con una miriade di piccoli spruzzi»: Quando sto male arrivo fino a qui; «mentre il vento di allora ci rasoia la faccia»: Sava). Più comuni le analogie esplicitate da come: «rocce / cave come uno scheletro» (Elegie di Sovana, i), «Il cielo di gennaio è come il calco / di una lastra biffata» (Il cielo di gennaio…), «Il sole trapela a fior d’acqua / come il volto di un giovane annegato» (ibidem), «[una volpe] È apparsa all’improvviso / come una stigmate su un palmo, / lo sfregio di una lama su un bel volto» (La notte prima della tua scomparsa), «su la to fronte granda / scavada dai pensieri / che scampa come bisse sora l’erba» (Papà, adesso che no ti ghe xe più), «Versi come vermi / su foglie di lattuga» (Les vers). Significativa, sul piano delle ascendenze letterarie, la non scarsa attestazione della metafora «basata su un’analogia implicita in cui il primo sostantivo, determinante, è unito al secondo, determinato, dalla copula di sostegno di» (Pietro Spezzani, in un suo noto saggio su Ungaretti): «nel sudario della luce» (Elegie di Sovana, v), «scheletro biondo [di un giardino]» (Magro come il cipresso…), «questa ragnatela di vene / e di foglie» (Ecco la torre dei cavalli azzurri), «sullo scheletro delle labbra» (Portare la poesia in dono…), «la crocifissione / del fico» (Ottobre ai rami neri si distende), «tra le mani dei marmi / e i denti martoriati delle mura» (Andremo sotto un cielo di zucchero). Il mio lettore si sarà fatto un’idea sulla pervasività di questa costellazione metaforica. Per un caso di singolare insistenza ci si può rivolgere a Rosa fiorita in gola: «Sui campi flagellati / da luce impietosa / ride come un eczema / il volo stordito delle cavolaie. // Si incide contro un cielo / di cartapesta / il fico scheletrito. // Ha pagliuzze di raucedine / la rosa fiorita in gola».

In quale relazione si pone l’io con le rovine? Ebbene, questa relazione è ancipite. Essa è in primo luogo di compartecipazione. Fondamentalmente, l’io prende atto che la rovina è ciò che segna il proprio bilancio esistenziale: «Quante pagine d’incubo la vita / ancora scriverà con nero inchiostro. // E se un’ora ti riuscisse / più gradita nel sole / d’aprile che ti smemora // strappato hai quella pagina, ricorda, / al libro mastro che esibisce / alla voce avere / il vuoto spaventoso dei tuoi giorni» (Quante pagine d’incubo…). In relazione all’umanità derelitta tante volte rappresentata, l’io sente, nel profondo, di appartenervi. Leggo in attacco di Visitando con M. una mostra all’ex manicomio di Granzette: «“È questa la mia casa?” infila porte / e finestre la domanda / convertita in vento / che avanza silenzioso come un ladro / nei dedali di reparti senza ore»). L’appartenenza all’umanità degradata arriva ad assumere la forma dell’espressione del desiderio: «Somigliare a quello più alto e imbranato, a cui tutti in allenamento effettuano il tunnel perché gioca a gambe larghe e ha poco fiato, che tutti canzonano per pancetta incipiente e voce in falsetto» ecc. (Categoria juniores). Questo passo mi pare assai rivelatorio, perché vi è sottesa l’idea che proprio nella diminutio si prepari la rinascita nella salvezza: l’io, insomma, intuisce che l’oscenità di volti e corpi marchia il popolo di un’arca di salvati che lo esclude, ma sulla quale vorrebbe essere accolto (dei ragazzi ritratti in Down egli dice che «sono loro che dovrebbero / avere di noi compassione)». È l’idea di un riscatto che il percorso tracciato fin qua ci porta a richiamare nella forma di due citazioni bibliche: «La pietra scartata dai costruttori / è diventata testata d’angolo; / ecco l’opera del Signore: / una meraviglia ai nostri occhi», nel Salmo 118, 22-23 (si noti: la Liturgia delle Ore prevede la lettura di questo salmo all’Ora media della Domenica di Pasqua), e – naturalmente – «Beati i poveri in spirito, / perché di essi è il regno dei cieli» del Vangelo di Matteo, 5,3. Lo stesso Matteo riprende i due versetti del Salmo 118 in 21,42, nel luogo in cui, parlando ai «sommi sacerdoti» e agli «anziani del popolo», Gesù decreta la loro condanna (Mt, 21,43): «Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà». Rovina egli stesso, della derelizione l’io si fa carico, giacché in essa gli si è rivelata l’epifania della Città futura. Di qui la metafora del camminare con le scarpe di un morto che si incontra in due luoghi del libro («Mentre mio figlio si allena cammino a casaccio con le scarpe di un morto»: La signora Nonsocomesichiama; «Cammini con le scarpe di un morto»: Sotto le grandi nuvole di maggio, v): metafora dell’atteggiamento di chi la contemplazione delle rovine sia chiamato a volgere in messaggio utopico-palingenetico. Un’epigrafe del libro – la prima delle tre apposte ai testi prelevati da La carità – mi pare sintetizzare con particolare incisività questa funzione dell’io-poeta. È quella che Di Palmo ricava dal libro di Ezechiele, e che qui mi pare utile riprendere e ampliare: «Egli [il Signore] mi replicò: “Profetizza su queste ossa, e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: saprete che io sono il Signore”» (Ez, 37, 4-6). Se ne ricava che camminare con le scarpe di un morto è anche praticare, di fronte alla devastazione che abbatte l’umano nella lingua, il volitivo, ostinato esercizio del logos: «Parlare ai sassi, alle rovine. Parlare del degrado, della vita che diventa sempre più invivibile. Una vita che non è più la nostra vita. Con gente che non si capisce, che si guarda in tralice. Come se fossero tutti nemici» (con quel che segue: Parlare ai sassi). Il dono del logos comporta l’assunzione, nel proprio dire, della parola perduta, la captazione nell’«erba del quartiere» di una «voce inabissata» che la scrittura poetica può restituire all’ascolto: “Il cielo ti scaraventa negli occhi / l’azzurro e il bianco / delle sue grandi nuvole di maggio. / Il volo delle rondini / si indirizza violento / contro i cornicioni scheggiati delle finestre / dove ombre si affacciano / sistemando nel vuoto vasi di gerani. / Carpisce al vento l’erba del quartiere / la voce inabissata, / come un sortilegio la riporta / sul quadernetto a righe / questa calligrafia da chiromante”. È sul «quadernetto a righe» che occorre sostare, giacché esso veicola l’immagine del medium che la voce del poeta necessariamente diventa nella prospettiva della condivisione della parola riviviscente. Ciò ci riporta al termine breviario, per rilevarne ora il valore di libro non per la preghiera individuale ma per quella comunitaria. Ancora dai Principi e norme della Liturgia delle Ore: «Sebbene la preghiera fatta nella propria stanza e porte chiuse sia sempre necessaria e da raccomandarsi, e venga anch’essa compiuta dai membri della Chiesa per Cristo nello Spirito Santo, tuttavia all’orazione della comunità compete una dignità speciale, perché Cristo stesso ha detto “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt, 18,20)». Il titolo Breviario delle rovine, dunque, contiene anche una dichiarazione sulla funzione “corale” della poesia e un’indicazione al lettore sull’esecuzione che il poeta intende che si faccia dei propri testi; l’attraversamento di cui ho dato conto in queste pagine non può concludersi che con l’invito ad accoglierla.

Rodolfo Zucco

Postfazione

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