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LA POESIA, ANCORA? di Gian Mario Villalta

LA POESIA, ANCORA?

È appena uscita una profonda e lunga riflessione di Gian Mario Villalta sulle ragioni della continuità della poesia nel tempo fino ai giorni nostri: La poesia, ancora? (Mimesis). Ne proponiamo tre brani, quello iniziale, il capitolo Il motivo e il capitolo che dà titolo al libro.

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È possibile che la posizione di assoluto dominio ottenuta dall’u­manità sulle altre specie viventi negli ultimi due secoli di perma­nenza sulla terra abbia lanciato l’umanità stessa in una traiettoria di mutamento troppo veloce per il difficile equilibrio di razionalità e istinto raggiunto nel frattempo. E la potenza del vivente, nella mi­cidialità occulta del virus, ci ha precipitati nell’incubo di una nuova schiavitù all’invisibile. Troppo grande è stata forse l’accelerazione tecnologica, così da incidere sull’esistenza in quanto corpo, memo­ria e comunità, e farci perdere quel profondo legame tra il nostro essere umani e le lingue che ci hanno sospinto fin qui.

È questo il filo che più tenacemente percorre le pagine che segui­ranno, e che anima la questione che vorrei porre: se nella lingua si stringe il nodo tra la formazione del senso della vita e i suoi valori, personali e comuni, quanto ciò dovrebbe importare per la poesia? E quanto dovrebbe importare la poesia per la vita?

La poesia, così come l’ho conosciuta fin da bambino, è sempre stata la prima nella contesa e l’ultima a lasciare il campo di questo confronto. Questo significa promessa, serietà, dono: alle due parole che imperano oggi, ovvero emozione e comunicazione, è forse pos­sibile contrapporre seriamente percezione e attenzione, nella loro più ampia semantica, che conduce da un lato a interrogare noi stessi dentro la “percezione del mondo” con il quale corrispondiamo e dall’altro alla considerazione delle acquisizioni che riguardano le radici biologiche del pensare. È vero che ciò che chiamiamo “cre­atività” – e teniamo pure la parola tra virgolette – è caratteristica propria di ogni essere umano, e non solo è universalmente produt­tiva, bensì dilaga oggi in molteplici forme di intrattenimento e di condivisione sociale dello spazio comunicativo (reale o virtuale). Nella molteplicità dei nuovi mezzi rispetto agli antichi, rimane però fermo un dato di continuità: la differenza tra “giocare con le parole” e fare poesia c’è, e c’è sempre stata, non si creda a chi dice il con­trario. Resta il fatto che, come per ogni virtuoso circolo di compren­sione, ciò diviene chiaro solo quando si è fatta la strada necessaria per capirlo – breve o lunga che sia – e nessuno può percorrerla al posto di un altro.

Il motivo

Avviene di frequente che qualcuno chieda se è arte o non è arte, se è poesia o non è poesia l’opera che in varie forme (tra queste c’è il libro, la pagina scritta) è presente agli occhi o alla memoria di due o più interlocutori. E ancora più spesso la domanda rimane sottin­tesa e ciò che affiora riguarda il giudizio: è vera arte, è vera poesia? O ancora: è “buona” poesia, ovvero: ha un valore?

Verrebbe subito da citare Montale e ricordare l’indisponibilità di una “formula che mondi possa aprirti”. Nei mondi si trova una via, una salita, una piazza, un sentiero, forse anche un deserto. E ci si incammina.

Questa ossessione del valore tradisce l’avidità consumistica del voler afferrare e passare oltre, nonché la triste rinuncia a conce­dere all’arte uno spazio autentico di interrogazione della propria vita. Catalogare, mettere il cartellino del valore (e, in un certo senso, del prezzo), rassicura e mette l’opera in pari con il resto del nostro mondo.

Tradisce però soprattutto un disorientamento. La quantità di “arte” che perviene all’esperienza quotidiana è tale e talmente eterogenea che permette solo personali inquadramenti e gerar­chie relazionali, parametri differenziali: l’esperienza quotidiana è invasa da sollecitazioni e oggetti che richiedono una risposta estetica.

Tra gli innumerevoli possibili punti di partenza per affrontare questa troppo grande questione, è preferibile quello che ci permet­te di eludere l’obbligo di una definizione e ci porta al cuore della domanda: che cosa muove il fare umano nell’intenzione dell’arte e che cosa risponde nel fruitore, muovendosi a sua volta in relazione al fare che questa intenzione pone in atto, ovvero a sostare sul mo­tivo proprio dell’arte?

Le emozioni, certo, hanno permesso agli esseri umani, per millenni, di sopravvivere. Ora sopravviviamo nella speranza di provare emozioni. A volte premeditate, ricercate con intenzio­ne, addirittura pagate a caro prezzo. E di certo quelle emozioni che ci imponevano la fuga dal pericolo o la compassione per la madre nel lontano passato della vita primitiva non sono le stesse che cerchiamo oggi, né allo stesso modo si intessono alle nostre conoscenze e ai nostri comportamenti. Esse sono ancora oggi alla radice della lingua, questo sì, del suo apprendimento e del suo legame costante con il nostro corpo-psiche, ma sono anche da millenni legate con le trasformazioni avvenute nella perce­zione del mondo, nella capacità di attenzione, e con quella parte della percezione e dell’attenzione che è coinvolta fin dall’origi­ne con l’opera d’arte.

La formula che verrà ripetuta: “l’opera d’arte ha origine nell’am­bito del suo proprio farsi, che determina il divenire artista di chi la compie così come il divenire artista è la condizione del compiere l’opera”, è definitoria solo in apparenza. Chiama infatti alla radice dell’esistenza, al tempo della vita, al luogo stesso del vivere, al cor­po che sta nel tempo, al tempo che condividiamo con l’esistente, che ci accoglie e ci offre un “ambiente” altrettanto fondamentale quanto quello ecologico, sociale e culturale. Poiché un “ambien­te-arte”, in qualche forma e spesso in forme diverse, lo conosciamo da sempre, da prima ancora che la nostra memoria infantile ci con­segni un preciso ricordo.

Tale constatazione chiama a considerare la relazione profonda che collega l’intero corpo al fiorire nel tempo del “senso delle forme”. Quel senso delle forme che proviene dall’operare alla cor­rispondenza tra la percezione del mondo e la realtà della materia. La materia terrestre che non è un “oggetto” inerte e disponibile, ma appartiene a sua volta al tempo e alla realtà che si trasforma. La mente riconosce il suo formarsi e il suo corrispondere con il corpo, l’occhio, la mano, in un fare che è nel tempo e del tempo, e che non impone alla materia (la vera materia della poesia è la lingua) uno schema, una volontà già compiuta, ma nel suo fare si pone in cammino (con il corpo, l’occhio, la mano) per ricevere quelle sollecitazioni che indicano al fare quale via consente all’ar­tista (al poeta) di riconoscersi nella propria opera, di diventare poeta. Questo “essere in cammino” riguarda le doti, l’abilità, la conoscenza della materia, come riguarda l’etica, il mondo interio­re e l’inconscio.

Non una definizione, quindi, o una serie di procedure, ma un sal­to nella dimensione più propria del fare dell’opera, perché pone in primo piano quel fare che è altro dall’agire, quel tempo e quella materia che permettono all’artista di comporre l’opera mentre ne riceve gli effetti e mette in prova la resistenza e la disponibilità dei suoi strumenti e della stessa materia dell’operare.

La poesia, ancora?

Esaltare il proprio tempo o disprezzarlo è sempre esercizio vano. Però non è vano confrontare il proprio tempo con altri nel passato, nella loro continuità e nelle loro differenze, per dare un senso alla percezione di un disagio nel presente, oppure di qualche opportunità.

Nella poesia, il confronto con il passato e l’attenzione alle co­noscenze del presente ci impongono di rilevare il debordare at­tuale della velocità in superficialità, così come il privilegio della risposta emotiva impoverisce l’esperienza del fare artistico e della poesia in particolare.

La poesia poco si avvantaggia, infatti, delle recenti tecnologie della comunicazione, e anzi si potrebbe dire che ancora non ha pro­dotto alcuna controparte davvero attrattiva. Sul piano formale, del resto, l’incontro con le suddette tecnologie, lungi dal proporre novi­tà formali, ha fatto sì di restringere il rapporto poeta/testo/lettore a un meccanismo di istantanea empatia.

Le arti sono in costante mutamento, come lo è la vita umana sulla terra. E opporsi al mutamento è una stupidaggine.

L’intenzione che ha animato questo lavoro è quella di aprire negli eventi in mutamento degli spiragli di riflessione che trovino concreta e seria conseguenza nell’operare di chi fa la poesia e di chi la legge.

Alla superficialità dell’empatia istantanea si vorrebbe contrap­porre la dimensione dell’indugiare intenti, ovvero quell’aprirsi del­la mente che – co-operando nel corrispondere delle forme e della materia che compie l’opera – ricompone il rapporto tra l’imperma­nenza dell’istante e l’effondersi della percezione. Più intenso è il coinvolgimento nell’opera, più la percezione si sottrae al semplice scorrere del tempo, più è coinvolta nelle corrispondenze con la ma­teria terrestre. La mente ritorna, di continuo, però, dalla condizione di “estasi” nel tempo dell’opera, al tempo abituale, al qui e ora del corpo, e commisura, confronta, elabora configurazioni.

Gian Mario Villalta

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