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LA VITA E L’OPERA DI UNGARETTI

 

LA VITA E L’OPERA DI UNGARETTI

Cadeva nel 2010 il quarantesimo anniversario della morte (avvenuta a Milano) di Giuseppe Ungaretti. Era nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, da genitori lucchesi, colà emigrati al tempo dei lavori per il Canale di Suez. Abitavano in prossimità del deserto, in una baracca con l’orto e tre piante di fico fatte venire dalla campagna di Lucca. Ad Alessandria il giovanetto compì gli studi medi e superiori; frequentò anche la cosiddetta “Baracca rossa”, dove lo scrittore Enrico Pea, commerciante versiliese dalla vita avventurosa e anarcoide, riuniva per conferenze e dibattiti, giovani italiani, francesi, greci, arabi, ebrei. L’incontro con Pea rafforzò in Ungaretti l’intransigenza morale che caratterizzerà la sua vita. Grazie alle economie fatte da sua madre (che gestiva una panetteria) poté, nel 1912, lasciare l’Egitto, che però gli rimase impresso, perché – come dirà – vi aveva imparato “il segreto del deserto e della luce; perché è il luogo dove non sono valide se non le immagini inventate dagli abbagli…” Stabilitosi a Parigi, frequentò la facoltà di lettere alla Sorbona, nonché gli ambienti artistici e culturali. Conobbe anche Soffici, Papini, Palazzeschi i quali, nella primavera del 1914, si incontrarono a Montparnasse, con gli esponenti dell’avanguardia parigina. Ungaretti affidò loro alcuni versi per la rivista “Lacerba“. All’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, troviamo il Nostro, che si era dimostrato convinto interventista, a Milano. Vestì il grigioverde nella fanteria, fiero dell’uniforme di soldato del “popolo italiano”; venne inviato sul fronte del Carso. Nel 1916, a Udine, poté far stampare, in pochi esemplari, un volumetto dal titolo “Il porto sepolto”, comprendente trentatré poesie. Esse confluiranno poi nella più ampia silloge “Allegria di naufragi”, pubblicata a Firenze nel 1919 e, ancora, rielaborata, a Milano, nel 1931, con il titolo “L’Allegria” (1914-19). In questo libro, definito dall’autore stesso come “diario”, compaiono ricordi legati alla terra d’Africa; aleggia la malinconica nostalgia di Parigi; emergono soprattutto le drammatiche esperienze della guerra. L’uomo rivela stati di abbattimento; ma anche attaccamento alla vita: “Ungaretti / uomo di pena / ti basta un’illusione / per farti coraggio”; dice di essere tutto “un grido”, ma anche, quale poeta, “un grumo di sogni”. Scopre la propria umanità nascosta, sentendo affermarsi in sé un sincero sentimento di fraternità, di partecipazione al dolore di tutti (“Ma nel cuore / nessuna croce manca”). Pur tra le macerie e la morte incombente, prova, di tanto in tanto, un primitivo “godimento” sacrale, come davanti al sorgere del sole, o per un fugace bagno nelle acque dell’Isonzo … con la disposizione a riconoscersi “una docile fibra / dell’universo”. Non perde il contatto con la natura. Nella sua condizione di fante sottoposto a duri sforzi fisici e a tensione mentale, come vorrebbe fermarsi a riposare. “Bosco Cappuccio / ha un declivio / di velluto verde / come una dolce / poltrona / Appisolarmi là / solo / in un caffè remoto / con una luce fievole / come questa / di questa luna”… “Vorrei imitare / questo paese / adagiato / nel suo camice / di neve… ” Le poesie, con il loro lessico immediato, scarno, scevro d’ogni elemento superfluo, con una sintassi frantumata, elementare, a causa del repentino, aspro contrasto con le forme tradizionali, suscitarono, sin dagli anni venti, il consenso di diversi critici e l’opposizione di altri.

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Il Nostro combatté anche sul fronte della Champagne; alla fine del conflitto si fermò in Francia, dove si sposò. Aderì al fascismo e fu corrispondente da Parigi del “Popolo d’Italia”. Dal 1921 si stabilì a Roma, dove fu assunto nell’ufficio stampa del Ministero degli Esteri. Dal 1919, per quattordici anni, venne componendo le poesie di “Sentimento del Tempo”. Alcune di esse sono ancora di carattere personale, poiché, come il Leopardi alle ricordanze, Ungaretti ha conferito pieno significato alla memoria. Le vicende, che vengono richiamate, fattesi ormai lontane, acquistano un alcunché di leggendario. In quest’opera ci troviamo di fronte a quadri di paesaggi naturali, nel loro variare all’azione delle ore. Di notte, “Ecco appare – dice il poeta – non essendoci più testimoni, / anche il mio vero viso, stanco e deluso”. E passano i mesi e le stagioni, sino a quando, nella quiete autunnale, “sui polverosi specchi dell’estate” / caduta è l’ombra”. Sono soffuse d’incanto le immagini quando diventano serali e lunari, sfumate, indefinite; e fascino serbano le sequenze bucoliche, pastorali, ma enigmatiche, della composizione dal titolo “L’isola” (1925). Ungaretti doveva però distogliere l’animo contemplante gli idillici paesaggi, poiché subiva, come tanti altri, gli effetti della temperie caratterizzata dallo smarrimento delle coscienze proprio del dopoguerra; e, più in generale, dalla crisi dei valori nell’uomo del XX secolo. Anch’egli (che aveva confessato: “Ma ben sola e ben nuda / senza miraggio / porto l’anima mia” e anche “Eccovi un’anima / deserta”) era alla ricerca di stabili certezze. Dirà rivolto a Dio: “Vorremmo una certezza…” La città di Roma, soprattutto nel suo aspetto barocco, fece riscoprire al poeta lo spirito religioso; riscoprire, poiché egli stesso ha testimoniato: “Certo, e in modo naturale, la mia poesia interamente, sin da principio è poesia di fondo religioso”. L’inquietudine di Ungaretti assunse, quindi, carattere religioso; come ha scritto Pier Paolo Pasolini, in tale sua ansia “si può rinvenire quella che è forse la sua maggiore individuazione di poeta, la disposizione di poeta, la disposizione all’inno”. Un inno non più certamente come quello manzoniano, che era stato così ossequioso dell’insegnamento biblico e dei dogmi cattolici; non più effuso in maniera lieta e vibrante, ma rattristito dallo stato d’angoscia novecentesca. L’uomo moderno, infatti, appagandosi soltanto dell’effimero e non pensando più a Dio, all’eterno, non riesce a superare la cieca materialità; in essa si agita per un continuo avanzamento, ma “Crede allargarsi i beni / E dalle sue mani febbrili / Non escono senza fine che limiti”. L’anelito religioso di Ungaretti si mostra inombrato da dubbi, scosso da penosi interrogativi: “Dio, coloro che t’implorano / Non ti conoscono più che di nome?” … “E tu non saresti che un sogno, Dio?…” Il poeta, nonostante tutto, a Dio rivolge la sincera invocazione: “Dio, guarda la nostra debolezza”; per sé, in particolare, implora: “Liberami dall’inquietudine”. Egli si sente sofferente nell’animo, nella sua umanità, perché è incapace di comunicare con gli altri, rimanendo chiuso nella sua “superbia”; in tale condizione vive nell’estraniamento: “E mi sento esiliato in mezzo agli uomini”… Dentro di sé, tuttavia, custodisce, ancora, un sentimento di “bontà”, per cui sente di stare “in pena” per i suoi simili. Soltanto se ciò avviene, egli può “tornare” in se stesso, ritrovare la consapevolezza di sé come uomo, che condivide il comune destino, nel tentativo di migliorarsi e di giovare agli altri con una poesia rivelatrice dell’intento, da parte dell’artista, di pervenire a un perfezionamento stilistico parallelamente a un personale arricchirsi di interiori motivi sul piano etico, umano. Altrimenti il poeta rimane chiuso nel mondo mitico e illusorio, che s’è costruito, e può dire soltanto: “Regno sopra fantasmi”. Egli rimane prigioniero della solitudine… Un male, questo, veramente insidioso nel Novecento, anche rispetto al rapporto d’amore: “E la crudele solitudine / Che in sé ciascuno scopre, se ama”… Essa, interponendosi pesantemente tra gli amanti, li divide “per sempre”; l’amata si fa “lontana come in uno specchio…”  Il sogno d’amore va a dileguarsi nell’ombra della morte: “Questo sogno è morte…” Nei “Canti” (1932) Ungaretti ha meditato sulla Morte. Egli s’è sentito “inseguire” da questa “sorella dell’ombra”, che approfondisce spazio e tempo dentro lontananze inviolabili; ha cercato di addentrarsi nel mistero, creando immagini sfuggevoli, vacillanti, come riflesse da “specchi torbidi”, proprie della maniera simbolistica.

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Sul piano della creazione artistica, Ungaretti si diede con impegno a reperire, come necessaria “àncora di salvezza”, la poesia del passato. Si era affermato, d’altra parte, nel primo dopoguerra, un “ritorno all’ordine”, dopo le avanguardie, un misto di tradizionalismo e di neoclassicismo, perseguito in particolare dai rondisti. Ungaretti – secondo quanto egli stesso scrisse – ricercò “il canto italiano, il canto della lingua italiana nella sua costanza attraverso i secoli”. Egli vi si rifece in maniera personale, poiché (disse ancora): “Era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata”. Egli andò soprattutto a rintracciare la linea che dal Petrarca risale al Leopardi, recuperando il ritmo dei versi tradizionali. Non disconobbe, tuttavia, la lezione del simbolismo, di Mallarmé, autore dal quale era stato affascinato sin dalla prima giovinezza, poiché “la sua poesia è così piena del segreto umano dell’essere”.

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Ungaretti, quale corrispondente di giornali e conferenziere, viaggiò molto, in specie dal 1925 al 1935. Sperando di poter iniziare un periodo di vita tranquilla, nel 1936 accettò la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo e si trasferì in Brasile con la famiglia. Ma, nel 1939, a causa dell’imperizia d’un medico, per un’appendicite mal curata, ebbe la sventura di veder morire il figlio novenne Antonietto. Alla sua inestinguibile memoria dedicò diciassette liriche, raccolte sotto il titolo di “Giorno per giorno” (1940-46). L’immutato amore e il lancinante dolore per l’irreparabile perdita sembrano concentrarsi nell’intenso endecasillabo: “E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto…” La prima delle poesie riporta il gemito del piccolo infermo: “Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…” Dopo la morte del bambino, sgorga il lamento dal cuore del genitore, il quale, ormai, potrà baciare soltanto in sogno quelle mani che tante volte s’erano affidate a lui; e non udrà più risuonare, per le stanze, la fresca, “ingenua” voce, che riusciva a rendere lievi i suoi crucci…” L’illusione che aveva, tante volte, accompagnato e sostenuto Ungaretti, sembrava tuttora soccorrerlo, facendogli dire: “Ascolto sempre più distinta / Quella voce d’anima / …. / M’isola sempre più festosa e amica / Di minuto in minuto, / Nel suo segreto semplice…”. Ma, ecco, che la sente, poi, provenire dall’alto, “dalle vette immortali”, che invita ad elevare lo spirito, ridestandovi il nativo, religioso sentimento dell’eterno, verso il cielo, verso l'”aurora e intatto giorno”, di cui il figliolo morto è diventato consolante emblema. E al sogno subentrerà, più tardi, una certezza divenuta ancor più salda, perché il padre sentirà che l’anima pura e libera del figlio sarà entrata per sempre nella sua anima: “Sei animo della mia anima, e la liberi”. Per infonderle forza, per renderla capace di innalzarsi “Dove il vivere è calma, è senza morte”.

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Dal Brasile il Nostro tornò a Roma nel 1942. Egli stava vivendo dentro di sé il suo lutto. Non poteva però non essere ferito dai tanti lutti, dalla “abissale pena”, che la guerra provocava. Il poeta unì gli accenti usciti dalla propria anima sconsolata alle accorate lamentazioni sulla funesta “notte triste” che opprimeva sia Roma sia il mondo. Per quanto riguarda le poesie di “Roma occupata” (1943-44), nella condizione di sofferenza, nella tormentosa incertezza dell’esistenza (quando “l’attesa di male imprevedibile / Intralcia animo e passi”), l’uomo affranto, se, dapprima, “osa” rivolgere a Cristo l’angosciosa domanda: “Perché la Tua bontà / S’è tanto allontanata?”, poi riflette che anche Cristo soffre per “La somma del dolore / Che va spargendo sulla terra l’uomo”; e si abbandona al Santo che soffre, il quale, con immutato, fraterno amore, anche se tanto spesso non corrisposto, perpetua la Sua passione, “per riedificare / Umanamente l’uomo”. Nella stretta del dolore, la poesia di Ungaretti tornò a ricollegarsi con l’ardua realtà della vita, con parole sobrie, precise, schiette, come quelle delle prime sillogi. Egli aveva già espresso il dubbio di essere caduto “in servitù di parole”, dopo aver fatto “a pezzi cuore e mente… ”  Ora faceva parlare il cuore, sviluppando quel “discorso umano” da lui stesso definito “capitale”, poiché ha per contenuto “le cose che si hanno da affermare, a edificazione di tutti, per conoscere se stessi”. Allora veramente, senza artifizi, letterarietà, oscurità, la poesia rivela “il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento”, come lo stesso Ungaretti aveva detto nel 1916.

Franco Orlandini

Literary.it

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