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‘A GRANDEZZA NATURALE’ DI RAFFAELA FAZIO

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‘A GRANDEZZA NATURALE’ DI RAFFAELA FAZIO

A grandezza naturale.2008-2018 di Raffaela Fazio (Arcipelago Itaca). Tra gnosticismo e neoplatonismo, il pensiero dell’antichità volge alla conclusione avvitandosi in un pensiero dell’essere e dell’origine che ha i suoi presupposti in Platone, oltre settecento anni nel passato. La filosofia smette di essere mera “cura di sé”, come era ancora in Seneca e Marco Aurelio e tanti altri, per tornare a farsi (anche) metafisica. E già spira al suo interno un’aura di teologia, che ben saprà sfruttare Agostino, ponendo le basi della nuova filosofia cristiana; ma serpeggia pure, in questo universo di pensatori difficili ed estremi, dove la Grecia confina con l’Egitto, lo spettro di quello che sarà poi chiamato ermetismo, che potremmo considerare l’idea che le cose del mondo conservino dentro di sé verità profonde e profondamente nascoste, che esse rivelano solo a sprazzi, per improvvise intuizioni: una teologia negativa, insomma. L’essere si rivelerà magari dunque solamente a questo modo, e solo a chi sarà in grado di coglierlo. Certo, se valutato con i criteri filosofici di oltre un millennio e mezzo dopo, ben poco di questo pensiero reggerebbe alla sfida di una Dialettica Trascendentale, sviluppata proprio per mettere in guardia contro le derive troppo libere della razionalità stessa. Al senso rimane comunque una ragione che la ragione non conosce, e nel calderone di quegli anni si ponevano non solo le premesse della teologia, ma anche quelle della mistica a venire, con la sua attitudine visionaria intesa a catturare sprazzi di verità attraverso le cose del mondo, intuendo frammenti di Dio nella consapevolezza che l’intero è impossibile da cogliere, in quanto sovrumano, sublime. E il sublime, porta sensibile del sacro, può essere solo intuìto, a dispetto della razionalità teologica. Dovremo aggiungere, per completare questo percorso di avvicinamento ai temi del libro che state tenendo in mano, che anche il cuore è un senso, cioè il sentimento stesso è un senso, e ha la sua specifica ragione profonda, quella che la ragione non comprende. L’espressione ermetismo, quando riferita alle poesie di Raffaela Fazio, comporta un rimando assai vago a quel sistema espressivo che parte dal Sentimento del tempo (anche contro il suo stesso autore) e approda al caffè fiorentino Giubbe Rosse, e ai suoi Avventi notturni. Semmai la convergenza con Luzi & c. è fondata qui su un antecedente comune, e a quello va riportata. Per questo non ritroverete in questo libro né nitore dannunziano di endecasillabi, né avori e ventilate fanciulle su intense vie d’Oriente. Il mondo di riferimento è infatti in queste poesie ben più microscopico che in quelle, persino più misero, talvolta; ma anche questo universo crepuscolare porta con sé l’essere nella sua massima dimensione, pur coglibile solo per sprazzi, d’improvviso, confusamente, estaticamente. La prima sezione, Il senso e l’andatura, è quella dove questa relazione viene posta con forza programmatica: le cose del mondo vi sono concrete, materiali, e lo stesso vale per gli eventi, ma ugualmente rimandano al tempo, alla vita, all’anima, all’essere. E l’essere è insieme esistenziale, sentimentale, ma anche matematico, geometrico. Quello che non possiamo davvero non cogliere è la tensione: il mondo non si risolve infatti veramente in metafisica, qui; si limita piuttosto a cercare di farlo, senza poterci riuscire; ma si tratta di un tentativo cruciale, di una tensione essenziale. Le cose prendono senso dal rimandare al pensiero, ma pure il pensiero è una cosa, di cui le parole sono la materia: “una vita più forte / che ignora / l’invecchiare dei segni / nei burroni della parola”. Dalla materia non si esce, ma la tensione verso l’essere la trasforma, rendendola un brulichio di segni, un’evocazione di sensi magari non del tutto chiari, ma di colpo brillanti. Nella seconda sezione, Cento modi per chiamare o nessuno, la materia è ormai abbondantemente quel-la del linguaggio, del segno. Ma il mistico non ha davvero lasciato del tutto il posto al teologo: l’unica ragione (che la ragione non conosce) è infatti qui quella del senso, il più potente forse tra i sensi. Tuttavia, se le cose materiali del mondo racchiudono nascoste verità, forse quelle particolari cose che sono le parole possederanno a loro volta le proprie, generate anche a partire dalla loro quotidiana consunzione, dalla loro apparente banalità, dal loro essere memoria. È così che la terza sezione, Voci abitate, mette a contrasto la concretezza degli oggetti con un’altra astrazione, quella della memoria. Eppure, ormai, dalle vette dell’essere in cui ci aggiravamo all’inizio, siamo discesi ad astrazioni meno remote, quasi tangibili. Poiché questa è poesia, cioè qualcosa che si fa con le parole, la concretezza degli oggetti e l’astrazione del ricordo tendono a confondersi qui in quanto entrambe espresse attraverso parole. Dell’ermetismo non rimane che un sospetto, a evocare l’idea che questa concretezza ci rimandi ad altro – ma questo altro non si manifesta più nel discorso in maniera diretta. È solo l’amore per gli ossimori, per i paragoni azzardati e imprevedibili, a costringerci a cercare più lontano la soluzione. Tanto più questo succede nella quarta sezione, Prospettiva inversa, dove ormai il senso è sentimento, e il mondo è il sonno dei bambini, e per questo sembra bastare a sé, Primo Motore di se stesso. Se all’inizio di questo percorso il teologo aveva lasciato il posto al mistico, e progressivamente, sezione dopo sezione, il mondo delle idee si era fatto più vago e lontano da noi, ora l’intuizione è tutta terrena, tutta tenera e carnale. Arrivati sino in fondo, eccoci pronti quindi per iniziare un viaggio di ritorno. L’argomento della quinta sezione, Tra visione e forzatura, è l’amore, quello che si erge spavaldo o quello che è lenta ispezione di stanze. Comunque esso ci voglia apparire, si tratta di un sentimento concreto e forte, fatto di desiderio e presenza, ma anche definitiva metafora del rapporto tra immanente e trascendente, tra le cose e l’essere. È qui che si rivela nella maniera più chiara una certa vocazione epigrammatica dell’autrice, presente in realtà in tutta l’opera attraverso l’uso della rima di chiusura. Proprio nell’uso della rima, infatti, appare forte in questo libro la passione per il contrasto e gli accostamenti imprevedibili, sorprendenti, quelli che costringono il lettore all’affiancamento anche a distanza, attraverso il richiamo sonoro, tra parole e concetti in sé diversissimi. E quando questa sorpresa si situa in finale di componimento, ecco che diventa sanzione definitiva, chiusa forte, netta e memorabile. Anche dalla frequenza di questo uso conclusivo della rima dipende l’aura complessivamente sapienziale, che avvolge in generale questa raccolta, come se fossero, quelli che leggiamo, epigrammi teologali. Passiamo dunque dall’amore umano a quello divino nell’ultima sezione, Altro da Te. Il percorso si chiude ritornando verso il punto di partenza; ma dialetticamente arricchiti, ora, dal viaggio che ha at-traversato il mondo. Adesso all’essere astratto dell’inizio è stato associato un nome, una dimensione, un’identità. Non appare veramente separato dalle cose, e le cose stesse, attraverso la relazione con Lui, anzi con “Te”, iniziano a prendere un senso assai più definito di prima: l’ermetismo sembra ora quasi del tutto svanire in una contemplazione che è forse quasi più una conversazione. Ecco così che quello di questa raccolta si rivela un percorso che potremmo dire agostiniano: dal fascinoso neoplatonismo venato di ermetismo, attraversando poi la vita nel mondo, con i suoi eventi e le sue cose e le sue passioni, sino alle Confessioni, e alla conversazione con un Dio dentro di sé, ma certamente Altro da noi. Tutto rimane, perché un libro è comunque fatto di un percorso che resta, senza consumarsi, di cui ogni parte conserva valore. Ma tutto ugualmente scorre e si trasforma e la prospettiva da cui vediamo il mondo non è mai due volte la stessa. L’essere è il divenire. Il divenire è l’essere.

Daniele Barbieri

Prefazione

 

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