0

DENTRO LA POESIA DI ANNAMARIA FERRAMOSCA

DENTRO LA POESIA DI ANNAMARIA FERRAMOSCA

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca (Arcipelago Itaca). I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge. Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi? Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per saltiPer tumultiPer spazi inaccessibili. Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn). Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). Eppure c’è un altro pungolo che sprona questa poesia all’andare per salti, in questo caso per raccon­tare. Ha un nome, è quello della nipotina, Nicole, alla quale Annamaria Ferramosca dedica la rac­colta. Tuffare le mani nel tesoro di memoria e di bellezza, anche sofferta, e porgerlo all’orecchio at­tento e severo di una bambina diventano gesto fortissimamente voluto e opposto all’incombente, con l’anafora a conferire un ritmo drammaticamente incalzante, contro un tempo che appare, come nella poesia di Ingeborg Bachmann, “prorogato revocabile”: «quando potrò mai raccontarti di Nau­sicaa/ la palla sfuggita sulla riva/ […]// quando potrò mai raccontarti di Arianna/ del suo filo d’amore e di Penelope/ china paziente sulla tela/ […]// quando potrò mai raccontarti dei miei/ vec­chi giochi    cinque piccoli sassi/ fatti volare veloci tra le dita» (a Nicole della sera). Per Nicole si vorrebbe ritessere e ricantare il mondo, ricreare – anelito al cosmos e tensione con il caos – le inseguite geometrie. Per Nicole, innanzitutto, la poesia-compagna di una vita viene riper­corsa, da Omero agli amici poeti ai quali fa riferimento in più di un testo Ferramosca, passando per la parola scavata e trasfigurata, impegno alla cifra, di Paul Celan, citato almeno due volte in maniera ‘scoperta’. La Rosa di nessuno della poesia Salmo di Celan diventa in suona palo de lluvia di Ferramo­sca (e il titolo del componimento fa pensare a The Rain Stick di Seamus Heaney) «la rosa del Nulla che siamo», Sulamith di Fuga di morte di Celan ritorna trasfigurata, potremmo dire, dalla poesia di Valéry (Le cimetière marin), nel passaggio da le componenti di un mito (memoria della Shoah): «sentire il loro pianto dell’origine/ il fermarsi del tempo sui capelli di Sulamith/ nei cimiteri marini». La poesia di Ferramosca si muove, non smette mai di andare, ha motori che al metodo sperimentale scientifico, quello che nasce con Galilei, uniscono un umanesimo vissuto come impegno, afflato, indignazione (penso ai testi dedicati ai paesi terremotati, ma anche a quelli nati da osservazioni lun­go i viaggi in treno e, di contro, in metropolitana; penso ai testi in memoria della Shoah e alla poe­sia dedicata a Giulio Regeni). L’impegno è qui, nello spazio di questa esistenza, è impegno a serbare memoria, a essere umani (“Siate umani”, scriveva un altro poeta di formazione scientifica, Novalis), a curare e non distruggere la nostra dimora, che sia la natura, che sia la parola. Quella di Ferramosca non è una poesia reli­giosa, non si nutre di speranze in una vita oltre l’esistenza terrena: di qui l’invettiva contro colei che ha la «capigliatura di medusa», di qui la rivolta, intesa proprio nel senso che leggiamo in L’homme révolté di Camus. L’azione creatrice di cui parla Camus in quel testo diventa in Andare per salti di Annamaria Ferramosca an­che innovazione formale: all’unione di parole per la formazione di composti il cui significato si slancia ben oltre la mera giustapposizione, la mera somma degli elementi, fenomeno caratteristico dello stile di Ferramosca, si aggiunge una nuova tessitura che rinuncia alle maiuscole e a  qualsiasi segno di interpunzione, usando invece gli spazi vuoti come segni di pausa in un ideale spartito, che dà testimonianza, oltre che della musica delle sfere, anche del suono causato dalle decisioni, singole e collettive, umane: «il fragore del nostro passo che s’inverte/ deciso dietrofront dallo sterminio/ abbiamo gesti larghi di compassione/ e in mano l’amigdala che incide/ i loro nomi e per noi nuovi alfabeti».

Anna Maria Curci

PoetarumSilva

58

Scrivi un commento