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PARDINI: SULLA POESIA

PARDINI: SULLA POESIA

Ogni corrente letteraria si è distinta dall’altra per una diversa interpretazione del rapporto fra l’io e il mondo circostante. Fino all’originalità Baudelairiana che vede nel poeta colui che può auscultare la realtà col sesto senso. Sì, uno in più. Perché riesce a percepire quella musicalità insita fra le pieghe del reale, che l’uomo comune non riesce a udire. Ed è proprio quella “sinfonia”, secondo lui, a creare una simbiotica fusione fra le cose che all’occhio comune appaiono divise. Ma, per farla breve, secondo me, l’arte non è ragione, né  realtà scussa, l’arte è fantasia, immaginazione, passione, sinfonia, emozione, partecipazione, esaltazione… L’arte ha bisogno di un serbatoio a cui attingere. E quel serbatoio è alimentato dalla memoria. È essa che plasma la realtà mutandola in immagine. Ogni piccolo fatto, ogni sguardo, percepiti e degni di storicizzarsi, una volta decantati nel nostro animo, si fanno alimenti indispensabili per la resa estetica. Si potrebbe partire addirittura dai presocratici, per non dire di Socrate, Platone, di Aristotele, per tracciare una linea sommaria che tenga di conto dell’evolversi di tale rapporto.  Sono certe condizioni a permettere che tale tema della filosofia si sviluppi proprio in Grecia nei secoli VII-V a.C. A determinarne l’esordio contribuiscono la visione dell’arte, della religione e le condizioni socio-politiche di quel periodo. E soprattutto Omero, Esiodo e la poesia lirica. Omero, pur rifacendosi a ragioni mitico-storiche, tenta di rappresentare la realtà nella sua totalità. Ed Esiodo cerca di venire a capo del «principio primo» da cui tutto ha inizio, ma rifacendosi sempre al mito. E Socrate, quanto al rapporto dell’io con la realtà, giunge al concetto di limite, di giusta misura: quel «conosci te stesso» del tempio di Apollo. Ma mi piace aprire una parentesi su Saffo la grande. Il suo rapporto con Pan è vario, e piuttosto conflittuale. Nei suoi frammenti ci sono chiari di luna, e paesaggi serali veramente moderni. Ma la sua ricerca è sempre volta ad una Natura tormentata e violenta che faccia da specchio al suo essere abnorme, al suo involucro imperfetto, e “brutto”. Riesce a soddisfare il suo spirito solo davanti a mari che sbattono le loro onde fragorose su scogli dissestati, o in mezzo a temporali forieri di lampi paurosi. E bramerebbe che la morte la raggiungesse nel momento del maggior godimento erotico, perché tale beatitudine, tale sperdimento dell’essere non venisse profanato dalla vita…  Passando ai primordi della nostra letteratura, con lo Stilnovo avviene una vera sublimazione dell’amore e una vera idealizzazione della donna. Un rapporto completamente diverso fra l’amante e l’amata, fra l’io cogitante e la realtà. Si afferma un nuovo concetto di amore impossibile, che aveva i suoi precedenti nella tradizione culturale e letteraria trobadorica e siciliana, nonché un nuovo concetto di donna, concepita adesso come donna angelo, donna angelica. Parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittivo-visiva che consente al poeta di mantenere sempre intaccata e puramente potente la propria ispirazione in quanto diretta ad un oggetto volontariamente cristallizzato e, ovviamente, giammai raggiungibile. Ma è l’età dell’Umanesimo a segnare la linea di demarcazione fra il vecchio e il nuovo nelle visione del rapporto fra l’uomo e la natura. Nasce un’idea del tutto innovatrice e cambia completamente questo raffronto. Di conseguenza cambia la concezione dell’arte, della vita, della morte, della religione, della scienza e della politica. Mentre nel Medioevo tutto dipendeva dall’ordine divino e la teologia era a capo di ogni attività umana (basta citare Dante e la Divina Commedia per notare che l’Aldilà era a capo di ogni pensiero filosofico. La punta più alta della conoscenza era considerata l’incontro con la luce eccelsa e abbagliante del Supremo), ora è una massima ripescata dagli antichi romani – Appio Claudio Cieco – a condensare in sé la filosofia dell’essere e dell’esistere: “Faber est suae quisque fortunae”, “ognuno è artefice del proprio destino”. Per cui l’uomo si ritiene, sì, figlio di Dio, ma in quanto tale deve dimostrare di esserlo dandone prova colla sua azione e la sua creatività. E non pensare passivamente di far parte di un universo immutabile. L’essere umano diviene, così, l’artefice primo del suo progresso in terra; nasce l’uomo nuovo, fattivo, operativo, scopritore che cerca di penetrare nei meandri del creato e della Natura. Una filosofia di vita che si trasmetterà all’Illuminismo tramite le discours sur le methode di Cartesio col suo Cogito ergo sum, che spingerà l’umanità alla scoperta, al miglioramento del suo vivere, alla Rivoluzione industriale, al Positivismo, e a tutte le fasi del progressismo scientifico, fino ai nostri giorni, con un grande input per il settore della medicina e della statistica. Al contrario, nella seconda metà del ‘500, nel periodo della Controriforma, comincia ad andare in crisi la sicurezza spirituale e filosofico-letteraria dell’Homo faber. Il primo a darne un esempio è lo stesso Tasso. Con tutte le sue irrequietezze e insicurezze, che lo avrebbero portato in manicomio. Cambia il rapporto fra l’essere e la realtà. Ci si chiede il perché della vita, dell’esistere, del quando, del dove; ci si interroga su tutti quei dubbi escatologici che portano l’io a meditare e a riflettere sulla fragilità della sua permanenza: malum vitae post-rinascimentale. Spleen esistenziale che sarà prodromico innesto per un Preromanticismo foscoliano o per un Romanticismo leopardiano. Per un Decadentismo pascoliano o pirandelliano e per quel filone di tutta la cultura occidentale contemporanea che avrebbe rispecchiato un animo inquieto alla ricerca di una verità improbabile, e forse mai raggiungibile. Si cercherà di reagire a questa psicosi di impatto sottrattivo, ma in che modo? Con sperimentalismi che il più delle volte portano a spegnere l’io in un oggettivismo massacratore della personalità dell’artista, e di dubbia resa poetica.  Sì, perché non vedo l’arte come semplice rappresentazione dell’oggetto che ci sta di fronte. E credo che il vero artista non si debba far intrappolare da propagande politico-sociali. L’arte è qualcosa di più. È trasfigurazione, è slancio, è azzardo, è ricerca, è metafora, è allusione, è manipolazione, tutto ciò che va oltre la parola, oltre il nesso, oltre la cruda realtà che ci condiziona. Montale è grande perché soffre nel sapersi vincolato a un quando e a un dove strettamente limitati per il suo sentire. Non è certo la ragione a spingerlo a considerare gli ossi di seppia metafora della vita, ma il suo palpito esistenziale. Quell’abbrivo che va contro ragione e che ci porta a vedere nelle cose tutto ciò che in esse è nascosto. Ed è giusto considerarlo come il più fedele continuatore della poetica leopardiana. E Calvino è un vero artista in Marcovaldo, perché è lì che esplode con eleganza e semplicità comunicativa la sua indagine. C’è già presente, se si vuole, il rifiuto di una civiltà invasiva, di un progresso che avrebbe sovvertito l’ordine naturale delle cose; e che avrebbe fagocitato l’individualità dell’umanesimo; e lo fa con ironia, con garbo, con il sorriso sulle labbra, anche, spedendo Marcovaldo a fare la villeggiatura nella piazza di città e facendogli scambiare il semaforo con la luna. Facendo una apologia della campagna, della  naturalezza, dell’uomo che è integrato con la terra. Sovvertendo i dati concreti. Una satira di contrasto, quasi pariniana, tipo L’incipriatura, o La vergine Cuccia. Secondo me si preannuncia già, con sottigliezza e verve calviniana, quel realismo terminale di cui si sarebbe abbuffato Oldani o chi per lui. Vera indagine, la sua, dello sdoppiamento dell’animo umano; servirsi delle cose per adattarle alle sue emozioni. Tutto frutto di un amore per la madre primigenia, in tutte le sue manifestazioni; di un’anima che trova la sua identità in certe avventure iperboliche tipiche dell’autore. Definirle irrazionali non è azzardato. Ed è giusto il riferimento al Parini visto come  l’iniziatore del filone lombardo che, secondo me, poi, si stravisa mutandosi in avventure sperimentali che niente hanno a che vedere con la poetica pariniana. Voglio dire, a parte i tempi, che le tematiche si fanno forzatamente realistiche, motivate più da una necessità di rappresentare oggetti e questioni, di propagandare idee, che da una vera ispirazione. Intendendo per tale la vera passione che dentro urge, irrazionalmente, e porta ad esprimere sentimenti che precedono lo stesso pensiero. La poetica del Parini, sì, è volta  ad un discorso sociale, è inconfutabile. Soprattutto in certe odi, come La caduta, e più ancora nel poemetto Il giorno; ed è vero che si scaglia contro una società di cicisbei e fannulloni, di corrotti, e “gozzovigliatori”, ma lo fa con motivazioni che gli sgorgano impetuose dall’animo, con quella passione che sente l’urgenza della poesia. E lo fa con uno stile nuovo, portatore di una vera narrazione rivoluzionaria: la satira di contrasto; è sufficiente leggere Il risveglio del giovin signore per rendersi conto del capolavoro davanti a cui ci troviamo. L’ultima voce satirica della nostra letteratura era stata quella dell’Ariosto. Una satira cosiddetta bonaria, oraziana più che giovenaliana. Con il Parini la satira è conseguenziale, frutto di un confronto di due poli contrastanti. Mai diretta: la bellezza dell’alba descritta con una partecipazione bucolica, unica ed affascinante; il giovin signore che, al mattino, rientra dalle solite sue feste preceduto da due ordini di teofori; dall’altra  il plebeo che lascia le calde coltri, e si alza per andare al duro lavoro della terra; alla fatica dei campi; proprio alla stessa ora. Quindi, tirando le somme, questo filone ha perso la sua originalità. Ha preso tutt’altra strada fino a convertirsi in un realismo squallido ed omologante, vòlto solo a raziocinare, senza alcuna invenzione personale. Lo direi quasi un oggettivismo spersonalizzato il cui solo merito è quello di distruggere la vera anima della poesia: fantasia, immaginazione, sentimento, musicalità, creazione, voli di grande portata metaforico allusiva, dacché ogni argomento è valido per trarne ispirazione – politico, sociale, erotico, satirico… – basta che non sia frutto di un  processo razionale; deve essere il sentimento lì in agguato a captare il suggeritore esistenziale, deve essere lui poi a consegnarlo all’anima; sarà lei a tradurlo in poesia. E la parola? quell’involucro indispensabile a contenere il tutto? Non sarà mai sufficiente a definire compiutamente la massa delle emozioni che un artista ha dentro. E tanto meno il pittore giungerà definitivamente all’atto supremo della perfetta creazione visiva. Perché siamo mortali e in quanto tali deboli, fragili. E se da un lato la nostra fragilità è motivo di ispirazione, dall’altro è anche il circuito entro cui noi siamo condizionati. Quel breve spazio che ci limita e ci rende imperfetti. Quindi esprimere la trasfigurazione è la maniera migliore per avvicinarsi il più possibile all’inarrivabile. Insomma, alla fin fine, vorrei che ogni artista sentisse l’urgenza  di travalicare il fatto crudo, e di non restarne invischiato, in quanto egli stesso è un uomo e come tale ambisce a superare il contingente e scavalcare quella siepe che è strettamente vincolante e vincolata al fatto di essere umani. Ed è proprio questo il nocciolo per cui  non è sicuramente vero che tutto è buono per far poesia. Nella stessa Divina Commedia bisogna saper distinguere i momenti di alta espressione artistica da altri di pura retorica. Soprattutto quando Dante si cimenta in argomenti di carattere astronomico, legislativo, o scientifico in genere. Si potrà parlare di concetti tradotti in metrica, ma non sicuramente di grandi slanci artistici. Come giustamente afferma Luigi Malagoli in “Stile e linguaggio nella Divina Commedia”: ci sono argomenti che la ragione assimila e ne fa teoria, ma che l’anima non riesce a rendere suoi per tradurli in arte. Né tanto meno si può parlare di Poesia quando la si vuole ancella di propaganda politica, o la si vuole declinare in manifesto tipo futurismo del Marinetti o gruppo ’63 del Sanguineti. Lo stesso che si sarebbe poi pentito di avere prodotto scritti di uno sperimentalismo fazioso e partigiano. È possibile che la poesia possa ridursi solo a forma? È quello che voleva. La Poesia ha bisogno di libertà, di armonia, di passione, di inventiva non di farsi strumento. Deve essere lei a scegliersi la materia. E una formula di matematica non sarà mai soggetto per un’anima disposta al canto. La ragione fa scienza, filosofia; l’anima e il sentimento fanno arte. Insomma posso creare un poema con tutto ciò che la mia anima riceve, digerisce, trasforma e traduce. E questo può accadere anche con un ingorgo su una autostrada; basta che quell’ingorgo sia vissuto come esperienza esistenziale di un momento, di un tempo particolari, adatti a scatenare emozioni. Ma se mi ripropongo di limitare lo sguardo solo a quell’oggetto, no!, non ci siamo! Per essere più precisi, quindi, diciamo che ogni argomento può essere valido, basta che abbia il consenso dell’anima. Ma una cosa è sicura, lasciamo da parte la ragione, e facciamoci trasportare dalla musica. E per dire del realismo terminale di Oldani o degli epigoni della “Linea lombarda” credo che in questi casi si cada in un oggettivismo assillante e trito, carente di quelle spinte emotive indispensabili ad una vera resa artistica. Comunque è bene leggere le differenti tendenze messe in campo dai poeti con le oro espressioni. È dal confronto che nasce lo spirito critico, la vera dialettica poetica.

Nazario Pardini

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