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LA SIGNORINA FELICITA DI GOZZANO

LA SIGNORINA FELICITA DI GOZZANO

In La Signorina Felicita ovvero la Felicità  di Guido Gozzano è la memoria ad innescare il componimento. Il poeta ricorda e prende avvio la lunga, proustiana rievocazione della signorina Felicita: «[…] a quest’ora / scende la sera nel giardino antico / della tua casa. Nel mio cuore amico / scende il ricordo. E ti rivedo ancora […]» (vv. 1-4). L’autore/avvocato dichiara subito l’intimità del rapporto con la donna rievocata, utilizzando sapientemente l’interrogativo: «A quest’ora che fai? Tosti il caffè: / e il buon aroma si diffonde intorno? / O cuci i lini e canti e pensi a me, / all’avvocato che non fa ritorno? / E l’avvocato è qui: che pensa a te» (vv. 10-12). L’atmosfera è familiare, domestica, tipicamente crepuscolare. Gozzano disegna un paesaggio in bianco e nero, al centro del quale domina Villa Amarena. Una villa segnata dal tempo, sia all’esterno che all’interno, contenitore di un passato perduto per sempre («Odore di passato! / Odore d’abbandono desolato!», vv. 28-29), che causa una sommessa ed invincibile tristezza, tanto radicata da sfociare addirittura in un velato, eppur forte sentimento di morte. Ed in questo risiede il fascino declinante e vespertino dell’abitazione, la sua decadente bellezza. Il passato ed il presente si sovrappongono, si confondono («[…] l’arredo squallido e severo, / antico e nuovo […]», vv. 38-39), e da questa singolare fusione nascono associazioni tra componenti diametralmente opposte, che stridono ed al tempo stesso posseggono un’attrattiva straordinaria, che ammalia il poeta torinese. Villa Amarena è l’emblema di un’ideale «semplicità», vagheggiata ed appena sfiorata. Il padre della signorina Felicita è l’archetipo del borghese: grazie alla furbizia e a piccole illegalità («in fama d’usuraio», v. 49) si è arricchito, nonostante l’ignoranza («quasi bifolco», v. 50). L’uomo approfitta delle presunte conoscenze dell’avvocato, lo trascina con forza nel salone e lo costringe ad ascoltare la lettura di tediosi documenti notarili. Ma il protagonista non ama la sua noiosa professione ed evade, fugge via lontano ricorrendo alla fantasia. È così che si crea un doloroso e deleterio contrasto tra ciò che l’individuo effettivamente ha e ciò che vorrebbe avere, ciò a cui aspira. Questo contrasto insolubile conduce ad una rassegnata insoddisfazione, che diviene presto melanconica condizione esistenziale. La terza strofa contiene il ritratto, davvero splendido, della signorina Felicita. La donna non è affatto bella, né avvenente, anzi, è addirittura «quasi brutta» (v. 73). Con questo verso, Gozzano conclude una secolare tradizione poetica italiana che dagli stilnovisti è giunta fino a D’Annunzio. L’amata del poeta, solitamente idealizzata, è ora una donna in tutto e per tutto normale, comune, che esula dai consueti canoni estetici. In questo senso, straordinario il riferimento artistico alla «beltà fiamminga» (v. 78), che suscita l’interesse dell’avvocato. L’idillio – un idillio comunque artefatto e solamente temporaneo – tra i due si realizza in un determinato luogo di Villa Amarena, il solaio, e non è certo un caso. Il solaio è una «tomba» (v. 135), all’interno della quale «il rifiuto secolare dorme!» (v. 134), all’interno della quale vengono riposte «le vane forme / di ciò ch’è stato e non sarà più mai […]» (vv. 135-136). In questa occasione la signorina Felicita ricopre una funzione di ridimensionamento; ella infatti sminuisce, svilisce la poesia, scambiando l’incensato alloro poetico per «un ramo di ciliegie» (v. 162). La donna «brutta» è lo strumento di cui si serve Gozzano per definire la sua nuova ed originale idea di poesia: una poesia modesta, rivolta agli aspetti più consueti ed insignificanti della vita, affatto eclatante; in una sola parola, una poesia crepuscolare. Anche in questo componimento non manca un accenno all’amato Petrarca. La demitizzazione, seppur ingenua straordinariamente chirurgica, operata dalla signorina Felicita, suscita nel poeta una breve riflessione sulla gloria: «Oimè! La Gloria! un corridoio basso, / tre ceste, un canterano dell’Impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso!» (vv. 165-168). Ebbene, neppure la gloria è immune dai devastanti colpi inferti dal tempo. Il poeta si allontana dalla realtà che lo circonda, volta le spalle al suo presente, di cui rifiuta i valori (per esempio l’ossessiva e frenetica azione) e le ideologie, di qualunque tipo esse siano. Il poeta osserva il mondo da lontanissimo, osserva gli uomini in quella che è la loro più autentica dimensione, una dimensione minuscola. Il poeta vede innumerevoli ed indistinti puntini rincorrersi, affannarsi: «[…] il Mondo: quella cosa tutta piena / di lotte e di commerci turbinosi, / la cosa tutta piena di quei “cosi / con due gambe” che fanno tanta pena…» (vv. 183-186). E da questo punto di vista distaccato nasce il pessimismo gozzaniano, frutto di un’originale rielaborazione della poetica petrarchesca, fondato sull’inarrestabile trascorrere del tempo e sulla certezza che prima o poi interverrà la morte, definita magnificamente «L’Eguagliatrice» che «numera le fosse» (v. 187). In questo senso indicativa la presenza di «un atropo soletto» (v. 211), una specie di farfalla meglio nota come “testa di morto”. Gozzano fa parodia del grandioso e sublime tòpos dannunziano del giardino, facendo proseguire l’infruttuoso idillio tra l’insoddisfatto avvocato e la malfatta borghesuccia nell’orto. Il poeta vorrebbe mutare la sua vita, renderla più semplice e serena, e la signorina Felicita rappresenta un’occasione di fuga, un’inattesa speranza, ma sono la cronica impossibilità di amare e la malattia a prevalere. Il sogno di una nuova esistenza accanto alla protagonista del componimento non è che una vana illusione, destinata a restare per sempre tale. Il poeta ne è del tutto consapevole, e da ciò nasce il suo anelito alla morte. La separazione tra i due rappresenta un inautentico ed artefatto slancio di Romanticismo che non può avere seguito: «[…] ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buon / sentimentale giovine romantico… / Quello che fingo d’essere e non sono!» (vv. 432-434). Tra gli aspetti caratteristici della poesia di Gozzano, vi è certamente l’ironia, un’ironia grazie alla quale il poeta, seppur crepuscolare e pessimista, non scade mai in una deleteria ed infruttuosa autocommiserazione. Ebbene, tale caratteristica peculiare della produzione gozzaniana, la si ritrova, in questo caso specifico, soprattutto in una rima, divenuta oramai celebre, la rima «camicie» /«Nietzsche» (vv. 308-311). Concludendo con un accenno all’aspetto formale della poesia, La Signorina Felicita ovvero la Felicità si caratterizza per l’andamento colloquiale e dialogico (frequentissimo il ricorso al discorso diretto), e per lo sviluppo narrativo, che ne fa un vero e proprio racconto in versi.

Simone Germini

Imalpensanti

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