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LE DONNE DI MARIA LENTI

LE DONNE DI MARIA LENTI

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (Arcipelago Itaca). Commentare una raccolta poetica che rientra nella ormai ampia produzione letteraria di supporto alla lotta “femminista” non è agevole per un lettore che, a questo riguardo, ha faticato non forse a comprendere, ma certamente ad accettare prima e assimilare poi il mutamento di prospettiva e di ruoli che quella lotta ha imposto alla relazione tra i sessi e più in generale ai rapporti sociali. Maria Lenti, non è certo una novità, è una voce letteraria e politica autorevole e titolata a parlare della presa di coscienza femminile del novecento, e altrettanto titolata dalle sue esperienze di poetessa, saggista, narratrice e insegnante a riportare alla memoria del lettore le decine di protagoniste femminili del mito classico, eredità depositata da secoli e secoli nelle basi della cultura occidentale. E che cosa ne fa, del mito, l’autrice? Lo rovescia, lo capovolge, perché il mito è nato ovviamente quale creazione della mente maschile e pressoché tutte le sue eroine, anche le più consapevoli e coraggiose, sono vittime predestinate di prevaricazione, protervia e violenza maschile, di natura mortale o immortale che sia. L’operazione rovesciamento (a mia memoria la prima in assoluto) inizia dalle due donne che danno il titolo alla silloge e fanno da capofila alle loro numerose compagne nel chiarire ai loro partner maschili (ma anche al mondo dei lettori, anche alla collettività intera), in un sintetico ma sostanziale discorso di pochi versi (versi, poesia di sostanza e di forma, come quella che del mito è linguaggio originario), nel chiarire, dicevo, nel rivendicare con determinazione, fierezza, sincerità, a cuore aperto e magari commosso, ma senza cedimenti, quale sarebbe dovuto essere il loro autentico ruolo nella storia della nostra cultura.  E le figure esemplari che si potrebbero citare sono tante quante le poesie che compongono il testo, ma ne segnalo soltanto alcune che si trovano all’inizio del libro, come Arianna (a Teseo) “leggera e liberata”, Euridice (a Orfeo) “…uscire dalle secche e dagli indugi”, Eos (a Titone)“amato/ fino alla testa bianca”, Ebe ( a Eracle) “la mia giovinezza la dono a chi la sa/ contraria energia/ non cosa/ da gettare appena logorata.”, Cassandra (ad Apollo) “che assenso/ sarebbe su ricatto?/ Le mie fibre…per godere in due”, Teti (a Efesto) “sono qui a disdirti le armi del figlio Achille”; e potrei continuare a lungo con le molte altre che rivendicano autonomia di sentimento, di pensiero, di parola e di azione.  Alcune di queste donne poi, senza alcuna contraddizione, riaffermano e confermano quelle che erano e sono considerate ancora virtù femminili messe a fondamento della vita: Ecuba, splendida vecchia madre di fronte allo sfacelo “maledetta sia la guerra./ Non cesserò di maledirla”, Galatea “vivo i giorni che ti ho donato…e attendo insonne l’alba” impersona la fedeltà incrollabile di un vero amore, insieme con Andromaca “ti seguo nel tuo regno/nel segno del nostro Astianatte”; Penelope, che si appresta a “… ricapare/l’ordito dell’assenza”. Poco lusinghiero è il ruolo, che affiora impietoso dal capovolgimento delle vicende mitiche, di molti dei celebrati “eroi” maschili, uomini, semidei o dei: Agamennone “vincitore dalla memoria mutila”, Achille “feroce”, Poseidone “aspettavi sottomissione/perché ti sei eretto a dio?” gli chiede Anfitrite, Giasone “perduto nel miraggio dell’oro” come lo definisce la regina di Lemno, abbandonata incinta dall’eroe. Ma mi fermo qui con questa breve analisi della rivoluzionaria lettura dei miti e non entro neppure nel campo, non mio, della riscrittura della storia da parte dei movimenti femminili, alla quale quest’opera di Maria Lenti è strettamente intrecciata e di certo fortemente contribuisce. Ne tratta, con assai maggior titolo, l’interessante prefazione di Alessandra Pigliaru. Ma è pur sempre, questo libro, anche un’opera letteraria, una silloge che possiede una dignità poetica anche indipendente dalla sua funzione liberatoria. La brevità di ogni poesia, che immagino voluta e cercata dall’autrice, dà ad ogni verso, ad ogni parola, ad ogni intervallo strofico un contenuto di straordinaria densità, cui corrisponde una nitidezza d’immagine ad alta risoluzione. Le parole delle donne del mito sono dirette, inequivocabili, determinate e commosse allo stesso tempo, e i versi che le raccontano testimoniano una ispirazione felice e continua dell’autrice dalla prima all’ultima pagina di fronte ad un impegno poetico sicuramente assai impegnativo.  Meriterebbero di essere citati, sotto questo aspetto, troppi componimenti e dunque mi limito a quelli che più mi hanno colpito personalmente: Ecuba a Priamo “come i pensieri si sono fatti bianchi/che sfiato mattinale intorno al cuore…”, Didone a Enea “…Cartagine conservo e i bruciori./Nessun pentimento. A breve nuovi ardori.”; Galatea ad Aci “Illumini il mio giorno/ogni giorno risalgo le tue rive/vivo i giorni che ti ho donato//poi torno al mare/…”; Nefele ad Atamante “L’amore può sparire e in te è sparito./Sii sincero e non di spalle,/senza mentire”; Penelope a Ulisse “Mi si sciolgono gambe e ginocchia/per quest’ulivo non dimenticato./D’impulso ti avvolgo nelle braccia/ti bacio sulla bocca, la ribacio.//Ma nella schiena un brivido sale/non sensuale ed è distacco.”; Nomia a Dafni “I versi nascono, lo so lo sai,/dall’ansia di una perdita/da tramonti non chiamati, dall’angustia tra buio e chiarità/…/dal barlume figurato nell’affanno…”; e infine, uno scarto folgorante, da Antigone a Creonte “Non seguo la tua legge./ È legge di guerra.//La mia del cuore.”

Luigi Crivellaro

 

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