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LA POESIA DI NADIA SCAPPINI

LA POESIA DI NADIA SCAPPINI

Da quanto tempo conosco Nadia Scappini? Leggo sul primo libro ricevuto da lei, “e tuttavia Ti cerco” (Áncora edizioni), una dedica datata 17 aprile 2008, stesso anno della pubblicazione. Un secondo libro del 2008, “Il ruvido mistero” reca la dedica del 20 settembre di quell’anno: ma, più importante, la dedica stessa mi rimanda a una poesia per il figlio che ha guadagnato “il valore smisurato di essere padre” contenente la citazione di un mio verso tratto sul diventare padre: dunque ci conosciamo da prima. Da quegli anni la comunicazione reciproca di bellezza e poesia, il lavoro comune di conoscenza e incontri non hanno fatto che crescere – e l’amicizia: la dedica che Nadia mi ha scritto sul libro “Un’ora perfetta” (era il marzo del 2015) è per mia moglie e mia figlia e anche per mia mamma, perduta da poco. Ma del nostro rapporto al lettore importerebbe poco, se non fosse segno di qualcosa di raro, e importantissimo invece: Nadia Scappini è di quegli autori che fa comunità letteraria, e Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno, in un’epoca in cui è difficile che i poeti lavorino insieme, stimandosi e, perché no, criticandosi, ma pur sempre affermando l’opera l’uno dell’altro. In questo sta la forza di Nadia Scappini, la quale scrive e nello stesso tempo costruisce un ascolto; è ciò che fonda lo statuto di autore, in fin dei conti. Ascolto che riverbera nella sua opera, dove a farle da compagni di viaggio troviamo sempre una piccola folla di poeti e autori che dalle origini della cultura giunge fino a noi. Citazioni che non sono orpelli, ma appunto dialogo continuo. Il primo libro citato sopra si trova definito nelle note bibliografiche come “saggio su preghiera e poesia”. È di più, in realtà. “E tuttavia Ti cerco” reca una serie di saggi supportati da riflessioni in prosa, racconti e poesie sul tema che, di volta in volta, ognuno dei capitoli affronta. Non solo: prose e poesie non sono opera solo di Nadia Scappini, ma di una comunità di poeti, spesso coetanei e conterranei. Un libro corale, una cosa insolita: chi tiene il filo è certo Nadia Scappini, la quale risulta fin dalla copertina autrice del libro, ma dentro è dato ampio spazio ad altre voci. Né si può chiamare antologia. Qualcosa in più, ancora una volta: l’autrice spesso si mette in disparte, lascia parlare gli altri ma dicendoci che quelle voci collaborano con la sua, diventando un po’ sue. Operazione magnifica e originale. I temi affrontati non sono affatto facili: la sofferenza, la malattia, il distacco, persino il silenzio di Dio. Una società di poeti, corroborati da un’altra collettività di scrittori classici convocati dall’autrice sulle pagine (tanti ce ne sarebbero da citare, a noi ne basti una sola: Etty Hillesum) con profondità di scelta -e la capacità raffinata di non sbagliarne nemmeno uno- si ritrovano a lavorare intorno a questioni su cui siamo sempre fragili, a cominciare dalla preghiera, parola che “etimologicamente ha a che fare con precarius, riguarda, quindi, da vicino, la nostra condizione di precarietà sulla terra” ci dice l’autrice partendo per questo viaggio. “Il ruvido mistero” richiama fin dal titolo a quell’opera corale, nello stesso tempo rappresenta il vero e proprio scatto di poesia dell’autrice. C’è da ricordare che il nucleo fondativo di Nadia Scappini è un’incessante riflessione, attraverso i versi, della sostanza della relazione, umana fino al familiare quanto assoluta fino al trascendente. Diciamo che questi aspetti si rispecchiano continuamente: quando si rivolge a una persona presente, familiare o amico che sia, non manca mai un punto di fuga, un innalzamento fatto di domande e risposte che consente una connessione alta anche nelle situazioni evocate nel modo più feriale. All’opposto, quando il tema parte dal cielo, non si fa mai discorso o concetto, pur essendo l’autrice ben nutrita persino di teologia e filosofia: si rimane sempre al livello poetico, non si omette mai l’immagine concreta, il correlativo oggettivo, quasi sempre la persona fisica di/a/per cui si sta cantando. In questo libro lo vediamo bene nella sezione eponima, ad esempio, dedicata “agli amici andati avanti”, dove l’autrice non risparmia a se stessa e al lettore l’impatto che ci fagocita con la ferita, la morte, l’assenza di chi era il bene per noi: “divento impasto mi lascio divorare./Sarò una cicatrice nel tuo grembo./Non mi farò notare” (Sarò una cicatrice). È una raccolta in cui la voce poetica ha scelto di rimanere scarna, essenziale, spesso legata al rapido pulsare di versi brevi, di parole che ambiscono all’assoluto. Così si presenta in apertura Nadia Scappini, certo per rispondere a quella ruvidità del mistero che arriva a metterne in discussione persino la fiducia: “Dico che credo, che sento il fiato del mistero/ma poi non m’abbandono al tuo sentiero” (Non ho fede per lasciarti fare), indice non tanto di dubbio ma di domanda sempre aperta e ricerca inesausta. Quando nel 2015 esce “Un’ora perfetta” (Nino Aragno Editore) la voce di Nadia Scappini ha progredito verso il canto. Non le serve più un passo scarno per continuare a dire persino la ruvidità e le ferite, cosa che continua coraggiosamente a guardare: “L’approdo scarno, l’anima dilagata/dall’andarsene orfano e ferito/verso un oltre sconosciuto//arriveranno mai, ciascuno alla sua meta?” (La meta). Anche i compagni di viaggio restano di alta caratura: una poesia è dedicata a Cristina Campo, ancora una volta per citare un solo nome tra i tanti. La poesia si fa nell’autrice “un’ora perfetta” perché cresce la consapevolezza che essa è perfetta quando prendono voce i nostri moti più veri, i riverberi più profondi del nostro bisogno di amore e significato. Afferma Giorgio Bàrberi Squarotti, introducendo questo libro: “Il divino, il sublime non sono nelle altitudini, nei fastigi superbi, ma nel <sottosuolo>. Là dove si direbbero esserci solo scarti, cianfrusaglie, oggetti inservibili, rotti, emergono invece i tesori della parola autentica”. Parola che, pur diventando più musicale e larga, non rinuncia alla ricerca del particolare efficace: ci sono nel libro ad esempio strofe -spesso tra parentesi- scritte in corpo minore, come se l’attenzione della scrittrice tenesse conto persino delle minime modulazioni della voce, dicendoci che anche il tono con cui vanno lette queste composizioni contribuisce al senso che vuole sprigionarsene. L’anno dopo, fedele al proprio mandato di rinnovarsi nella ricerca e compiere un nuovo passo, l’autrice pubblica “Sonia e il poeta – romanzo minimo” (Il Vicolo ed.). Si tratta della vita nova di Nadia Scappini, sia nella forma che ritorna a unire prosa e poesia, sia nel contenuto, che è la storia di un amore di due destini. Nel libro Dante è il poeta, ovviamente, si chiama Alberto ed è milanese; Beatrice è Sonia, da Beirut, e il luogo dell’incontro non è Firenze bensì la Sicilia. Una storia essenziale, un “romanzo minimo” ma perfettamente compiuto nel suo genere, un piccolo gioiello della poesia italiana contemporanea. L’affondo dell’autrice è sull’amore, affondo che prima o poi tutti i poeti degni di questo nome sentono di dover fare. Amore drammatico, assoluto, beato, intenso, triste. Ci sono i punti di vista di entrambi i protagonisti, le poesie di lui, il racconto di lei. E si potrebbe dire che proprio la figura di Sonia (non a caso il titolo è per lei) tocca l’acme di un discorso in cui l’amore è allo stesso tempo stupendo e doloroso, infinito e finito. Veramente notevole l’accordo tra versi e prosa che Nadia Scappini è riuscita a creare in questa opera, dalla lettura immediata e intensa. È così che nel 2019 l’autrice ritorna sullo stesso tema con l’opera di poesia più recente: Come dire dell’amore (Moretti & Vitali), compiendo un nuovo passo di musica e di ampliamento dello sguardo e rimanendo al contempo fedele a se stessa e alla sua poetica, come ben rivela Giancarlo Pontiggia: “Queste di Nadia Scappini appartengono al tipo di poesie che accadono a ogni lettura. È adesso che noi vediamo ciò che l’autrice vede e, soprattutto, partecipiamo al suo dialogo ininterrotto con le persone vive e morte (fratello, marito, genitori, amici, poeti) stando essenzialmente nel cuore delle relazioni – relazione la poesia stessa”. Utile anche ciò che il critico aggiunge: “Sembra infatti che Nadia abbia scoperto il segreto del mondo, ma ogni volta ricomincia dalla stessa scoperta: ogni suo testo è scritto come se fosse evocato, imponendosi inatteso alla mente”. Proprio così. Noi vediamo l’autrice contemplare mondo e cielo, soprattutto come contenitore delle diverse e infinite variazioni dell’unico amore; la poesia che ne esce è un atto di restituzione che canta e dona ciò che ha veduto e appreso, poiché avanza “spiandone la trama la smagliante amorosa tessitura”. Ormai si è tuffata in questo tutto-sguardo, questo tutto-canto. E seguirla è semplice, se si accetta come lei di vivere tutto, anche le percosse dell’amore, così evidenti quando il proscenio è occupato dal lavoro dell’uomo, nei campi o nella tessitura (è lo stesso), metafore dello scrivere e della poesia, per Nadia Scappini sempre nuovo regalo e contemporaneamente risarcimento: “bisogna pur cominciare a riparare le parole./servono filo tenace e sottile/mano ferma e fitte cuciture/che le riattacchi alle cose/prima, però, serve una buona forbice/(punte stondate lame affilate)/che sappia potare come il vignaiolo i tralci/quando da lontano s’annuncia primavera”.

Gianfranco Lauretano

SecoloDonna2020

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