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‘LE ORE SALVATE’ DI ZINNA

‘LE ORE SALVATE’ DI ZINNA

Nella silloge Le ore salvate (Fondazione Thule) Lucio Zinna raccoglie la produzione poetica dell’ultimo decennio (2009-2019). Come afferma Tommaso Romano nel risvolto di copertina, essa si connota per il ventaglio tematico, percorso dal fundus unificante della dispersività del tempo […]. Ne deriva l’esigenza di salvaguardare quei frammenti esistenziali che si rivelano sintonici con la nostra vita spirituale […]. Un tempo sottratto a forme di usura e depotenziamento: in senso lato, nel concetto stesso (come in titulo) di “ore salvate”. Questa tematica di un lacerante sentimento del tempo è stata peraltro sempre consona alla ricerca di Zinna, che nella transitorietà e fugacità dell’essere, nella caotica entropia universale, ha cercato di salvare quei momenti più duraturi e fermi, più ricchi di significato e di valore (gli “accumuli e le memoriali rivisitazioni” del tempo: p.65). Richiamando Mallarmé, proprio nel testo omonimo dell’intera silloge, l’autore può così affermare che, rispetto al francese che vuol essere ripagato dai vivi per le ore che gli hanno rubato, «le mie non le pagherà nessuno / e il totale è alto in una vita / vissuta di corsa e facile all’errore./[…] Ne recupera cento rubate un’ora / avuta in dono» (p. 8). Si potrebbe qui fare riferimento a quel processo di ‘riduzione’ fenomenologica husserliana di cui parlava Montale a proposito della poesia di Lucio Piccolo – identificandosi in fondo con lui –, in quanto solo ciò che del mondo fenomenico viene a morire e riesce a trasferirsi nella memoria individuale acquisterà la ‘certezza’ del vero e dell’autentico (si ricordi, di Montale, la morte della farfalla in “Vecchi versi”: « fu per sempre / con le cose che chiudono in un giro / sicuro come il giorno, e la memoria / in sé le cresce, solo vive d’una / vita che disparì sotterra»). Così sono molte le strade percorse durante l’esistenza e molte le « orme seminate nell’asfalto»,(p.25) ripartendo sempre «verso una segreta Compostela / di orme brevi / a larga risonanza dentro il cuore» (p. 11), anche se a volte «s’impara dai nipotini a ricavare / dalla centrifuga dell’essere / un succo vitale improbabile / in tempi in cui si vanno / bruciando tutte le scorie» (p. 48). Ovviamente, non è questa una tematica esclusiva. A volte le ore vissute, anche se in apparenza  impoetiche, lasciano residui, rifrazioni e possono così essere ‘salvate’: «ogni attimo è propizio a sprigionare / impulsi da una forza minimale / recondita» (p. 42). A esempio, ci può essere l’approccio scolastico del nipote Manuele Mattia di quattro anni (p. 15), o il resoconto sull’arte del pittore Francesco Guadagnuolo (p. 19), oppure il commosso ricordo del poeta Ignazio Buttitta, che aveva una casa come un camuffato castello alla marina di Aspra e non avrebbe immaginato che nel suo orizzonte avrebbe trovato identico rifugio il giovane amico di allora (p. 34). Oppure, ancora più commosso, quello della nonna Giuseppina, che se ne andò quando aveva sedici lustri e « un cuore ormai insicuro /[…] un cuore da impavido a malandato / che la medicina di quel dopoguerra / seppe così bene mal curare» (p. 49). O infine la citazione del poeta Guglielmo Peralta, che era un seminatore di sogni nella stessa quotidianità: «è sempre tempo di semina / perché è perenne tempo di crescita» (p. 42). Ma la novità assoluta della raccolta sta nella terza, e ultima, sezione (la seconda, “Stramenia”  [latinismo per “fuori delle mura”, era già apparsa in edizione numerata nel 2010), intitolata “A incalcolabili lune” , in cui, come sempre dice Tommaso Romano. «il reperimento, da parte del poeta, di un punto di stabilità nella sua fede, che è stata incerta, altalenante, attentata dal dubbio, con lunghi periodi di allontanamento: un ritrovato rapporto, diretto e personale, con il proprio Dio, scevro da intermediazioni e protocolli». La sensibilità del poeta spazia così da un più accentuato senso di tenerezza verso «gli animali e gli indifesi / di ogni regno di natura» (p. 55), ivi compresi quei gatti «a uno a uno declinati / nell’indifferenziato vortice / che riduce abituali presenze / in assenze perenni» (p. 52), al colloquio diretto col divino: «Muta o Dio  in terraferma / di certezze il mare d’angoscia / in cui si naviga» (p. 60). Perché «somiglia al coraggio la fede / Si crede se e quando il divino / si ritenga avallo nella guida dei giorni» (p. 57). E il poeta può affermare: «Tengo ora annodato al dito / quel filo sfuggito come aquilone / nel turbine adolescenziale. / Ardua impresa e tarda riprenderlo / a incalcolabili lune di metafisiche / separatezze» (p. 58).  Per concludere infine: «Dio della simultaneità abbi di noi / la pietà che spesso non abbiamo / per noi» (p. 62). Perché ora il poeta sa, citando una massima siciliana, “dove dorme il lepre” (p. 64), ossia lo stesso Iddio. Sotto l’aspetto formale le liriche di Zinna evidenziano sempre la stessa tessitura. C’è un costante uso dell’enjambement e manca la virgola a livello lineare quando si alternano sintagmi diversi. La musicalità in generale è franta, di stampo novecentesco, e molto accentuata per il largo uso di allitterazioni (a p. 27: FRAZIONI e riFRAZIONI, andARE e il tornARE, MACERAno MACERAzioni, LUCIDO LUDICO, SCALI e SCALIni; a p. 43: « Dove SIETE se ancora SIETE chi vi CELA in QUALe / cielo vi VELA sotto quale VELA navigate per QUALi)», di consonanze (confine/confina a p. 29), di rime interne (mondo/mondo a p. 29; anelito e fede /anelito e fede a p. 42), di iperbati («Dell’adolescenza appena sulla soglia / sconoscevo della morte il volto» a p. 49), di doppio uso di lemmi («usurpando chi ti usurpa» e «la matura maturando» a p. 41/42; «un giusto ingiustamente accusato» a p. 45). In quest’ambito si può citare anche la polisemia della parola “verso” (p. 36: «ogni viaggio sempre / nel verso del verso»), ma è sul piano grammaticale  che poi si assiste a un tripudio delle amate parole composte: o con trattino (“lodi-anima”, “ragazza-astro”, “spirito-guida”, “creature-ponte”) o senza (“remimbarca”, “ultranodi”, “concadoro”, “pentavani”). Per quanto riguarda il lessico, ci sono termini in siciliano (“maccu di favi cu l’ugghiuzzu novu”, “unni mi dormi u lepri”), in latino (“verbi sensus”, “trans”, “post”, “et onne tempo”, “ab traho”, “lectio”, “cotidie”, “fiat, “habitat”, “claudicatio intermittens”, “deogratias”, “Deus non vult”, “Ego sum qui sum”), in spagnolo (“rincón”, “nunca más”), in francese (“milieu”, “renaissance”, “rêveries”, “bidonvilles”), in inglese (“show girls”, “Westwego”, “road”), ma non si può parlare di plurilinguismo, tutt’al più di arricchimento della lingua. Quest’ultimo resta accentuato poi dai sicilianismi (“spitignosi” [per “schifiltosi”], “s’aggattano”, “giannetti” [cavalli da corsa], “lampìano” [per “lampeggiano”], “sghìciano” [ma sia il Traina che il Mortillaro registrano solo “sghicciari” per schizzare]). Infine si segnalano le molte epigrafi (o a inizio della raccolta, o delle sezioni, o di singoli testi) e i richiami culturali (es.: Pascoli, Soupault, Kerouac, Robbe-Grillet, Nievo, Manzoni) che denotano la vasta cultura dell’autore, mentre rispetto al passato l’uso dell’ironia è quasi inesistente.

Sergio Spadaro

paeseitaliapress.it

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