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MOTO E RESISTENZA DELLE COSE IN PONTIGGIA

MOTO E RESISTENZA DELLE COSE IN PONTIGGIA

Di fronte a Il moto delle cose di Giancarlo Pontiggia (Mondadori), con cui, sotto i migliori e più coerenti auspici, rinasceva la gloriosa collana dello «Specchio», qualcuno potrebbe essere tentato di rivisitare i tradizionali luoghi comuni del più retorico umanesimo. E di parlare dei valori eterni della classicità, degli ideali perenni, o al contrario della seduzione del nichilismo, del perdere il presente: per poi magari fermarsi qui. Certo, Pontiggia non prescinde mai dalle grandi voci del passato, tuttavia uno degli aspetti forse più vivi di questa poesia, e più vicini al lettore di oggi, consiste nel riconoscimento, lucidissimo e privo di finzioni e di illusioni, della relazione asimmetrica tra la resistenza delle cose e il flusso del tempo. Soffermiamoci su E leggi, in Lux Nox (alla chiara fonte 2008), poi confluito nel Moto delle cose con altro titolo, E vedi: «un verso, un muro, un letto / sono più lunghi di te // erano prima, e sono dopo / di te». «Vedi» per «leggi» è la spia di un cambiamento di prospettiva: l’io lirico non apprende, inerte, dall’esterno, ma osserva e sperimenta la piena evidenza. Si tratta, se non di una priorità ontologica, di un carattere tangibile e ineluttabile, e spesso persino ostile, delle cose del mondo e dell’esperienza rispetto al vissuto e al suo consumarsi e scivolare verso l’estinzione. Non ha senso rimuovere e occultare questa ostilità, questa impassibile e sottilmente inquietante persistenza delle cose di fronte al nostro passare, perché è un destino: il segno «di un ordine incessante».  Come nel grande stoicismo romano, da Seneca a Marco Aurelio, e più in generale nella filosofia ellenistica (così vicina alla modernità nel vivo senso dell’esperienza individuale, nella diffidenza verso i grandi sistemi), la percezione e l’intuizione di un logos universale, di una superiore pronoia, insomma di un destino, benché impossibili da decifrare e da enunciare, sono l’altra faccia, la compromissione con l’ombra o il lato di luce (estremi che in Pontiggia mostrano un margine labilissimo, margine che è sigillo di una stretta contiguità: l’ombra del «crepuscolo del mattino», per dirla con Baudelaire) del senso della caducità di ogni esperienza e di ogni disegno umani. Quasi un divino disincarnato, restio ad ogni individualizzazione, del quale si intuiscono la sussistenza e la possibilità, ma i cui decreti trascendono, nell’immediato, la nostra facoltà di comprensione e di espressione, e si manifesteranno solo in un orizzonte di destini finali, al termine dei tempi, in un ipotetico tornare e reiterarsi del tempo. Ore giorni anni sono «sospesi come un’era / lunga, vasta, immortale». Anche il frazionarsi e parcellizzarsi del tempo sono in sé eterni. Il tempo, come per gli antichi, è «immagine mobile dell’eternità». La materia che torna alla materia, il ciclo lucreziano e foscoliano – e in fondo anche ovidiano – in cui nulla si crea e nulla si distrugge, e le forme, piú che nascere e dissolversi, sfumano e migrano e si trasmutano le une nelle altre: è l’altro lato, la veste o la risonanza mondane e la consistenza di questo tempo eterno, di questo divenire che confina paradossalmente con l’immutabile proprio perché, per definizione, è in sé perenne. «È notte, sei / tra le cose del mondo, le cose / solide, vaganti, che si sfanno / in altre cose». Sebbene trasfigurata liricamente e collocata sullo sfondo di una notte che è simile a quella eterna, immensa e sublime di Novalis, siamo di fronte a una realtà concreta, solcata dal tempo che passa e che porta uno scolorimento delle immagini del mondo in noi. Ma nella notte, nel sovrano stordimento della solitudine, si origina la poesia – una conferma è nella plaquette Voci, fiamme, salti nel buio (Stampa 2009, Varese 2019).  C’è una sorta di condizione tensiva, «le cose che non hanno vita» resistono, «durano più di te», «e tu muori». Travolto dal tempo, per effetto del tempo: «senti // com’è il tempo e le sue ore, che scorrono / sugli stipiti, alti, del mondo / muoiono, i corpi, si rigenerano / è un batter di ciglia l’opera, lunga, / delle stagioni, stupisci / che la vita sia già trascorsa» (Voci, fiamme, salti nel buio). Lo stilema di Pontiggia circa l’impiego della seconda persona singolare si limita a segnare uno scarto da se stesso da parte del soggetto poetante? Traduce l’esigenza di spartirsi il peso della temporalità con un interlocutore inesistente? Il colloquio (cum-loqui) qui visibilmente difetta dell’altro, e il «tu» sembrerebbe regredire all’io, a un io lirico che tuttavia enuncia lo stato delle cose: il tempo siamo noi, immessi in un «lento / esercizio di secoli», ma il nostro tempo si esaurisce. Oltre questo riscontro non possiamo andare. «Ciò che persiste sta con ciò che diviene, le gioie si disperdono / come in un vaso rotto»: c’è una soggettività che persiste ma che resta «inventrata» nella profondità del subconscio, avvolta nell’involucro dell’individuum ineffabile (ineffabile come il senso di tutto, reificato in versi al contrario lavoratissimi, miniati) e una soggettività esistenziale, fenomenica, esteriore malgrado così radicata nella memoria, anch’essa in mutazione, come il vaso incrinato, all’apparenza intatto ma scheggiato da «una ferita esile e profonda». E tuttavia lo spessore dialogico di quest’opera suggerisce qualcosa di più essenziale: è un colloquio con il tempo, d’accordo, ma soprattutto è un colloquio con chi riesce ancora a parlare al nostro tempo. Il «tu» di Pontiggia, allora, non è affatto indeterminato, né unicamente ritornante all’io, è anche una strategia per sottrarsi alla comunicazione contemporanea e per restare in contatto con chi si è posto certi interrogativi prima di noi, cioè i grandi del passato, interlocutori tutt’altro che assenti, anzi quasi pervasivi, nella misura in cui sono ancora in grado di muovere l’ispirazione. «Una linea infinita di tempo / ci precede; un’altra ci segue: attoniti le contempliamo, / sospesi fra due mondi / indifferenti, lontani. Eppure niente li separa // se non te, che guardi». Se il tempo siamo noi, in quanto partecipi e attori del ritmo della nostra esperienza (memoria-futuro), lo scolorire delle parvenze, pur nella sua inafferrabilità, resta vissuto, percepito e sofferto, ma non dissolto in una astratta e fumosa vaghezza. Per certi aspetti viene in mente il realismo magico e simbolico della pittura metafisica, in cui nell’extratemporale le cose conservano, e anzi accrescono, il loro enigma e il loro mistero anzitutto per la nettezza di volumi, superfici, spazi, contorni. E il nome – nel Moto delle cose – è contenuto nei suoi limiti, nitidamente delineato senza eccedere la referenza, benché all’interno della melodia e del ritmo che sono consustanziali a un discorso poetico si insinuino stridori, contrasti, dissonanze anche se sempre scanditi e sorretti dalla musica del verso: «Stridi, becchi, blaterii / buchi di lingua, suoni / che si torcono, stipano, / si ammaccano». Schiocchi, scricchi, fruscii danteschi e montaliani, quasi calco sonoro dell’aspra superficie della realtà. Arnaldo Colasanti, nel notevolissimo Notte purpurea. La poesia di Giancarlo Pontiggia (Amos Edizioni 2020), indica nella trama linguistica di Pontiggia «l’adesione dell’italiano ad una lingua estranea». Ciò, Colasanti dice, va molto al di là del riconoscimento della sua competenza linguistica nella tradizione classica e nel francese. La sua lingua «si presenta nella sua potenza lirica come una lingua estranea, come una lingua fantastica eppure naturale, ossia mai inventata. Appunto, non una lingua straniera ma una lingua estranea per quella massima profondità e, insisto, retrodatazione temporale a cui viene sottomessa. Dentro ogni sillaba respira il revenant, la traccia di un soggetto separato e così pieno di senso». La poesia qui si confronta con l’«antico / bulicame delle cose». Proprio nella sua «ctonia» discesa nel «grembo» originario, nella sua immersione nelle origini (Origini, già titolo in cui nel 2015 per Interlinea si raccoglievano le due opere precedenti di Pontiggia, Con parole remote e Bosco del tempo), nella causa fondamentale, nel regno delle Madri, il nome non si sperde in una intemporale indeterminatezza di archetipi inafferrabili, ma continua a portare sulla superficie del dettato le impronte tangibili della realtà e dell’esperienza presenti. In Bosco del tempo, del 2005: «Sferzava, nella mente che non vede / altro da sé che una vuota storia / di gesti – ombre, ore, scorie / di un passato torpido, opaco – sul mattino / esile, provvisorio, / sull’inanimato» (Era un’alba, ricordo, e tra i vapori). In questa luce realistica e fenomenologica può essere riletto anche il sostrato sallustiano della poesia di Pontiggia, già notato e suggerito dal poeta stesso. Non c’è in lui solo il Sallustio platonico e pitagorico, quello che giustappone da un lato lo spirito e dall’altro il corpo, ostacolo a qualsiasi contiguità tra ciò che è soggetto a fluire e votato a sparire e il divino. Da una parte il silenzio ottuso degli esseri che passano muti come ombre sulla scena della storia, e della cui vita si tace come della loro sparizione, aggiogati come sono a una corporeità non redimibile; d’altra parte la voce eterna delle gesta còlte e fermate dal nome affidato ai posteri «con parole remote», originarie, alonate da un silenzio talora metafisico, «scavate come un abisso», come quelle ungarettiane. Ma c’è anche lo sguardo quasi impietoso del Sallustio – nel senso più alto – moralista, che con lucidità estrema e senso della realtà vede grandi civiltà e interi sistemi di valore mutare, decadere e avviarsi alla fine alla maniera degli umani. E c’è insieme un senso lucreziano sia del grembo originario, della daedala tellus datrice della vita, sia del decadimento e della distruzione, del disgregarsi e dell’aggregarsi angosciosamente casuali e imponderabili dei semina rerum a dare forma ai corpi e alle esistenze. Un moto casuale, uno sparso polverio che sinistramente può essere sia vitalità che morte: «delira / in delirio il mondo, si sfarina»; «Stridono, le cose, / nella botola – scura – della materia»; «impazzano // gli atomi della mente, nomi / infrazionabili»; «Vortica, l’infinitesima / frazione delle cose». Con parole meno sommarie, dice ancora Colasanti che «Lucrezio non è una fonte. Se fosse tale, peserebbe sul testo in una maniera grave, e, alla fine, pretestuosa. […] Lucrezio è presente in una maniera continua ma pallida, rimossa, latente: carezzevole. Lucrezio è nei versi di Pontiggia una lunga penombra: non la fonte ma la diffusione, dico il sentimento o meglio la sensibilità di una sparizione avvenuta. Dunque, non è una presenza; piuttosto è quel contatto che Giancarlo sente con un revenant, o meglio con un simulacro». E «il simulacrum lucreziano è un eventum del tempo; ma in sé possiede il muro di terra di una prigione […], il lunghissimo attimo di un tempo che esiste straziante perché non-è, perché non-diviene». Ad esempio, nella sezione Animula di Voci, fiamme, salti nel buio: «Entro nei bordi di un tempo / che non si consuma, resiste / – felice, invulnerabile» – nel suo / letargo di evo». Tornando al mio generico accenno a Lucrezio. In fondo, è un’ottica simile a quella all’interno della quale la fenomenologia poteva fondersi con l’esistenzialismo, in una congiunzione che rende la prima meno fredda e asetticamente raziocinante, il secondo meno sterilmente riverso in un logorante e inconcludente, e vuotamente verboso scandaglio introspettivo. «Lasciare che le cose siano, e siano…»; «lasciar essere l’ente», abbandonarsi al divenire dell’essere, e all’essenza del divenire. E insieme l’epoché fenomenologica, la consapevolezza del carattere funzionale e mutevole di definizioni, categorie, parole, concetti che si adattano di volta in volta alle necessità della percezione, della conoscenza, dell’espressione, destinati a trasformarsi o a svanire, come del resto accade alle esperienze che designano. Nelle forme della vita è in germe il loro sfacelo futuro. Ciò non toglie che la vita si imponga come criterio del valore, e che prevalgano il piacere e il sollievo di «esser vivo, essere, esserci», di «stare più che puoi nel mondo», di «starci comunque». «Le cose / che già erano prima di noi, / e restano, quasi immortali, dopo; […] / – non furono loro che ci legarono / alla vita, al sovrano, fisico, delirante // moto delle cose?». Fermo restando, quindi, ciò che dura più di noi, in questa mutevolezza sembrano dimorare, nello sguardo di Pontiggia, l’essenza impermanente, lo sfumato fondo, la perennità cangiante della poesia come dell’esistenza, dell’esistenza come poesia. L’asimmetria tra ciò che resiste e ciò che decorre scompone la vita, e di riflesso anche la poesia. E, per parecchi versi, la eccita, a partire, appunto, dal senso del limite: «pare impossibile immaginarlo, il mondo, / senza di noi, pensare / che continui, uguale, indifferente…» (Voci, fiamme, salti nel buio).

Elisabetta Brizio

 

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