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PATRIZIA FAZZI: IL TEMPO E LA PAROLA

PATRIZIA FAZZI: IL TEMPO E LA PAROLA

I libri di Patrizia Fazzi pubblicati nell’arco degli ultimi vent’anni, dal primo, Ci vestiremo di versi (2000), ai successivi Dal fondo dei fati (2005), La conchiglia dell’essere – Poesie per Piero della Francesca (2007), Il filo rosso – Segno e simbolo nell’arte di Giampaolo Talani (2008), L’occhio dei poeti (2011), Finché ci sarà una nota (poesie dedicate alla musica, 2018), disegnano un album della personale condizione, calato nel paesaggio umano e culturale della sua città, della sua terra e oltre. Un album che appare ora ricapitolato e come emblematicamente riassunto in questo Il tempo che trasforma  (Prometheus Editore), libro che raccoglie poesie di molte e diverse stagioni e occasioni, sorprendentemente coerenti e conseguenti alla personalità e allo stile dell’autrice. All’insegna di una parola che fissa l’immagine, la sensazione, la scoperta, la riflessione, strappando il vissuto non solo al rischio della dimenticanza ma al buio dell’indifferenza e all’usurpazione della violenza. Nello spazio e nella prospettiva di una problematica ancora tutta esistenziale. Quella di Patrizia Fazzi è una poesia sospesa tra la natura, la cultura (nella potenza creativa che ci porta «alla soglia del bello» non solo con la letteratura ma con la musica, con la pittura, con la scultura, con la danza) e la parola immaginosa e concreta ispirata dal naturale spirito religioso che aleggia dentro il mondo e che sembra colmare il dilagante vuoto che lo assedia. Sono testi che tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale («Sono Patrizia / e vibrare vorrei di letizia / perché mi incanta il mondo / e mi delizia il cielo e la terra, / l’onda e la sabbia / e delle erbe la bella famiglia», p. 25) e lo fanno con una misura talmente precisa che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell’animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la mappatura delle superfici, secondo un passo e secondo moduli che possiamo definire della messa a fuoco più nitida. Così che temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale («ma un filo di mestizia / sale e si arrotola, / mi lega e mi supplizia / e non ho astuzia – tranne il verso – / che mi salvi da questa altalena / di tristezza» p. 25), si fissano in componimenti pieni di luce e di colori. I versi netti e rigorosi ci immettono in una dimensione autoriflessiva che, quasi inavvertitamente, si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita, mentre ne subisce il fascino: «Sentire il respiro delle cose, / il muoversi ritmato del polmone / che nell’universo batte, / il fluire ininterrotto di cellule / in cambiamento sul filo del tempo / che ricongiunge la statua greca / al grattacielo, l’ominide al mouse / e trasforma il seme in fiore» (Il respiro delle cose). E, come appare esemplarmente in quest’ultima raccolta, il taccuino degli appunti e delle annotazioni è, insieme, l’album della memoria critica, l’almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto processo) il senso di una vicenda e di una vita non solo sua («una vita che si snoda senza posa»; «vita che pulsi sempre e procedi»; «Scorre la vita come acqua di mare»).  Tema centrale in tutta la poesia di Patrizia Fazzi – e in evidenza nell’ultima sezione e nella sottosezione Spoon River Anthology di questo libro – è, a ben guardare e oltre l’apparente silenzio (che è la voce del segreto e del mistero, la «finestra lasciata aperta / sul buio dei dolori» p. 27), la morte, termine ineludibile del confronto con il tempo, quel tempo che «trasforma / le cose e le persone» e che dà titolo al libro: enigma esistenziale, altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita: «È somma la vita / o sottrazione?» si chiede l’autrice (Nel volo). Perché l’orizzonte resta comunque aperto nella continuità, in una dimensione che proprio l’improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto, con inattesa evidenza, come indistruttibile: «questo sole irriverente / che splende anche nei giorni allagati di lutto» (Questo sole che mi abita). Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il tempo che scorre e il vuoto che assedia l’uomo, quel vuoto che tende a sottrarre credibilità alle fedi e vicende umane e che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita. Nascono da questo rovello poesie come Gli uomini di potere e Quell’ombra che trema, interroganti e con veli di tagliente, amara ironia; senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche, anzi concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale, «scissa», esperienza di vita: «…esser poeta è una colpa, / un marchio, / lettera scarlatta / aureola da cui ripararsi, / vivere scissa / urlando piano i tuoi versi /  musicati /  in un mondo di rumori scomposti / affidarsi alle tue armonie segrete / sul filo radente tra equilibrio e passione / rimanere aggrappata alla pagina scritta / zizzagare tra sogno e realtà, / tra paura e verità, / tenendo accesa una fiaccola / per chi vorrà ascoltare…» (Scissa).  Il tempo che trasforma realizza la sintesi dell’intero percorso poetico di Patrizia Fazzi. Rispetto al procedimento “visionario” che caratterizza certe sue prove, vediamo in questo libro l’autrice che va ricomponendo la consistenza materiale delle cose e delle persone, proprio contro quello spettro del tempo con cui si misura la sua poesia e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei “quadri” in senso, insieme, pittorico e musicale, perseguendo in questo una linea che l’ha portata a scrivere molte poesie per la pittura e a dedicare intere raccolte a Piero della Francesca (una nuova poesia compare anche qui) e a Giampaolo Talani, nonché alla Musica, che nella raccolta è omaggiata in una triade. Muovendo da una profonda esigenza interiore di comunicare agli altri la propria visione del mondo e della vita, ecco pagina dopo pagina, specie nella sezione Alla soglia del bello, la serie dei rigorosi quadri che mirano a isolare i tagli, le fessure, gli scollamenti, in cui si esprime e si dichiara il disagio del rischio di non-riconoscimento, del vuoto: «Si sfalda il tempo / nel cerchio corroso / tela fissata / ma sempre in espansione. // Oscilla una nera lancetta / nelle macchie dorate del giorno / si apre la notte / si chiude la sfera…/» (La notte e la sfera per Walter Valentini). E ancora: «Dal davanzale del tempo osservo / il mulino degli anni / che macina e gira / e noi tutti sospesi / nell’acqua fluente / che chiara ci appare / solo quando ritorna alla fonte» (Dal davanzale del tempo). Ma tale disagio, sia pure dentro i dubbi e il malessere dell’esistente (ex-sistere è balzare fuori di sé), diviene condizione da cui prendere le distanze e la liberazione, rituale e salvifica, compone la mappa proprio dei singoli quadri, la serie di contrassegni che guidano la marcia verso la riappropriazione nel concreto e nel dettaglio dell’esistenza: c’è una poesia dedicata al «pane nostro», antico cibo di unione, spezzato insieme nel bene e nel male, e una dedicata alle «mani sacre» di chi dosa, impasta e guarnisce «il cibo preparato cum amore» per la tavola-altare (Alle mani sacre) e una ancora a chi, anche nei tempi dilatati e stravolti della pandemia, è «umanità che resiste», connessa «da un filo informatico d’amore / di fibra interiore » (Cittadini del mondo). C’è una valenza primaria e assoluta che agisce nel profondo dell’autrice prima ancora che nella sua poesia: la forza della vita. La vita non come entità astratta, cioè come riflessione di pensiero, ma come trafila di attimi pulsanti, di respiri («il respiro del mondo» dichiara un titolo e più di un verso). La vita come capacità di dichiararsi da parte degli esseri che respirano con una forza che è una forza formidabile, capace di sopravanzare tutto, perfino l’abisso di vuoto e di dolore sul quale la vita riposa. Una vita che è in grado di abbarbicarsi proprio sull’orlo dell’abisso e lì attecchire, mettere radici e produrre lo slancio in avanti: «E solo toccando l’ultimo sperone di dolore / la guglia capovolta confitta nelle viscere // stalattite cresciuta goccia a goccia…/ solo toccando la guglia estrema / si farà lieve la sua punta, / non più freccia ma piuma /…si aprirà un passaggio, / ancora – lieve – per l’amore» (L’ultimo sperone). E la cosa si dichiara in vario modo in molte delle poesie qui raccolte, anche in forma di possibile viatico capace di riconquistare «la dolcezza e l’armonia, / la tensione e la magia» (La dolcezza e l’armonia), facendosi invadere l’anima e lanciando gridi di speranza: «meglio piano scostare / la vita nei bordi / e afferrare quel filo / che ora ti tende // e planare, volare / con ali ancora stupite e stordite / stretti a quel cuore impigliato / che – d’un tratto – / ora vola con te» (Là dove il cuore). Si impone, forte e netta, la risposta dell’amore, che qui vive come respiro corale e coinvolgente attraverso proprio lo strumento della parola poetica, offerto al lettore con slancio e insieme umiltà. L’autrice è capace sul piano della scrittura di coniare un lessico sonante e musicale, in cui le immagini sgorgano inconsuete e gli artifici stilistici del suono, ordine e significato (allitterazioni, rime, ossimori, antitesi, metafore…) si uniscono con una semplicità di talento e una precisione di perizia, convivendo in una luce radente ed insieme empatica. Una luce che mette a nudo le persone e le cose per amarle, senza bisogno di volontà consolatoria e senza aloni di nostalgia.

Paolo Ruffilli

Prefazione

 

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