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LA LINGUA DEI PADRI IN LILIA SLOMP

LA LINGUA DEI PADRI IN LILIA SLOMP

È in corso un ineluttabile – tanto silenzioso quanto terribile – distacco di senso tra le generazioni. Non solo tra nonni e nipoti, ma anche tra genitori e figli. I giovani non parlano più la stessa lingua dei padri. Si tratta di una novità inaudita per la nostra storia e per la nostra cultura, dove la trasmissione orale del sapere e delle pratiche ha sempre avuto una sequenza logico-temporale di madre in figlia, di padre in figlio. Così, dalla notte dei tempi. Oggi, purtroppo, qualcosa si è rotto: ed è proprio nelle parole, nei loro significati, nella loro articolazione che attualmente si svolge il distacco più inquietante. È nel senso stesso delle parole che questo «gap» sembra oramai incolmabile e definitivo. Ma in questo fiume che tutto trascina, esistono fortunatamente alcuni appigli, a cui è possibile aggrapparsi per non essere portati via dalla corrente della modernità. Si tratta di libri, di poesie, di racconti, che si pongono programmaticamente il compito di trasmettere il senso delle parole che formano una identità. Ed è questo il caso emblematico, dell’ultimo lavoro editoriale di Lilia Slomp Ferrari dato alle stampe nei mesi scorsi per i tipi della Biblioteca dei Leoni di Castelfranco. Il prezioso volumetto dal titolo Pass dopo pass (Biblioteca dei Leoni), raccoglie una sessantina di sonetti scritti – confessa l’autrice nelle pagine introduttive – «quasi senza volerlo». Sonetti scritti «nella parlata dei padri» messi «in ordine come soldatini raccogliendo foglietti sparsi per una ballata di emozioni», e recuperando «parole che credevo affossate nella memoria riprendendo la musica di chi mi parlava da bambina». Come scrive nella prefazione di Nadia Scappini, la poesia di Lilia Slomp Ferrari «si muove tra terrestrità e trascendenza, precarietà e persistenza. Una gioiosa e insieme dolorosa coscienza del percorso creaturale costituisce il filo sotterraneo che attraversa i diversi testi dove una armonia tenacemente ricercata non cancella la sofferenza, piuttosto la redime; così come nostalgia e desiderio, altri poli in cui si dipana il suo mondo poetico, quasi un crepuscolarismo pudico, sono necessari l’una all’altro per rivelare, sostenere, esaltare aspirazioni, sogni, deragliamenti, persino vuoti del cuore». Così, nella ricchezza di sfumature della parlata trentina l’autrice trascrive l’inquieta ricerca di un’identità dietro al ritmo giusto delle parole, pronte ad accendere certi fuochi in un cuore messo in subbuglio dalla maturità che guarda al mistero. Un libro, insomma, non solo caratterizzato da una poesia autentica, ma anche da un messaggio di ottimismo, nonostante tutto: un riconoscimento della verità delle cose della vita, degli affetti, degli incontri, dell’amore, delle gioie e dei dolori, senza remore e senza paura: «sto vèrs sassìn sfrugnón entél tó còr / l’è quel pù trist che ‘l sa la verità».

Alessandro Franceschini

Literary.it

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